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mercoledì 6 novembre 2013

Concitata

Tra le -ahimè troppe- cose che decisamente mancano a questo blog e alla mia persona, c'è sicuramente la capacità di inventare le vite degli altri e delle altre.

E' che io sono una di quelle veterofemministe pelose fissata con  quella storia del "partire da sé" e quindi di solito tendo a non inventare per altre/i vite che non sono le loro.

E però mi sa che questa capacità (che temo sia innata, ma magari con l'esercizio e l'applicazione riesco arrivare a qualcosa di decente) potrebbe aiutarmi a svoltare: c'è chi ci sta facendo su una carriera niente male.

Quindi oggi faccio il mio primo esperimento.

Da quello che ho capito si deve partire da un fattaccio di cronaca, possibilmente roba di sesso, soldi e buone scuole e si deve dire "questa è una storia normale", che a me viene spontaneo leggere con la voce di Franca Leosini.

Purtroppo non conosco la vita dei quartieri alti, quindi per me niente storie dei Parioli. Insomma, ho passato l'adolescenza a Corviale e dopo la parentesi di Monteverde (che non è decisamente più quella di Pasolini: leggetevi "Ragazzi di vita" con un catalogo Tecnocasa sotto mano, poi mi dite) sono tornata nei quartieri bassi, dove di "preferenziale" e  "medici di media fama e medio prezzo"  non ne vedo.

Per non sbagliare, allora, scelgo una storia facile, una "storia normale", appunto, come dicono quelle davvero brave.

Una ragazza di venticinque anni si innamora, lui va a vivere in un paese lontano, lei lo raggiunge e lui la obbliga a postituirsi e di notte, dopo botte e stupri, la chiude in un tugurio poco fuori città, senza luce né acqua.

Da quello che ho capito, dovrei parlare di social network, di scuola, di sessualità troppo allegra e di ribellioni adolescenziali, ma anche di sogni, ambizioni, dolori, miseria.
La storia che ho trovato coi socialnetwork c'entra poco, ma è pur sempre la mia prima volta.

Dovrei inventare una vita per questa ragazza.

Dovrei prestarle pensieri e sensazioni che possano rendere quanto scrivo melenso e strappalacrime, ma senza dimenticare la denuncia sociale e soprattutto facendo in modo che possa piacere  a tutte e tutti, quindi non devo prendere posizione. 
Esempio: si parla di stupro di gruppo su una minorenne? Bene, ad un certo punto devo dire una cosa tipo: "Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere."

Dovrei parlare di un'infanzia difficile in un paese povero, di un padre assente, di una madre crudele. 

Magari di un professore porco al liceo. Ammesso che nella vita che sto inventando lei ci sia andata, al liceo.

Poi dovrei immaginare i suoi sogni.  E di certo lei sognava di fare la modella, la segretaria, la moglie, la madre. Qualcosa di "normale", appunto.

Dovrei immaginarla quindicenne davanti allo specchio in una casa povera, umida, coi muri scrostati e il frigorifero perennemente vuoto mentre si trucca e si acconcia i capelli come le cantanti che ha visto sulle riviste.

Dovrei pensarla mentre cammina per la città e osserva belle donne vestite eleganti, con gioielli costosi, scendere da automobili guidate da uomini che lei vede come principi azzurri, come salvatori, magari come il padre che non ha mai avuto.

Dovrei sentire la rabbia e il dolore che di certo prova quando si chiude nella sua stanza di bambina, abbracciando forte un pupazzo ormai logoro, unico amico e confidente, perché la madre non la lascia andare alla festa dell'amica del cuore.

Purtroppo lei non abita ai Parioli e non va in un liceo "per bene", niente smartphone o tatuaggi, devo inventarmi altro.
Quindi in camera lei non chatta e non si fa le foto, ma magari scrive un diario. Uno di quei diari col lucchetto cui affidare i segreti e le speranze più intimi. Rosa. Rosa, come l'innocenza che di lì a poco le verrà rubata. Rosa come il nome che inventerò per lei.

