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venerdì 17 settembre 2021

Esasperante.

Mi chiedo se abbia senso riprendere questo blog fermo ormai da tempo (ah, i figli, signora mia, te succhiano la vita...) per parlare dell'ultima uscita di Barbara Palombelli e mi dico che sì, ha senso.

Non perché io abbia qualcosa di particolarmente illuminante da dire, anzi, ma perché sento l'urgenza di urlare la mia rabbia. Feroce.

Durante una puntata di Forum, programma inspiegabilmente più che longevo, in onda dal 1985 sulle reti Mediaset e attualmente condotto, appunto da Barbara Palombelli, "giornalista, conduttrice televisiva e conduttrice radiofonica italiana" da ben 9 anni, la conduttrice ha voluto commentare l'ultima settimana, che ha visto 7 donne morte ammazzate, con queste parole:

"Come sapete, negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti, sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. Questo soltanto per dire dell'ultima settimana. Però a volte è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, erano completamente obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda, dobbiamo farcela per forza perché dobbiamo in questa sede, soprattutto in un tribunale, esaminare tutte le ipotesi"

Questa cosa ha un nome, si chiama "victim blaming" ed è quello che capita sempre quando una donna viene picchiata, quando viene stuprata, quando viene uccisa.

Le parole di Palombelli sono facilmente traducibili con un "non è che un po' se la sono cercata?"

Il "te la sei cercata" ci accompagna da sempre, in quanto donne, impariamo presto a conoscerlo, in linea di massima dai 13 anni in poi tutte noi almeno una volta lo abbiamo incontrato sulle nostre strade.

Ti hanno messo la mano sul culo in tram? Be', con quella gonna corta un po' te la sei cercata.

Il tipo con cui sei uscita ti ha stuprata? Be', sei uscita sola con lui, magari hai anche bevuto, un po' te la sei cercata.

Durante il ricevimento il prof. ha fatto apprezzamenti non graditi? Be', con quella maglietta troppo scollata un po' te la sei cercata.

Tuo marito ti ammazza? Be', ma tu lo esasperavi, un po' te la sei cercata.

Con quella domanda che "dobbiamo farci per forza" Palombelli persegue l'idea che sia la vittima a doversi difendere. Ve lo ricordate il delitto del Circeo? Pareva che a difendersi dovesse essere Donatella, che, diciamolo, "un po' se l'era cercata".

E cosa c'è di diverso tra le parole degli avvocati degli assassini e stupratori del Circeo e quelle di Palombelli?

Nessuna.

Per entrambi la colpa è, a conti fatti, della donna.

Che provoca, esaspera, se la cerca.

Palombelli ha però un grande merito: mostra senza ombra di dubbio e senza possibilità di errore che il patriarcato insozza tutti e tutte, che nemmeno le donne, vittime di una società patriarcale da qualche millennio, sono fuori da quella lordura.

Sta a noi, amiche, sorelle, continuare a scardinare certi meccanismi, per far sì che certe idee vengano cancellate dalla storia.

Lo stiamo facendo, continueremo a farlo.

Anche senza donne come Palombelli accanto.

Soprattutto senza donne come Palombelli accanto.


Siamo il grido altissimo e feroce, di tutte quelle donne che più non hanno voce.



mercoledì 21 aprile 2021

Il tempo giusto.

 

 
Quando il vecchio che abitava a due passi da casa nostra al paese mi mise le mani addosso, strusciando il pisello duro contro di me dicendomi all’orecchio con quel suo alito fetido “dopo vieni alla baracchetta”, io non dissi niente: mi limitai a divincolarmi e scappare. Ricordo che lo feci sorridendo correndo giù per la discesa che collegava le nostre case. Tornai a casa e non dissi niente a nessuno.

Mia mamma e mia zia capirono che qualcosa non andava perché da quel momento smisi di andare a giocare coi gattini nati da poco, col bellissimo cane Giordano e a chiedere a sua moglie e a sua cognata (abitavano nello stesso borghetto, due case attaccate e davanti l'aia con la legna) di poter fare la colazione “dei grandi”, quella che preparava per suo figlio che tornava dal primo giro in stalla.

Dissi di no a nonna quando mi chiese di andare a portare alle due donne, due meravigliose vecchiette che mi adoravano, un pacco di zucchero e uno di caffè.

Mamma e zia mi presero da parte e mi fecero parlare.

Mi ricordo benissimo la faccia terrorizzata di mamma e quella incazzata di zia. Avevo otto anni e le estati al paese erano bellissime, sia io che la mia famiglia non pensavamo che nulla lì avrebbe potuto essere un pericolo, a parte i cani pecorari della famiglia che abitava in fondo alla curva, prima che la strada diventasse sterrata e si infilasse tra i campi verso le stalle.

Mi dissero di non dire nulla a papà e ai miei zii, credo pensassero che lo avrebbero fatto a pezzi, ma mi dissero anche che non avrei dovuto mai più andare sola in quelle case, che avrebbero detto loro a nonna che non ero una bimba disobbediente e che zucchero e caffè lo avrebbero consegnato alle due donne quando sarebbero tornate dalla stalla passando davanti casa nostra.

Io non lo dissi.

