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mercoledì 21 aprile 2021

Il tempo giusto.

 

 
Quando il vecchio che abitava a due passi da casa nostra al paese mi mise le mani addosso, strusciando il pisello duro contro di me dicendomi all’orecchio con quel suo alito fetido “dopo vieni alla baracchetta”, io non dissi niente: mi limitai a divincolarmi e scappare. Ricordo che lo feci sorridendo correndo giù per la discesa che collegava le nostre case. Tornai a casa e non dissi niente a nessuno.

Mia mamma e mia zia capirono che qualcosa non andava perché da quel momento smisi di andare a giocare coi gattini nati da poco, col bellissimo cane Giordano e a chiedere a sua moglie e a sua cognata (abitavano nello stesso borghetto, due case attaccate e davanti l'aia con la legna) di poter fare la colazione “dei grandi”, quella che preparava per suo figlio che tornava dal primo giro in stalla.

Dissi di no a nonna quando mi chiese di andare a portare alle due donne, due meravigliose vecchiette che mi adoravano, un pacco di zucchero e uno di caffè.

Mamma e zia mi presero da parte e mi fecero parlare.

Mi ricordo benissimo la faccia terrorizzata di mamma e quella incazzata di zia. Avevo otto anni e le estati al paese erano bellissime, sia io che la mia famiglia non pensavamo che nulla lì avrebbe potuto essere un pericolo, a parte i cani pecorari della famiglia che abitava in fondo alla curva, prima che la strada diventasse sterrata e si infilasse tra i campi verso le stalle.

Mi dissero di non dire nulla a papà e ai miei zii, credo pensassero che lo avrebbero fatto a pezzi, ma mi dissero anche che non avrei dovuto mai più andare sola in quelle case, che avrebbero detto loro a nonna che non ero una bimba disobbediente e che zucchero e caffè lo avrebbero consegnato alle due donne quando sarebbero tornate dalla stalla passando davanti casa nostra.

Io non lo dissi.

Ricordo che una volta ero con mia zia sulla strada che porta alla fonte e lo incontrammo. Lui salutò, lei gli sibilò che non avrebbe mai dovuto nemmeno guardarmi, gli diede uno spintone. Lui farfugliò qualcosa, ma bastò lo sguardo di zia per farlo tacere. Giorni dopo portava sulle spalle la statua della Madonna durante la processione. Ricordo che la cosa mi pareva assurda, pur non venendo da una famiglia religiosa, il suo comportamento mi pareva stridere fortemente con quello che mi era stato detto sulla Madonna e sul cristianesimo in generale. 

Fino al giorno in cui è morto non mi ha mai più rivolto la parola, io non sono mai salita a vedere i gattini e solo da adolescente ho ricominciato ad andare sola a salutare le vecchiette, che mi dicevano "te si' fatta forestiera" senza sapere quanto mi dispiacesse non andare più a trovarle.

Mi sento ancora oggi, a 41 anni, in colpa per non aver detto niente, perché lui aveva due nipoti, una di loro con un grave ritardo, e una parte di me ancora trema all’idea che quella ragazzina passasse settimane in quella casa durante le vacanze.

Credo che mio padre e gli zii lo abbiano saputo dopo la morte di mia madre, trent’anni dopo, mentre a tavola tutti insieme ci raccontavamo degli anni passati, di come passavamo le estati tutti insieme lì, di quanto fosse bello.

Ora, io non sono stata stuprata e so bene che la mia esperienza è parecchio diversa da ciò di cui si sta tanto discutendo in questi giorni, ma lo sto raccontando (di nuovo, ogni tanto mi scappa)  per dire che no, cari e care, non esiste un “tempo giusto” per denunciare una violenza.

Le donne che denunciano una violenza non vengono mai credute. La loro vita, le loro abitudini sessuali, tutto è passato al setaccio, perché quello che davvero conta è accusarle, demolirle, colpevolizzarle.

Lo si capisce benissimo (ri)guardando "Processo per stupro". Quasi nulla pare essere cambiato da allora.

C'è poco da stupirsi, quindi, se tante donne decidono di non denunciare.
Alcune non denunciano mai e vivono tutta la vita senza dire a nessuno quello che è successo, tenendosi dentro un segreto enorme e doloroso.

Alcune donne hanno paura, altre vogliono solo rimuovere e andare avanti, altre ancora sono devastate dal senso di colpa (sì, capita a molte di sentirsi in colpa per essere state violentate).