Dovrei raccontare l'incontro con lui, bello, alto, forse tenebroso, ma che con lei sapeva essere dolce e protettivo. E la faceva sentire una donna.

E poi raccontare ancora di lei che sogna di andare via, di scappare lontana da quei muri ammuffiti e vivere con lui, magari in un altro paese, finalmente libera e felice. 

Dovrei respirare con lei la gioia di quella piccola valigia, piena di povere cose, anche di quel pupazzo, dono di un padre che non c'è, ma che non se ne è andato mai dal suo cuore.

Dovrei immaginare quello stesso cuore ferito tante volte che le batteva forte durante il viaggio verso il suo amore, che le aveva detto "vieni, saremo felici".

E poi le botte, gli stupri, i clienti, le umiliazioni, il dolore, la rabbia. 

Il tugurio senza luce e acqua nel quale piangeva silenziosa ripensando alla sua povera cameretta di bambina.


Fa schifo, vero?
Fa schifo immaginare la vita di un'altra come se fosse un film o un romanzo.
Fa schifo mettere in bocca a qualcuno parole che non ha mai detto, pensieri che non ha mai pensato.

Ecco, appunto.


Consigli di lettura:

Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato

Dalla parte delle ragazze

Facciamo un gioco (a proposito di clienti adulti e adolescenti prostitute)

mercoledì 18 gennaio 2012

La marcia su Roma

Alla fine ce l'hanno fatta.
Giornalisti, scrittori, speakers, "opinionisti" (che poi che cavolo di lavoro è "l'opinionista" io non l'ho mai capito), che da anni si battono per dirci che i fascisti sono bravi ragazzi, che se anche prendono a sprangate, picchiano, ammazzano, in fondo sono persone come  noi e hanno il diritto a manifestare nelle nostre città, hanno vinto: l'opera di sdoganamento sta arrivando rapida alla sua conclusione. 

La legittimazione del fascismo, nel 2012, è finalmente avvenuta.

In fondo tra opere di ripulitura e riverginazioni c'eravamo quasi (valga per tutti l'esempio di Fini, da delfino di Almirante che diceva "Mussolini è stato il più grande statista del secolo e i froci non possono insegnare alle elementari" a paladino della democrazia parlamentare), ma ci si era concentrati troppo sulla parte istituzionale e poco su quella di strada.

Insomma, chi avrebbe mai potuto immaginare fino a qualche anno fa, che un picchiatore fascista avrebbe potuto presentarsi alle elezioni di un paese che nella Costituzione stessa condanna il fascismo?

Alle prossime elezioni comunali CasademmerdaPound ha deciso di candidarsi
C'hanno pure i manifesti, che si muovono tra il loro classico vittimismo piagnone, con la citazione delle brutte parole che hanno detto su di loro quei bruti di Zingaretti, Polverini e SindacoDegliAltri, e la loro maschia spavalderia fascista, che comunque, come dice Cr., son fatti bene (d'altra parte, lo erano anche quelli di Goebbels).

Il vicepresidente della casa del fascio, Simone Di Stefano, ha detto
 «E' nostra intenzione candidarci alle prossime elezioni del Comune di Roma con una lista e un nostro candidato a sindaco per il 2013. Lista che non avrà vicinanza con nessuno, neanche con Alemanno». 

Ingrati.

Che altro volete dal SindacoDegliAltri, la casa al mare? 
Quella in campagna che vi ha appena regalato per quando vi stancate di quella che vi ha comprato in città non vi basta più? 
Ingordi e irriconoscenti, ecco cosa siete.

Per quanto riguarda il candidato sindaco (cristosanto, mi viene da vomitare, giuro) dicono: «Stiamo lavorando sul nostro candidato sindaco, vogliamo coinvolgere qualcuno della società civile» e di nuovo cito il mio amico Cr., che si pone sempre delle domande di un certo livello: Una volta che hanno trovato 'sto poraccio tra la società civile, poi che fanno? Lo gambizzano?