Ricordo che una volta ero con mia zia sulla strada che porta alla fonte e lo incontrammo. Lui salutò, lei gli sibilò che non avrebbe mai dovuto nemmeno guardarmi, gli diede uno spintone. Lui farfugliò qualcosa, ma bastò lo sguardo di zia per farlo tacere. Giorni dopo portava sulle spalle la statua della Madonna durante la processione. Ricordo che la cosa mi pareva assurda, pur non venendo da una famiglia religiosa, il suo comportamento mi pareva stridere fortemente con quello che mi era stato detto sulla Madonna e sul cristianesimo in generale. 

Fino al giorno in cui è morto non mi ha mai più rivolto la parola, io non sono mai salita a vedere i gattini e solo da adolescente ho ricominciato ad andare sola a salutare le vecchiette, che mi dicevano "te si' fatta forestiera" senza sapere quanto mi dispiacesse non andare più a trovarle.

Mi sento ancora oggi, a 41 anni, in colpa per non aver detto niente, perché lui aveva due nipoti, una di loro con un grave ritardo, e una parte di me ancora trema all’idea che quella ragazzina passasse settimane in quella casa durante le vacanze.

Credo che mio padre e gli zii lo abbiano saputo dopo la morte di mia madre, trent’anni dopo, mentre a tavola tutti insieme ci raccontavamo degli anni passati, di come passavamo le estati tutti insieme lì, di quanto fosse bello.

Ora, io non sono stata stuprata e so bene che la mia esperienza è parecchio diversa da ciò di cui si sta tanto discutendo in questi giorni, ma lo sto raccontando (di nuovo, ogni tanto mi scappa)  per dire che no, cari e care, non esiste un “tempo giusto” per denunciare una violenza.

Le donne che denunciano una violenza non vengono mai credute. La loro vita, le loro abitudini sessuali, tutto è passato al setaccio, perché quello che davvero conta è accusarle, demolirle, colpevolizzarle.

Lo si capisce benissimo (ri)guardando "Processo per stupro". Quasi nulla pare essere cambiato da allora.

C'è poco da stupirsi, quindi, se tante donne decidono di non denunciare.
Alcune non denunciano mai e vivono tutta la vita senza dire a nessuno quello che è successo, tenendosi dentro un segreto enorme e doloroso.

Alcune donne hanno paura, altre vogliono solo rimuovere e andare avanti, altre ancora sono devastate dal senso di colpa (sì, capita a molte di sentirsi in colpa per essere state violentate).

Dire che “non può essere stato stupro” perché la denuncia è mancata, o è stata "tardiva", o lei non ha urlato abbastanza, non ha addosso abbastanza segni, non è stata capace di dire un chiaro “no”, era ubriaca, stava flirtando, è un’ulteriore violenza, subdola e dolorosissima. Un'ulteriore vittimizzazione che sposta completamente l'asse del discorso, dimenticando chi la violenza la agisce, per concentrarsi sulle pesunte mancanze della vittima.

Ridere dello stupro, fare battute, minimizzare, è violenza.
È complicità.
Ed è una delle più chiare manifestazioni della cultura dello stupro, che nel patriarcato si nutre e sguazza.

giovedì 19 novembre 2020

Cose da mettere in conto.

Ne "Le beatitudini" Rino Gaetano cantava "Beato il sesso libero, se entro un certo margine".

Il margine, stando alle cronache e ai tanti discorsi che si possono sentire in giro, sembra riguardare soprattutto le donne.

Guccini lo spiegava benissimo in "Piccola storia ignobile": "come farai a dirle che nessuno ti ha costretta, o dirle che provavi anche piacere?"

Le donne per bene non possono e non devono provare piacere nel sesso, tantomeno essere disinibite, soprattutto le donne per bene.  

E le maestre.

 

 
Perché se sei una donna per bene (o una maestra) non solo non puoi godere del sesso, figuriamoci fare filmati un po' zozzi col tuo compagno. 

I motivi sono molteplici: innanzi tutto le donne per bene certe cose non le fanno, e poi devi "mettere in conto" che il compagno con cui hai condiviso sesso e filmino potrebbe girare le tue/vostre immagini nella chat del calcetto. Per una "goliardata da uomo", per ridere con gli amici, per bullarsi di quanto sei disinibita, per umiliarti, per punirti.

Se sei una donna devi mettere in conto che la tua vita sessuale potrà non solo smettere di essere privata, ma potrà anche farti licenziare. E la colpa sarà solo tua perché, come è successo a Torino, non era proprio possibile Maestra licenziata per il video hard su Whatsapp al fidanzato | a Torino
credere che una donna per bene, addirittura una maestra facesse certe cose e soprattutto è "intollerabile" che le faccia un che si occupa di bambin*!

Le maestre d'asilo, lo sanno tutt*, certe cose non le fanno. Non fanno sesso, non mandano foto intime ai propri compagni/fidanzati/trombamici. Certe cose te le insegnano proprio all'Università, è tra i primi esami. Niente sesso se sei una maestra. Ché si rischia di turbare i/le bambin*.

E soprattutto i loro genitori, che possono accettare tutto, ma non che una donna libera e che vive il sesso in maniera gioiosa entri in una classe.