Dire che “non può essere stato stupro” perché la denuncia è mancata, o è stata "tardiva", o lei non ha urlato abbastanza, non ha addosso abbastanza segni, non è stata capace di dire un chiaro “no”, era ubriaca, stava flirtando, è un’ulteriore violenza, subdola e dolorosissima. Un'ulteriore vittimizzazione che sposta completamente l'asse del discorso, dimenticando chi la violenza la agisce, per concentrarsi sulle pesunte mancanze della vittima.

Ridere dello stupro, fare battute, minimizzare, è violenza.
È complicità.
Ed è una delle più chiare manifestazioni della cultura dello stupro, che nel patriarcato si nutre e sguazza.

mercoledì 18 novembre 2020

Tipo Magda

Mi sento come Magda. 

Non ce la faccio più.

Il licenziamento, il lavoro che  non trovo, la pandemia, tutto.

Sono esausta. 

Stare a casa senza uno scopo.

Studiare per un concorso che non vincerò mai.

I bambini che mi monopolizzano, la solitudine, l'ansia.

Non avere tempo per le mie cose, la piscina, il cinema, la birra delle 18 al pub sotto casa, le amiche (sì, lo so, è cosa comune in questo periodo).

Sono esaurita, mi sento vuota, stanca, triste.

Passerà.

Passerà?

 

lunedì 6 agosto 2018

Cose di maternità.

La doverosa premessa è che dal femminismo ho imparato a parlare per me. E che il personale è politico.
Quindi quello che dirò qui non è altro che la mia esperienza, che spero possa essere interessante  per altre che magari come me si sentono strette in un ruolo in cui con belle parole e discorsi illuminati pare che chiunque ci voglia relegare.

Lo spunto lo prendo dal titolo di un articolo su Chiara Ferragni, che avrebbe dichiarato di avere interrotto allattamento al seno perché “non mi annullo per un figlio.
Non ho letto l'articolo, non so cosa abbia effettivamente detto e in tutta franchezza mi interessa poco.
Ciò che davvero mi interessa sono le reazioni e i commenti di tante e tanti a quel titolo. Commenti in larga parte parecchio beceri, spesso volgari e ovviamente profondamente sessisti.
La “baldracca" è una “lurida" che se proprio non ha voglia di annullare allora non avrebbe dovuto fare un figlio, visto che l’annullamento di sé sta “nel pacchetto” quando partorisci. 
Non solo, l'allattamento al seno è osannato come il solo modo giusto di nutrire la prole e poco importa se non hai abbastanza latte o se la sola idea di passare le tue giornate a tette al vento mina la tua sanità mentale. Le buone madri si sacrificano, si annullano, si mettono sempre e comunque in secondo piano rispetto alla luce dei loro occhi.

Appena rimasta incinta ho pensato che mai e poi mai avrei allattato a richiesta: l'idea di essere un bar perennemente aperto mi faceva orrore.
“Vedrai”, mi dicevano, “funziona così”, “devi". Nessuna alternativa possibile.

Con due gemelli non ho nemmeno mai pensato di provarci, non potevo nemmeno immaginarmi tutto il giorno con due poppanti attaccati al seno.

I miei bambini, fortemente e faticosamente voluti, sono nati prematuri e sono stati in ospedale quasi due mesi, la prematurità e il basso peso gli hanno dato delle difficoltà ad attaccarsi alla tetta e io ero parecchio provata.
Ci ho provato, eh.
In ospedale non facevano che dirci quanto il latte materno fosse fondamentale per dei bimbi prematuri.
Mi svegliavo alle 6 per tirarmi il latte e poi ogni quattro ore fino al momento di uscire per andare in ospedale, dove lo tiravo ancora per garantirgli le otto poppate giornaliere (che per due fa sedici).
Una volta venuti a casa non ho avuto tempo, voglia e testa per continuare così, quindi ho dato il mio più caloroso benvenuto alla Formula e ho comprato sedici biberon.

“Dovresti continuare a provare”.
“È stata l'esperienza più bella della mia vita".
“È un altro tipo di contatto, più intimo, col biberon non lo potrai mai provare”.
“Chiama una consulente”.
“Negli ospedali dovrebbero incentivare l'allattamento al seno”.
Quest'ultima frase mi ha sempre fatto venire in mente suor Evangelina di “Call the midwife", che dopo aver obbligato a furia di sensi di colpa una donna ad allattare, una volta visto che la puerpera stava impazzendo e la bimba morendo di fame, si converte al latte artificiale e chiede scusa alla donna per non averla ascoltata e capita.
Ecco, alcune fan del latte materno che ho incontrato sono state come un muro e con me hanno avuto l'effetto esattamente contrario a quello che avrebbero voluto.
Per fortuna mi è venuto sempre in soccorso il mio pessimo carattere.
Non ho mai avuto paura di dire che la gravidanza non è stata in alcun modo il periodo più bello della mia vita, che non ho mai passato notti insonni a vegliare rapita sul sonno dei miei figli, che credo che il co-sleeping sia una forma di tortura.
A volte ho parecchio esagerato, ma tant’è.