Meritano, come sempre, le parole del SindacoDegliAltri in merito alla candidatura di CasademmerdaPound alle comunali 2013 (Maya, mi raccomando):
«Il fatto che Casapound abbia dichiarato di voler creare una lista per il 2013, con un proprio candidato sindaco, è la logica conseguenza della posizione che hanno sempre avuto e che non è affatto vicina al centrodestra» 

Poverino, non lo percepite anche voi il dolore di un uomo offeso? 
Dopo tutto quello che ha fatto per i fascisti del terzo millennio, questi si candidano per dimostrare di non essere affatto vicini al centrodestra. 
Certa gente non si merita proprio niente.
«Noi abbiamo sempre tenuto la stessa identica posizione di equilibrio sia nei confronti di forme antagoniste di sinistra che di destra, purché ci sia rispetto delle leggi e rifiuto di ogni forma di violenza. La nostra linea non si è affatto modificata rispetto a quella tenuta dal sindaco Veltroni nei confronti di Casapound».
Allora. SindacoDegliAltri. Checcazzostaiadì?

Sì, la storia di Veltroni è vera e infatti di vaffanculo se ne è presi a tonnellate, ma 'sta storia della "stessa identica posizione di equilibrio" è un'immensa stronzata.
Vallo a raccontare davanti all'Horus.
O magari a quei ragazzini che sono stati presi a sprangate dai tuoi amici camerati a piazza Navona.
Non è proprio "la stessa identica posizione. 
Ma magari sono io che cerco il marcio.

Comunque, davvero, il mio più sentito ringraziamento a tutti quelli che da anni ci raccontano le favolette su CasademmerdaPound e che però non c'hanno manco il coraggio di dichiararsi amici dei fascisti.

Ah, gira una voce a Roma: dice che il piddì candiderebbe Concita De Gregorio.
Perfetto.
Vogliono farmi abbandonare la città, mi pare chiaro.



lunedì 14 febbraio 2011

Mai Stat@ Zitt@


Volevo scrivere un commento sulla manifestazione, ma non sono capace.
Quindi mi limito a fare una cronaca veloce, sperando che si intuiscano le mie impressioni e le emozioni che mi hanno accompagnata e che sono cominciate ben prima del 13 febbraio.

Ho già abbondantemente straparlato (la ridondanza è voluta) degli appelli della De Gregorio e delle foto de La Repubblica.
Per chi non mi conosce e per chi non ha voglia di leggere i miei deliri, faccio un piccolo riassunto.
Trovo opportunistico e ipocrita il richiamo alle donne quando volutamente di donne non si parla.
Credo che si debba distinguere bene tra il (presunto) "silenzio delle donne" e il terribile, colpevole e voluto "silenzio sulle donne".
Trovo assurdo chiederci foto indignate contro il bunga bunga presidenziale quando tette e culi campeggiano ogni giorno in homepage.
Quindi non ho firmato l'appello "Se non ora quando", perché per me la risposta è SEMPRE. Non c'è un momento per ascoltare le donne, non c'è un momento per lottare per i diritti di tutte noi. Si deve lottare e denunciare sempre. E tantomeno ho mandato il mio faccione a Repubblica.

Per tutti questi motivi ho aderito immediatamente e con gioia al
Critical Mass degli Ombrelli Rossi.

Grazie a facebook, che come ho già stradetto può essere usato per qualcosa di più utile che vedere le foto degli amici delle medie, sono entrata in contatto con Donne che da anni lavorano sul territorio, donne che lottano ogni giorno e non solo quando i media o gli intellettuali "amici" decidono che è ora.  Ho anche scoperto che una di loro scrive su
Femminismo a Sud, cosa che mi fa capire perché l'avessi sentita subito "amica".
Ci siamo organizzate, tra messaggi privati ed sms e ci siamo trovate a piazza del Popolo, senza manco sapere bene che faccia avesse la nostra compagna di lotta.
Niente bandiere, solo ombrelli rossi (io la parrucca, ché l'ombrello non lo uso manco quando piove).