Ricordate, amiche, quando mandate le vostro fotine un po' zozze ai vostri compagni/fidanzati/trombamici, dovete "mettere in conto" che tutto potrà finire in qualche chat, su facebook, ovunque in rete. 

Tiziana Cantone, per esempio, si è ammazzata perché "non aveva messo in conto" che la sua vita sessuale sarebbe diventata "virale".

Le centinaia di vittime di revenge porn hanno la vita rovinata perché "non avevano messo in conto".

Ricordate in particolare voi, amiche insegnanti, che i bravi papà, dopo aver visto le vostre immagini, e averle commentate dopo una partita di calcetto, magari dopo essersi fatti una sega, potrebbero mandare tutto alle brave mogli, per "metterle in guardia", perché "non potevo credere che una maestra potesse comportarsi così". 

E potreste perdere il lavoro. E chiaramente sarebbe solo colpa vostra, che vi ostinate a credere che certe immagini debbano restare tra voi e la persona cui le avete mandate. Mi chiedo come possiate essere così sprovvedute e ingenue, amiche mie.

La mia speranza è che la maestra di Torino faccia quello che nel gergo leale si chiama "culo a strisce" a tutte e tutti le/i protagonisti di questa storia. Nessuna/o esclusa/o.


Le “

 E

domenica 25 novembre 2018

Due volte l'anno.



Due volte l'anno ai maschi chiediamo di stare un passo più indietro.

Un passo soltanto, in occasione di due giornate che per noi sono occasione di lotta come ogni altra, sì, ma che hanno una valenza simbolica diversa, anche in virtù della visibilità che in quei due giorni particolari paiono avere le nostre istanze e rivendicazioni.

Solo un passo. Come quello che è stato chiesto ieri.

Non si è detto "andate via" o "qua non vi vogliamo": la scelta, quest'anno come in anni precedenti, è stata inclusiva, non separatista.
Si è chiesto "per favore", solo 'sto piccolo passo indietro: gli uomini dietro al carro, il corteo delle donne lo aprono le donne, le donne devono entrare per prime nella piazza tenendo il loro striscione.
Mi pare così logico. 
La stessa richiesta che è stata fatta lo scorso anno, speravo che magari stavolta non sarebbe stato un gran problema.

Le donne organizzano una manifestazione contro la violenza sulle donne, le donne aprono la manifestazione contro la violenza sulle donne. 

Lineare, no? Dove sta lo scandalo? Cosa c'è di tanto assurdo e incomprensibile?

E invece.

E invece anche questa volta 'sto cazzo di passetto indietro per moltissimi deve essere parso un'insormontabile scalata in montagna, tra dirupi, ghiacciai e la morte sempre in agguato, data la difficoltà con cui (alcuni) alla fine lo hanno fatto.
Ci hanno tenuto a spiegarci che loro erano lì per noi, per manifestare la loro solidarietà con le nostre lotte e quindi perché mai negargli il gusto di entrare in piazza per primi?
Hanno ribadito il plurale maschile ogni volta che dal carro le compagne parlavano a femminile.
Hanno spiegato perché il separatismo è una cosa brutta, come ci indebolisce, come ci allontana.

Eppure era solo un passo.

Gli abbiamo chiesto di andare qualche fila più in giù.

Ma evidentemente per chi è abituato a stare comodo ai vertici della piramide in virtù del proprio pisello farsi da parte è davvero troppo faticoso.

Anche se lo chiediamo solo due giorni l'anno.

P.S. un abbraccio solidale alla compagna col megafono che per ore ha detto "per favore, gli uomini dietro il camion!". Sembrava così calma, ma sono quasi certa che in realtà stesse ribollendo dentro.

martedì 28 novembre 2017

La testa del corteo.

Foto presa da https://nonunadimeno.wordpress.com/
Sono quasi certa che se chiedessi in giro qualcosa sulla manifestazione che lo scorso 25 novembre ha attraversato Roma gioiosa, festante, combattiva e (auto)determinata, in molt@ mi parlerebbero delle femministe cattive e violente che hanno allontanato in malo modo un giovane uomo che voleva portare alle donne la sua solidarietà (che poi so' amiche mie ♥).

In effetti i media non hanno mostrato molto altro di quella giornata e anzi si sono soffermati con fin troppa attenzione su quei pochi minuti, rilanciando il video dello scandalo manco fosse il servizio del millennio.

Eppure eravamo tante e tanti, con le nostre richieste, le nostre pretese i nostri desideri e le nostre rivendicazioni. 
E in piazza portavamo proposte concrete, avevamo un piano, il "Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere", scritto dalle tantissim@ che hanno partecipato alle assemblee di Non Una Di Meno in quest'ultimo anno. 

Ma alla fine pare vincere sempre chi nasce col pisello e l'eco di quel video di pochi minuti ancora non si è spenta.


Leggo fiumi di parole, tentativi di analisi politico-etno-socio-antropologiche ai limiti del ridicolo, quando invece la faccenda è chiarissima: la testa del corteo è di chi organizza. 
Chi si è impegnata anima e corpo perché quel corteo potesse partire ha tutto il diritto di decidere chi sarà ad aprirlo, il resto sono ridicole provocazioni.
Per dire, il Pride non viene aperto da pomiciose coppie etero, magari con prole al seguito, ma nessun@ pare farne un dramma.
Le manifestazioni studentesche raramente vedono il sindacato pensionati in prima fila.
Funziona così. Punto.