Ma pare che certe cose una madre non le possa nemmeno pensare, figuriamoci dire ad alta voce. Questo ti rende in primo luogo una pessima madre e subito dopo una che evidentemente deve avere dei problemi, perché una donna che, come avrebbe detto Ferragni, non vuole annullarsi per la prole non può che essere una che non sta proprio bene.

E la cosa divertente è che questo tipo di discorsi non vengono solo dalle tanto vituperate “mamme pancine” (ma esistono, poi? Sono davvero come le dipinge quel tizio su Facebook? Anche su questo sarebbe interessante aprire un capitolo) o da qualche bigotta ultracattolica votata al sacrificio, ma anche da donne che fino all’attimo immediatamente precedente al test di gravidanza parevano avere un altro tipo di idea e di desiderio per la propria vita e anche della figura materna.

Questi pochi mesi da madre mi hanno fatto pensare che sarebbe ora di scardinare dalle fondamenta un'idea di maternità che nonostante le belle parole ci vuole sempre in secondo piano rispetto alla prole, sempre e comunque in disparte, con i nostri desideri e le nostre necessità messi in un angolo.
E questa pare essere un'idea di maternità ampiamente condivisa, a destra e a sinistra, tra le/ i maschiliste/i più o meno consapevoli, tra le/i bigotte/i di ogni generazione e da certe femministe, che pare abbiano come unico pensiero il “corpo generativo delle donne”, con buona pace di quelle che 'sto "corpo fertile" non ce l'hanno.

Da femminista, da donna e -incidentalmente- da madre credo che sarebbe interessante e importante riappropiarci anche di questo, di rivendicare le nostre paure, difficoltà, disagi, i nostri desideri e le nostre aspirazioni, di non lasciare che a parlarne sia chi ha come faro quello della madre chioccia che vive per i propri figli e figlie.

Insomma, onestamente, i ragazzini rompono i coglioni? Sì.
Sono a volte talmente insopportabili da farci quasi pentire di averli voluti? Sì.
Li amiamo? Sì.

Per fortuna ho ricominciato a fumare.

sabato 9 dicembre 2017

Robe di panza.

E niente, quando sei incinta da te ci si aspetta molto. 
Dovresti avere uno sguardo diverso, rapito, pieno di amore.
E la pelle del viso luminosa e distesa.
Ed essere sempre sognante, quasi assente, in estasi.
Dovresti salutare ogni mese che ti avvicina al parto con gioia e tripudio, ma non troppo, perché il pancione ti mancherà.
Dovresti farti foto artistiche (se poi ci sta un* sorella/fratello che bacia la pancia molto meglio, so' almeno 50 punti) e lamentarti dei dolori, senza dimenticare di sottolineare come tutto questo faccia parte del periodo più bello della tua vita.
Perché per chi hai intorno solo ora sembri essere davvero donna, davvero realizzata e davvero hai trovato il tuo posto nel mondo.

Cazzate.

Intendiamoci, io ho voluto questa gravidanza, c'ho messo pure un po' a rimanere incinta, sono felice di esserlo e non vedo l'ora di conoscere la prole, ma mentirei se chiamassi questi  mesi "il periodo più bello della mia vita".

Seriamente: non posso bere, non posso fumare, non posso prendere il motorino, niente affettati, salumi, cozze&vongole e altre mille "no" che in tutta onestà sono una gran rottura di palle. 
Mi tocca girare per Roma coi mezzi pubblici, mi si gonfiano i piedi e non mi entra più niente, soprattutto quei jeans in cui avevo faticato tanto a rientrare. 
Non posso dormire a pancia in giù e non posso prendere medicinali, io che sono una grande fan della chimica.
Mi formicolano le mani, sto scomoda e ho le sise troppo ingombranti.
E mi sento un mezzo cesso, altro che "come sono belle le donne incinte".
Dai, davvero "il periodo più bello della tua vita" dovrebbe includere emorroidi, caviglie gonfie e problemi intestinali? E la mia è anche una gravidanza facile, eh.