Io ero ArguziaSandwich: il cartello che vedete in foto e dietro suo fratello "Io manifestavo per i diritti delle donne anche quando i giornali si occupavano d'altro".
Il mio disertore preferito, nonché compagno, aveva appeso al collo il suo: "Sono abbastanza uomo da essere femminista" e c'è da dire che ha riscosso un certo successo.
L'Amica Strab "Se non ora quando? SEMPRE!" e decine di ombrellini da cocktail da distribuire in giro.
E la Furiosa l'ombrello, due zaini troppo pesanti e gli striscioni.
E le altre ancora ombrelli e rossetti e belle facce.

Ci siamo arrampicate sul muro -altisssssssimo- che costeggia la piazza, abbiamo urlato e riso tanto.
Ho provato a ballare quando è partita "
People have the power", ma ammetto che ero terrorizzata dall'altezza.
Sotto di noi c'era un mare di gente. La piazza strapiena. E strapiene le vie d'accesso. Un continuo muoversi di teste, impressionante.
C'erano anche Ma&Pa, che meno male che non m'hanno vista lassù, ché Mamma soffre di vertigini e le sarebbe venuto un colpo a vedere la sua unica figlia così in alto.

Una ragazza di
Donne da Sud ci ha dato un flyer e c'ha detto che loro stavano andando in corteo.
Giù di corsa, zaini in spalla e via anche noi sul lungotevere.
Un "giro de Peppe" per raggiungere le altre, ma è stato divertente camminare chi con l'ombrello chi col parruccone e coi nostri cartelli fuori dall'area "ufficiale".

Finalmente la macchia rossa: via del Corso completamente invasa da un corteo pieno di ombrelli rossi, di donne e uomini, di femministe e disertori, come recitava il nostro striscione.

Siamo arrivate fino a Montecitorio, proprio davanti al Parlamento.
E anche lì canti e slogan e dei pacchi regalo per i nostri governanti.
Gli abbiamo regalato le dimissioni in bianco, il collegato lavoro, la proposta Tarzia e via così.
E lì ho incontrato altre amiche, quelle che vedi solo ai cortei e che per questo è ancora più bello rivedere in piazza.

E poi di nuovo corteo su via del Corso, per tornare verso la piazza.

E gli automobilisti fermi che ci suonano perché non si passa e noi "lo vedi che succede a votà Silvio?!"
E un autobus pieno e immobile da cui ci applaudono TUTTI. Le donne, gli uomini, l'autista.
E la gente che si ferma sul marciapiede e ci saluta, canta, chiede. Qualcuno si unisce.

E tornare a casa distrutta e felice.

Se non ora quando? SEMPRE!

domenica 30 gennaio 2011

a.C. e d.C.


Nell'era a.C. le donne se ne stavano tristi e sconsolate in casa, mentre gli uomini andavano a lavorare. Guardavano fuori dalla finestra un mondo che non le rispettava, ma preferivano continuare in silenzio a fare la calzetta.
Gli uomini andavano chi a guadagnarsi onestamente il pane, chi a rubare, chi a governare. Loro no, le donne rimanevano zitte e mute, ignare e incuranti del mondo esterno e il dono della parola non era ancora stato dato.

C'erano però delle strane eccezioni.

C'erano le
Donne Da Sud, che una mattina, invece di preparare il caffè ai loro compagni e portare i figli a scuola, si sono alzate e sono andate in giro per Roma a fare campagna contro la proposta di legge Tarzia, quella che vuole distruggere i consultori familiari.
Alcune, che si fanno chiamare
Consulta Consultori Roma, sono in lotta contro questo scempio da sempre.

Poi c'erano delle femministe impazzite che avevano messo su un blog
Femminismo a Sud, dove scrivevano di violenza, di politica, di PAS e che operavano sul territorio con e per le donne.