Ma a quanto pare quando si tratta di donne non è così difficile trovare un uomo desideroso di prendersi quello spazio e a dichiararsi vittima se respinto. 

Che almeno si facesse un'analisi sensata sul separatismo. 
Ma figuriamoci. 
Ormai dire "separatismo" è peggio che bestemmiare in un reality show. 
Eppure "separatismo" non è una parolaccia, ma una modalità di lotta, che andrebbe in primo luogo compresa e rispettata, se non altro per non usarla a sproposito. E che a volte è imprescindibile.



Il corteo del 25 novembre, comunque, non era e non voleva essere un corteo separatista.
Gli uomini erano i benvenuti, semplicemente gli era richiesto di non essere in prima fila. 
Quella era tutta delle donne.
E quella scelta andava rispettata.


Il tizio, in un momento di voglia di protagonismo, ha provocato deliberatamente e con la tipica, volgare, prepotenza maschile il corteo femminista contro la violenza maschile sulle donne, sporcando un momento di gioia e lotta costruito con fatica e sudore da tante e tanti (sì, le assemblee sono aperte a chiunque, perfino a lui, che avrebbe potuto partecipare e chiedere in quella sede di aprire il corteo).

Su Tumblr gira una frase che dice:
«Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista».
E di spazio nella società gli uomini in quanto tali, ne hanno a bizzeffe. Amici, compagni, prendete il vostro privilegio, quello che vi spetta per nascita e rovesciatelo, se volete lottare con noi.
Non cercate di imporvi sulle altre individualità. 
Distinguetevi da un sistema patriarcale che opprime anche voi.

Solo così la lotta potrà essere davvero comune e proficua.

Il fatto che si stia dando tanta importanza a uno stronzetto che voleva aprire il corteo femminista del 25 novembre dimostra con estrema evidenza quanto bisogno ci sia di femminismo.

E poi, amici uomini, se volete ad ogni costo essere il sesso forte, smettetela di piagnucolare perché le femministe cattive vi trattano male. 
E che palle.




venerdì 24 novembre 2017

Degradanti e ininfluenti: la prassi.

Leggo in giro una grossa indignazione alla notizia secondo la quale alle due ragazze americane stuprate da due carabinieri sono state fatte, in sede processuale, domande definite "degradanti" e "ininfluenti".

Ora, è molto bello quando le persone si svegliano e iniziano a capire come funziona il mondo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e tutti che di domande "ininfluenti, offensive e degradanti" che rendono di fatto le vittime di violenza sessuale le vere e sole imputate nei processi se ne fanno sempre. 
Citerei per l'ennesima volta "Processo per stupro", ma mi potreste obiettare che sono troppo ancorata al passato.
Quanto sta succedendo in questo processo non è, fidatevi, una novità.
Si comincia nelle caserme, coi vari “come era vestita” o “perché era sola a quell’ora” e si continua così.

Mi preme sottolinearlo perché anche nel “nostro” ambiente sembra che in molt@ si stiano stupendo per questo atteggiamento degli avvocati della difesa, come se non sapessero che questa no è altro che la norma e non vorrei che passasse l’idea che ciò sta succedendo solo perché gli stupratori portano una divisa. 
Questo vorrebbe dire negare quanto avviene ogni giorno sul corpo delle donne.


Questo schifo è la prassi, fa parte del pacchetto stupro.


Non solo vieni violentata, ma devi anche spiegare perché è successo.


E quindi devi giustificarti per un sorriso, per un bacio, per un bicchiere di troppo (?), per gli abiti che indossavi, per il posto in cui ti trovavi.


Oh, poi io se vi svegliate son contenta uguale, in fondo “meglio tardi che mai”. 


mercoledì 18 ottobre 2017

Il vaso di Pandora della merda. Cosa ho imparato dal caso Weinstein.

La prima cosa in realtà non l'ho imparata, è stata piuttosto una conferma, il Grande Classico ribadito e riadattato secondo l'esigenza del momento: non credere mai ad una donna che denuncia una violenza. Soprattutto se è una donna disinibita, libera e magari pure ricca e famosa.
Insomma, come è possibile credere ad una come Asia Argento? Una che è sempre stata sopra le righe, una che ha fatto dell'eccesso ostentato uno dei suoi punti di forza, una fattona figlia di papà che chissà come ha fatto ad avere successo. E poi sono passati vent'anni, sicuro sta cercando pubblicità.
Lei e quelle altre troie di Hollywood, che prima ci sono state perché gli faceva comodo e poi adesso denunciano. Ma figuriamoci.

Ho imparato che parlare di potere e patriarcato è pressoché impossibile, perché se una donna accetta (non "subisce", "accetta") proposte sessuali dal suo capo, il problema è che lei è una zoccola arrivista e le gerarchie di potere non c'entrano niente. Poteva sempre andare via.