E poi ci stanno le persone che paiono godere nel dirti quanto la tua vita sarà una merda per i prossimi decenni.
Pare quasi esista una sorta di elenco disponibile per chi è già genitore da almeno 10 minuti con tutte le cose che non potrai fare almeno fino a che la prole non lascerà il nido.

Stando a quanto mi dicono non dormirò mai più, non mangerò mai più fuori, mai più pub, cinema e tantomeno mare, al massimo vacanze in Trentino. A me, che la montangna in estate la vedo come il peggiore dei gironi infernali.

"Vedrai" è la parola che mi sono sentita ripetere più spesso da quando ho reso pubblica la mia gravidanza.

Fortunatamente sono stata cresciuta da due tizi che andavano a mangiare fuori, spesso portandomi con loro, che mi hanno portata in campeggio che ero piccola e mi tenevano in spiaggia tutto il giorno. Ho avuto una madre che andava in vacanza sola con la sua amica Guga lasciandomi a casa con papà e un padre che ogni sabato si inventava qualcosa da fare insieme, che mi ha portata al cinema, nei musei, in bici a Villa Pamphilij.
Ripensare alla mia infanzia mi fa capire cosa voglio e non voglio fare con 'sti due cosi in arrivo.

E poi, come diceva Nonna Adriana, io so' impunita e a costo di chiudermi a chiave a piangere nello sgabuzzino non darò mai a nessun* la soddisfazione di dirmi "te l'avevo detto".


lunedì 8 maggio 2017

Dieta.

Il mese scorso mi sono messa a dieta.

A settembre ho smesso di fumare e ho fatto un ciclo di cure farmacologiche che mi hanno fatto prendere peso. 

Niente di esagerato, forse, ma quei chili in più non mi fanno sentire bene.


Ho cominciato a mettere magliette larghe per coprire panza e culo, ad evitare lo specchio e a sentirmi a disagio in piscina.

Quindi sono corsa ai ripari e mi sono affidata ad una professionista.


Ovviamente ho cominciato a piagnucolare su Facebook, postando foto e video in cui mi ingozzavo di songino. 

Le trovavo divertenti e soprattutto credevo fosse piuttosto ovvio che condividere foto tristissime di insalate scondite fosse una cosa fatta per cazzeggiare e farmi compatire.


E invece quelle foto mi hanno aperto un mondo.

Tra chi ha consigliato di rassegnarmi al fatto che non ho più vent'anni e quindi ormai devo accettare il mio essere floscia e chi mi ha trattata come una mentecatta che si nutre di aria rischiando non so bene che malanno, ho letto ogni tipo di reazione.

Credevo, sono sincera, che la gente avesse una diversa considerazione della mia persona, invece mi sono sentita trattata come una specie di mentecatta che non vuole accettare di non essere più la ragazzina secca di quindici anni fa.

Messaggi privati, consigli non richiesti, battute più stupide che divertenti... la cosa mi ha sorpresa.

E quindi ho continuato a condividere foto e post sulla mia dieta, per vedere le reazioni dei miei contatti.

"Ma che te frega", "Ma che lo fai a fare", "Ma stai benissimo così", "Ma come fai senza birra", "C'avrai la bilancia rotta" e via dicendo.

Nessuna (parlo al femminile, perché sono le donne quelle che si sono dimostrate maggiormente "interessate" al mio nuovo regime alimentare) mi ha supportata, nessuna mi ha chiesto se ora sto meglio, se faccio fatica, come mi sento. 

Ieri EddieVedder, il mio cane, ed io abbiamo vinto una medaglia di bronzo ad una gara di jumping. Ovviamente ho riempito Instagram e Facebook di foto. 
La maggior parte dei commenti erano sul mio corpo invece che sul podio.

Questo per dire che sul corpo delle altre tutte hanno sempre moltissimo da dire e quindi abbiamo poco da stupirci se viviamo in un paese in cui una donna non è libera di lasciarsi crescere i peli sulle gambe o di non depilarsi le ascelle senza che chiunque si senta in diritto di giudicare.

Mi sono chiesta anche se queste reazioni possano essere in parte legate al mio dirmi femminista.
Banalmente: può una che si dichiara femminista volere un certo tipo di corpo?
Mi ha ricordato quando anni fa ad un corteo le mie gambe e le mie ascelle lisce furono oggetto di grosse discussioni da parte di due tizie che volevano convincermi che il mio essere depilata fosse il segno di quanto io fossi serva del patriarcato.