Ho sentito parlare di altre folli che si fanno chiamare
Donne Calabresi in Rete, che si sono messe addirittura a fare campagna per un centro antiviolenza a rischio chiusura, il Centro Roberta Lanzino.

E so anche di un gruppo che si chiama
Femminile Plurale e di un altro che si chiama Comunicazione di Genere, e poi ancora  Donne Pensanti.

Non male, nonostante il silenzio delle donne.

Qualcuna, poi, sebbene si fosse in pieno a.C., il
22 maggio 2010 era andata a piazza Trilussa a Roma per fare gli auguri alla 194 e dire benvenuta alla RU486. Io c'ero, le ho viste coi miei occhi e non mi sono parse tanto silenziose.

Uno dei gruppi più strani dell'era a.C. era composto da topi di emeroteca, che contavano una per una le donne ammazzate per mano di un uomo e scrivevano le loro storie nero su bianco. Erano talmente folli che avevano chiamato il loro lavoro
Bollettino di Guerra e lo mettevano pure on line!

So per certo di donne che in quel tempo buio e silenzioso hanno organizzato manifestazioni,
staffette contro la violenza, campagne contro la mercificazione del corpo femminile nei media, che parlavano di  50 e 50 ovunque si decide.

E poi c'erano quelle che facevano i presidi davanti ai CIE, quelle che andavano davanti alle ambasciate o a disturbare addirittura le mostre fotografiche quando una donna, attivista contro il femminicidio in un paese lontano veniva uccisa al grido di
Ni Una Mas!

Il tutto nel silenzio.
Il silenzio sulle donne.

Poi un giorno, dopo l'ennesimo scandalo sessuale di un premier, si alza una
voce. Una voce che fino a quel momento di queste "eccezioni" dell'era a.C. non aveva mai parlato.

Ed ecco la luce, il faro, la soluzione a tutti i mali.

Finalmente entriamo nell'era d. C.

Come se l'era a.C. fosse stato solo un buio e silenzioso medioevo della storia delle donne, ora si comincia a parlare, stando bene attenti a citare il meno possibile quanto avvenuto in precedenza: ruberebbe consensi, farebbe dubitare, pensare.

Ed ecco che ora si parla di nuovo del silenzio delle donne, alla faccia della fatica fatta fino a quel momento.

E tutti sono felici di riempirsi la bocca di parole come "dignità", "pari opportunità", "offesa".
Tutto quello che in era a.C. era stato scientemente ignorato o bollato come un rigurgito veterofemminista, diventa all'improvviso la parola d'ordine.

E tutti gli uomini che di quelle donne avevano taciuto, ora parlano con occhi sognanti della "rivoluzione delle donne", seguendo la voce di donna che finalmente ha parlato, seduta comodamente sulla sua poltrona.

"Che le donne facciano la rivoluzione! E noi saremo dietro di loro".
Ci sarà da ridere.

In era a.C. eravamo solo delle strane anacronistiche femmine rumorose, ora ci vogliono come motore della rivoluzione, senza mostrare il minimo rispetto per chi tutto questo l'ha iniziato tempo fa, nel silenzio sulle donne e nell'indifferenza generale.

Io non ce l'ho con la voce, io ce l'ho con quello che quella voce non dice, col suo pretendere di essere la sola voce degna di essere ascoltata e con la massa di pecoroni che delle donne che ho citato sopra non hanno mai sentito parlare e che però lamentano il loro silenzio.

Sono le stesse intellettuali e giornaliste, che ora ci chiamano a raccolta chiedendoci di smettere di tacere, che non hanno mai voluto vederci e raccontarci.

Io come sempre sarò in piazza, ma io c'ero anche quando L'Unità si occupava d'altro e non tutte possono dire altrettanto.

mercoledì 26 gennaio 2011

Di chiacchiere, distintivi e adorazioni modaiole.