Questa storia mi pare l'esempio lampante delle difficoltà di molte e molti nel comprendere ed affrontare quello che è alla base della violenza sessuale: il potere patriarcale. 
Il solo nominarlo suscita fastidio e derisione. Eppure in qualche modo tutto nasce da lì, dall'idea che una donna valga meno in quanto donna e che quindi sia accettabile e quasi "normale" che un uomo possa approfittare della propria posizione e del proprio potere per sottometterla.


Ho imparato che perché una vittima di violenza venga creduta ci vogliono i dettagli. 
Alle persone in realtà non importa niente della violenza, quello che conta è sapere come, dove , quanto e con cosa una donna è stata penetrata. Se ha urlato abbastanza, se le ha fatto male, se ha sanguinato, se i medici del pronto soccorso sono rimasti scossi dalle sue condizioni. 
Senza sangue esposto non c'è violenza.

Alle persone piacciono i dettagli, quelli più truci.
Se non ci sono sangue e lacrime difficilmente una donna sarà creduta.
E il degrado. Ci vuole il degrado.
Perché nell'immaginario collettivo lo stupro è una cosa che succede di notte, in strade buie, in vicoli appartati. O in case fatiscenti e sporche, dove a stuprare non è un uomo, ma un "orco", un "mostro", qualcuno che deve sembrare il più lontano possibile da noi.

Ho imparato, anzi di nuovo ho avuto la conferma, che non basta dire "no", perché ci sarà sempre qualcuno pronto a misurare con quale tono, intensità e convinzione lo hai detto. 
Avevi la voce alta? Si capiva bene? Hai scandito bene le parole? Non è che avevi bevuto e biascicavi? E se per caso hai "lasciato fare" perché magari eri pietrificata dalla paura ecco che sei improvvisamente complice. 
Magari la cosa ti ha fatto comodo e ti è pure piaciuta.

E dire che tutta questa storia potrebbe essere usata come il più lampante degli esempi di cosa sono e come funzionano le questioni di potere in una società e un ambiente maschilisti. 
Patriarcato e cultura dello stupro qui mi paiono perfettamente descritti in ogni loro sfaccettatura. 
C'è l'uomo potente che approfitta della sua posizione nei confronti di una donna e c'è una società maschilista che stigmatizza la donna che di quello stesso maschilismo è stata vittima. 
E così all'infinito.

Non so come stiano affrontando questa storia nel resto del mondo, ma qui la faccenda non pare riguardare Weinstein e il sistema che lo ha coperto e protetto, ma Asia Argento.
Lei è la colpevole che deve difendersi. 
I "c'è qualcosa che non mi torna" sono ovunque, potenti e disgustosi, anche tra le/gli insospettabili, troppo impegnate/i a sputare merda su una donna che non piace piuttosto che indagare cosa sia successo e che significato abbia.


La vittima che deve spiegare perché è stata vittima. Di nuovo e sempre.

martedì 3 ottobre 2017

Sesso con, stupro con. Non farcela mai.

Di nuovo torno sulle parole usate per raccontare la violenza.

Sarebbe bello essere una linguista, credo ne potrebbe uscire qualcosa di interessante.
Da parte mia, mi limito, come al solito a mettere per iscritto le cose che mi vengono in mente.

Ancora una volta l'occasione per parlarne mi viene offerta da La Repubblica, che tenta con difficoltà di trovare il titolo adatto per un pezzo sullo stupro di Firenze.

Comincia malissimo, parlando di "sesso con".

Comincia male, sì, ma non sta facendo niente di così strano o fuori dalla norma.

Provate a iniziare a farci caso: quando la violenza sessuale è compiuta da professionisti, professori, guardie, i titoli che troverete racconteranno quasi tutti di "sesso con". Insomma, dire "stupro" fa proprio pensare ad una cosa brutta, non ci stanno scappatoie. 
Chiamare un rapporto sessuale non consensuale col suo nome,"stupro", parrebbe andare ad  insozzare carriere o divise, a volte perfino luoghi di nascita, e allora deve essere parso molto meglio scrivere "sesso con". Che poi come sottotesto c'è il classico "e però pure lei se l'è cercata" che sta bene su tutto.



Qualcuno su twitter fa notare che il "sesso con" presuppone consenso e che quindi, insomma, sarebbe il caso di trovare un titolo migliore.

La Repubblica non vuole certo deludere lettrici e lettori e quindi si impegna nel secondo tentativo e riesce a titolare "stupro con".

"".
Perché come sappiamo bene lo stupro presuppone reciprocità e consenso.

La donna stuprata è corresponsabile, perché lo stupro è avvenuto con lei. 
Non a sue spese, non ai suoi danni, non sulla sua pelle, non devastandole la vita. 
Con lei. 

In sua compagnia. 
Magari le è pure piaciuto e poi ha cambiato idea e ha denunciato, si sa come vanno certe cose.






Ma di nuovo su Twitter qualcuno sostiene che  ancora proprio non ci siamo e finalmente al terzo tentativo La Repubblica arriva a quello che, forse, sarà il titolo definitivo: "violenza sessuale".















Ci sono voluti tre tentativi e le proteste più o meno ironiche su un social network perché uno dei giornali più diffusi del paese riuscisse a trovare un titolo per un articolo che parla di violenza sessuale.

Quello che è successo con questi tre titoli, comunque, non è altro che un esempio facile facile di quello che accade quando si parla di violenza sulle donne. 

Si trovano mille modi, magari anche più o meno inconsciamente, per sminuire, per trovare scusanti, per colpevolizzare le vittime, come è nella migliore cultura dello stupro.

Scrivere "sesso con" è giudicare le vittime, sottintende che ci sia stato un rapporto consensuale e quindi, di fatto, si toglie credibilità a chi ha denunciato lo stupro. 

Non mi pare che cose simili accadano con una tale sistematicità in altri casi, ma sicuramente sbaglio.
Nel caso, correggetemi.


lunedì 2 ottobre 2017

Notti brave.

Capita spesso a molte di noi di sentirci dire che esageriamo, che ci fissiamo sulle banalità, che i problemi sono "ben altri", che focalizzarsi su parole e narrazioni sia inutile e ci renda delle specie di pazze isteriche fuori dal mondo.
Ci siamo abituate.

Ci capita, per dire, ogni volta che non riusciamo a ridere dell'ennesima battuta sessista, quando non sorridiamo appagate se per strada ci fanno notare che abbiamo un bel culo, se non accettiamo che altre donne vengano chiamate puttane per le loro scelte di vita.

A volte perfino io mi dico di lasciar correre, di evitare le polemiche, per una volta sola di lasciarmi scivolare tutto addosso e farmi i cazzi miei.

Solo che poi capita di leggere nella cronaca locale di uno dei più diffusi quotidiani nazionali dell'ennesimo stupro

Una ragazza stuprata ripetutamente da tre uomini  poi abbandonata in strada.

E capita di leggere che l'autore di quel pezzo descriva la violenza come una "notte brava".

Una notte brava.

Tipo quando vomiti perché hai bevuto troppo o ti sei fatta un sacco di canne e ti gira tutto o vai in motorino fino a Ostia per fare il bagno di notte.

Una notte brava.

Ecco, a furia di dire "notte brava", di parlare delle abitudini sessuali delle vittime, di sminuirle, di descrivere la violenza a qualcosa che ci può capitare se non siamo attente, quella violenza sarà percepita come qualcosa di poco importante, qualcosa che se è capitata proprio a noi, in fondo, è perché ce la siamo cercata.

Sarebbe un passo avanti già non dover mai più leggere certe cose.


martedì 19 settembre 2017

Di educazione, castrazioni e cazzate varie.

8 marzo 2016 - Roma
Spinta dalla strepitosa campagna antistupri de Il Messaggero, ho avuto la brillante idea di tweettare: "Leggo di app antistupro, di taxi dedicati, di telecamere e lampioni. Manco un cazzo di accenno all'educazione dei maschi. Siamo noi che dobbiamo imparare a non farci stuprare. Sempre. Da sempre.

Mi sembrava una cosa banalotta, a dirla tutta, una di quelle che dico sempre e che di solito sono accolte da un "cheppalle questa, sempre le stesse cose", ma l'ho voluta scrivere ugualmente.

Non l'avessi mai fatto!

Mai avute tante interazioni in anni di fregnacce in rete.

Io ero lì a ribadire l'ovvio, cioè che sarebbe ora di smetterla di colpevolizzare le donne vittime di violenza, di spiegarci come non essere stuprate e cominciare invece ad insegnare agli uomini a non stuprarci.

Insomma, non era altro che l'ormai per me trito discorso sull'educazione, la solita idea secondo cui se da subito si insegnasse che le donne non sono oggetti da possedere ed usare a piacimento, forse si potrebbe pensare di poter cambiare le cose. 

Invece no.

Stando alle risposte e alle discussioni nate da quel tweet, a quanto pare quello che è arrivato a molti e molte (!) sarebbe la mia convinzione che gli uomini siano tutti stupratori per natura.



Quello che ho notato nelle troppe interazioni è stata la solita, noiosa, inutile ed estremamente fastidiosa corsa al "non tutti gli uomini", ai "sì, ma...", e alla temibile "prudenza" consigliata alle donne.

Perché va bene tutto, ma per prima cosa tu, femmina, devi essere "accorta" e "vigile" per non metterti nei guai e per "prevenire da ambo le parti", che è sempre meglio "che curare il danno" (sono tutte citazioni, eh).
Solo così, forse, potremo evitare le violenze.
Forse.
Perché ci sono anche quelle in casa, in ufficio, in palestra, a scuola... Lo stupratore non è solo il tizio che spunta fuori nel buio, ti minaccia di morte e abusa di te. Spesso è tuo marito, il tuo compagno, il datore di lavoro, il vicino di casa, tuo padre.

Perché, diciamola tutta, l'uomo ha i suoi istinti ancestrali, come dice il Senatore D'Anna, quindi non è che possiamo pretendere molto.
Impariamo piuttosto a stare composte e silenziose al nostro posto, possibilmente alla luce del sole, in luoghi affollati ma non troppo e con un abbigliamento consono.

Ho constatato una volta di più l'enorme difficoltà (ahimè non solo maschile) nel nominare la violenza di genere per quello che è e l'incapacità (o la non volontà) di accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza agita dagli uomini sulle donne.

Stigmatizzarla e nominarla non vuole in alcun modo insinuare che gli uomini siano tutti stupratori o femminicidi.