Ultimamente adorare Concita De Gregorio va molto di moda.
E' tutto un "Concita di qua, Concita di là"; tutti a condividere e commentare con solerzia i suoi editoriali, ad applaudire fino a spellarsi le mani quando appare in televisione.

A me invece non piace. E giuro che non è per partito preso. C'ho pensato su parecchio.

L'Unità a casa mia si è sempre letta.
Quando ero piccola soprattutto al lunedì, perché sono vecchia e ai miei tempi La Repubblica il lunedì mattina non usciva.
Poi c'è stata la chiusura e mi ricordo una specie di lutto in famiglia: non si trattava di un giornale qualsiasi, stava chiudendo il giornale di Gramsci! Ma come si fa a far fallire quel giornale?
Quando poi è tornata in edicola, abbiamo cominciato a comprarla ogni giorno, anche perché Colombo prima e Padellaro poi -secondo  noi- stavano facendo un buon lavoro.
Poi è stata la volta della De Gregorio.
Mi era capitato di leggere le sue cose su La Repubblica, ma non mi sembrava propriamente un futuro premio Pulitzer.
Ma già  il fatto che una donna diventasse direttore di un giornale importante e con una storia come è L'Unità era una cosa epocale, importante e quindi io ero strapiena di belle speranze.

E proprio mentre io speravo, viene la minigonna. Merda!
L’Unità usa lo stesso linguaggio del peggior pubblicitario: culo per vendere. Un culo in primo piano per vendere il giornale di Gramsci, il giornale che è stato clandestino, un giornale serio, non un tv magazine, insomma.
E poi che roba è ‘sto formato da free press?
Ok, calma… il mondo si evolve, va avanti, non si può restare fermi al passato (ma la faccenda della minigonna non gliel’ho perdonata).

E comincio a leggere gli editoriali della direttora (o direttrice? Mica lo so come si deve dire).

Non so. Non capisco. Devo certamente avere qualcosa che non va.
Perché non mi fomento anche io leggendoli? Cos’è che mi sfugge? A me sembrano tutti il riassunto del giornale in edicola, scritti come un tema del ginnasio.
Mi sembrano infarciti da una montagna di luoghi comuni ben studiati per indignare e fomentare al momento giusto.
E anche quando va in televisione, raramente mi trovo ad applaudirla. Cielo, sarò mica misogina?

Vabbè, in fondo non è che ci possono piacere sempre le stesse cose: essere di sinistra non vuol dire dover adorare chi si presenta (o viene presentato) come intellettuale di riferimento.

Poi i fatti di Arcore, di festini, prostituzione e bla bla.
E l’
appello accorato: dove siete, donne?
E tutti in coro: "Ooohhhh, macchebbrava! Si si si ma dove sono le donne? Aspe, corro a firmare l’appello."

Solo che le donne ci sono eccome. Sono quelle che sono andate in giro per i consultori di Roma contro la proposta di legge Tarzia. Sono quelle che sono andate al Palazzo delle Esposizioni o all’Ambasciata Messicana dopo l'omicidio di Susana Chavez. Sono quelle che scendono in piazza coi lavoratori, gli studenti, i migranti. Sono quelle che fanno rete, che si informano, che si incontrano alle assemblee, nei collettivi. Sono quelle che vanno fuori dai CIE, i lager di casa nostra.

E non sono poche né tantomeno silenziose.
Strano che proprio L’Unità non se ne sia accorta.

Comunque, io ieri pomeriggio sono stata a Montecitorio e Concita De Gregorio non era lì. O magari sono stata tanto sfortunata e lei se n’è andata subito prima del mio arrivo.

È comodo lanciare appelli per la rivolta delle donne quando si è ben sedute al caldo e c’è sempre qualche stronza che andrà fuori a schiattare di freddo nell’indifferenza generale.
Ci vorrebbe un minimo sindacale di coerenza, altrimenti si è solo “chiacchiere e distintivo”.