È offensivo attribuirmi un pensiero tanto idiota.

Ed è umiliante dover ripetere ogni volta le stesse cose.

Ma  ripensandoci è molto più semplice vederla così: la femminista vuole che si parli di "educazione dei maschi", perché è una misandrica nazifemminista che sogna la "castrazione dei neonati".

L'imbecillità e la cattiva fede della gente continuano a lasciarmi basita.

Io, che ogni volta che il discorso sull'educazione dei maschi sogno che tutti quelli che mai nella vita potrebbero anche solo immaginarsi quali prevaricatori, sfruttatori, stupratori, femminicidi prendano pubblicamente posizione non per dire "io non sono così", ma per affermare che la cultura nella quale sono (e siamo) cresciuti è una cultura patriarcale che vede lo svilimento continuo del femminile come qualcosa di normale ed accettabile e che non sono più disposti ad accettarla.

Oh, sia chiaro, io so benissimo che uscire dal privilegio è difficile e faticoso. 
Insomma, come scrive Lorenzo Gasparrini nel suo "Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni": 
A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere [...]
Abbandonare il privilegio costa fatica e può essere doloroso.
Ma si può fare.

Conosco uomini che lo stanno facendo, che ogni giorno provano ad uscire da quella cultura che sottomette anche loro, ponendosi domande e cercando di cambiare atteggiamenti.

E non crediate che questa lotta continua non abbia un prezzo anche per le donne.
Parlare apertamente di patriarcato, di cultura dello stupro, di femminismo non è semplice. E scrollarsi di dosso atteggiamenti, parole e convinzioni è una fatica quotidiana pressoché infinita.

Questo intendo per "educazione".
L'uscita da un sistema che insegna che "l'uomo è cacciatore", che "l'istinto dell'uomo" è quello e che la donna deve solo trovare il modo di salvarsi.

Sono convinta che se non cominciamo a parlarne apertamente con ragazzi e ragazze non ne usciremo tanto facilmente.

giovedì 14 settembre 2017

Chi è che stupra?

Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?

Se c'è un furto, la colpa è del ladro.
Se c'è una rapina, la colpa è del rapinatore.

Il rapimento ha il rapitore, l'omicidio l'assassino e via così.
Facile e lineare, son quelle cose che impari alle elementari con i disegnini sul sussidiario.

Solo che poi si arriva allo stupro. 

E chi ha la colpa di uno stupro?

"Lo stupratore!" diranno subito le mie piccole lettrici. No ragazze, avete sbagliato. (semicit.)

Per lo stupro la faccenda è più complicata di così.
Lo stupro è l'unico delitto per cui si hanno decine, centinaia, migliaia di colpevoli che non necessariamente coincidono con lo stupratore. Sarebbe così banale!

Qualche esempio, giusto per capire di cosa parliamo.

Colpa di uno stupro può essere la notte, una strada isolata, il gran caldo, una gonna, una maglietta, un paio di birre, le canne, la noia, l'orario, il quartiere, il colore della pelle, il mestiere, la provenienza, l'occupazione, l'istruzione ricevuta.

Ma più di ogni altra cosa, la colpa dello stupro è la donna.

Lo dicono in tanti/e da sempre, a volte a mezza bocca, quasi per non farsi sentire, come se si avesse vergogna di dire che, insomma, se ti stuprano la colpa è tua.

Finalmente, però, Lucetta Scaraffia su Il Messaggero non ha paura di prendere posizione e ci dice senza mezzi termini e ipocrisie come stanno le cose nel suo "manuale per le donne".



Innanzi tutto la colpa è di una che accetta passaggi dagli sconosciuti, tanto più alle 4 del mattino
Quindi se ti stuprano con ogni probabilità la colpa è tua che non hai ascoltato gli insegnamenti che di certo qualcuno deve averti dato. So' le basi. Gli sconosciuti, le caramelle, i passaggi, 'ste cose qua.

Senza contare poi che il mito della raggiunta eguaglianza con gli uomini stia portando a effetti perversi, che fanno si che molte ragazze ormai girino di notte senza prendere le più elementari precauzioni
Purtroppo Scaraffia non ci offre un elenco delle precauzioni più elementari, ma possiamo immaginare comprendano maglioni larghi, capelli arruffati e magari zozzi, pantaloni  che non lascino vedere le forme, scarpe comode per correre e magari un maschio accanto. La cintura di castità è fuori moda, ma ha sempre dato ottimi risultati.
In ogni caso mai, mai, mai credere nell'eguaglianza con gli uomini. Questa folle idea è pericolosissima ed è una grande causa di stupro.

Quindi dobbiamo essere prudenti e usare precauzioni. 
Meglio ancora dovremmo rimanere in casa, soprattutto di notte, almeno lì alle brutte ci stupra qualcuno che conosciamo già.

Ma sopra ogni cosa, amiche mie, la colpa è sua, di quello schifoso, infido, immondo, riprovevole Femminismo
Il femminismo infatti ha rigettato con orrore l'idea che le donne avessero bisogno di protezione, preferendo inseguire una libertà dal loro destino biologico, cioè negando sia la maternità sia la maggiore fragilità, per arrivare a equipararle in tutto e per tutto ai maschi. [...] La debolezza di questo progetto, così evidentemente utopistico, è stata pagata a duro prezzo da quelle donne, soprattutto giovani, che hanno creduto di non avere più bisogno di cautele. In realtà, un rapporto più libero e consapevole con il proprio corpo non deve escludere la necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile, per prevenirli.
Maledetto Femminismo, che ci ha parlato di gioia, di libertà, di indipendenza.

Che ci ha promesso un'esistenza piena così come la desideriamo, che ci ha detto che siamo forti, che possiamo tutto, che non dobbiamo piegarci mai.
Che ci ha detto che il nostro destino non è essere madri, ma che possiamo decidere noi stesse cosa fare delle nostre vite. Magari addirittura fare figli. Decine di figli e figlie.

Lui, che ci ha illuse cancellando l'antica idea che gli uomini devono proteggere le donne, che ci ha detto che avremmo potuto andare per il mondo da sole, magari alle 4 di notte, magari con una gonna corta e la canottiera aderente. 

Ancora una volta ho imparato qualcosa: se mi stuprano la colpa sarà sempre e solo mia, che mi ostino a non accettare il mio destino, quello di un essere debole e inferiore e bisognoso di una corazza protettiva, possibilmente maschile.

Ho imparato che prima ancora di educare i maschi a non violentarmi devo essere educata io a restare al mio posto, quello stesso posto che mi è stato assegnato duemila anni fa, un posto di subalterna, di comparsa.

Devo ricordarmi bene di questi insegnamenti, perché in tutti questi anni al contrario ho sempre pensato che la colpa dello stupro fosse dello stupratore.

venerdì 8 settembre 2017

Raccontare la violenza. Un esempio.


Due studentesse americane a Firenze hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri.
Non sono io a dover fare indagini e processo, quindi non è questo il luogo dove gridare alla colpevolezza o meno dei due.

Non voglio nemmeno giocare al "trova le differenze" tra la narrazione di questa violenza e gli stupri di Rimini, è troppo facile e lo stanno facendo tutt*, spesso scadendo parecchio in basso: fare classifiche tra lo stupro compiuto da stranieri e da italiani fa schifo, sia che lo facciano i vari Salvini, Zanardo e Meloni, sia che lo facciamo "noi" nel tentativo di dimostrare l'ovvio e cioè che sono gli uomini che stuprano e che la provenienza geografica, la religione, il colore della pelle non c'entrano niente.


Quello che qui mi interessa è il racconto della vicenda ad opera di uno tra i più importanti quotidiani nazionali. Evito volutamente di leggere carta straccia come Libero o Il Tempo, sarebbe penoso.

E’ una storia che fa rabbrividire quella che si sta consumando in queste ore a Firenze. Ancora oscura, strampalata, piena di dubbi e incongruenze, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia. In attesa dell’esame del Dna, che fugherà ogni dubbio, l’unica cosa certa, è che le ragazze hanno bevuto molto e una di loro aveva fumato cannabis: lo hanno confermato i test alle quali sono state sottoposte giovedì pomeriggio e il loro stato, se la violenza fosse confermata, aggraverebbe la posizione dei carabinieri perché le “vittime” non sarebbero state in grado di intendere e di volere e anche se i presunti violentatori dichiarassero che erano consenzienti l’accusa di violenza sessuale non cadrebbe e anzi ci sarebbero delle aggravanti. Le due ragazze avevano un assicurazione che prevede anche una copertura in caso di stupro. [Marco Gasperetti, Il Corriere della Sera, i grassetti sono miei.]
Ombre e fango sull'istituzione, alcool e cannabis, assicurazione sullo stupro. 
In appena un paragrafo Gasperetti di fatto giudica le due ragazze e offre la sua versione dei fatti. 
Mancano le gonne corte, l'ora tarda e il classico "se la sono andata a cercare", ma il livello è quello.


Eppure, se è vero che ancora non si sa nulla, se è vero che ancora non ci sono i riscontri del DNA, se e vero che ancora sono in corso le indagini, un giornalista dovrebbe limitarsi alla pura cronaca: due ragazze americane hanno accusato di stupro due carabinieri. 
Ma con poche, studiate parole il tarlo del dubbio è insinuato.
Le due fumano e bevono, di certo sono due poco di buono.
Basta leggere i commenti alla notizia sui vari social per rendersene conto.
Come osano due puttanelle americane gettare discredito sulla Benemerita?
Cosa ci facevano in macchina con due Carabinieri?
Perché si sono fatte accompagnare a casa?



Dei due presunti stupratori non sono stati resi noti i nomi, non abbiamo i loro profili Facebook da spulciare, non sappiamo se hanno madri, sorelle o fidanzate. Non conosciamo i loro volti, non ci sono foto a ritrarli sorridenti al mare con gli amici o in divisa nel giorno del giuramento con mamma e papà. 
Raramente è stata usata la medesima premura per altri accusati. O per le vittime, che troppo spesso sono gettate in pasto a un pubblico sempre più bramoso di dettagli quanto più possibile sporchi, dolorosi, macabri, come è stato per gli stupri di Rimini.

E questo è indicativo di un certo modo di fare giornalismo, che pare mutare in base al colore e al mestiere dei protagonisti delle vicende.