Se tante sono così pronte a giudicare la scelta di una persona di mettersi a dieta, di cosa ci stupiamo se nella colonna destra de La Repubblica si contano "i difetti delle star" e i buchi di cellulite della starlette del momento?


Ah, ieri dopo la gara ho mangiato le pappardelle al cinghiale.

[Se vi riconoscete in questo post, per favore, non venitemi a spiegare i vostri commenti alla mia dieta.]




lunedì 29 febbraio 2016

A questa terra di terra e sassi.*





Quando sono nata pare che mio padre abbia brindato con Bibbi e ascoltato questa canzone.
Poco originale, forse, ma io sono del '79 e ci stava proprio bene.

Chissà come hanno festeggiato la tua nascita i tuoi papà, Tobia Antonio. Secondo me hanno cantato e brindato come fanno i genitori felici di vedere il proprio figlio/a.

Spero che non si siano lasciati distrarre dalla merda che questo paese gli sta gettando addosso, che sta gettando addosso addirittura a te, ma non ho dubbi che i loro occhi e il loro cuore siano troppo impegnati a riempirsi di te per perdere tempo con tutto il resto.
E guarda che il resto fa schifo parecchio, eh.
Qua siamo campioni e campionesse dello schifo e mi spiace davvero dovertelo dire, ma certe cose è bene saperle al più presto.

La tua nascita sta scoperchiando vasi pieni di merda e in qualche modo forse è anche una cosa buona. Con la tua nascita ipocriti/e, falsi/e, omofobi/e, bigotti/e stanno uscendo allo scoperto e sono anche tra i/le più insospettabili. 
Se non altro io so ancora meglio da che parte stare.

Ma in fondo cosa importa, è nato un bimbo e c'è solo da festeggiare.

Come disse una coppia di amici alla nascita del loro bimbo: "che la gioia sia arcobaleno", perché per una gioia così non bastano tutti i colori del mondo.

E poco importa l'orrore di chi sta blaterando del tuo futuro, come se bastasse essere figlio di una sana coppia etero per vivere felici e senza problemi.

Queste per te e per la tua famiglia sono belle giornate e spero per voi che ce ne saranno tante e tante altre.

C'è una canzone pure per te, l'ho canticchiata leggendo le schifezze che hanno vomitato sui tuoi papà e mi sono chiesta se te l'ha già cantata qualcuno.


Auguri e benvenuto.
Sarà dura, ma ci saranno anche tante cose belle.









* Francesco De Gregori, Raggio di sole, 1978

giovedì 19 marzo 2015

Momenti di estremo romanticismo filiale.

Ma sì, che me frega.
Diamo un po' di romanticismo a questo blog.

Quindi, auguri a mio padre.

Auguri perché mi avrà portato al Pigorini mille volte.
Perché mi portava al cinema.
Perché mi comprava Airone junior e L'Illustrazione dei Piccoli.
Perché mi portava a villa Pamphilj e si sdraiava a leggere il giornale su un tronco che pareva messo lì apposta.
Perché andavamo in bicicletta. Prima sul seggiolino della sua Bianchi blu (è una Bianchi, pa'?) e poi in giro con la mia adorata Bmx.
Perché per la festa della mamma andavamo a prendere l'azalea a piazza del Popolo.
Perché faceva fare il giro in moto ai miei compagni e alle mie compagne di classe prima di scuola.
Perché remava sodo per farmi fare il bagno al largo.
Perché prendeva il polpo per farcelo vedere e poi lo rimetteva al suo posto.
Perché mi ha messo le bombole.
Perché giocava coi lego pure se una volta ha distrutto la casa costruita con tanta fatica.
Perché guardava i cartoni delle 8, esclusa Milly, un giorno dopo l'altro che proprio non la sopportava (ma non se lo ricorda).
Perché quando mi vestiva per andare a scuola cantava "per te che di mattina svegli la tua bambina e poi, la vesti per andare a scuola e al tuo lavoro vai" (secondo me non si ricorda manco questa).
Perché non sapeva cucinare praticamente niente altro che l'uovo frittellato e ora invece è un cuoco provetto.
Perché provava a farmi i codini (con scarsi risultati) e mi chiamava "cocker".
Perché cantava "su comunisti della capitale" in macchina e "il pescatore" al ritorno dalle passeggiate in montagna.
Perché mi faceva il bagnetto e mi dava le pasticchine per i denti (non so perché io le ricordi con tanta nostalgia).
Perché mi ha comprato la pista Champion Polistil e due pile di libri per la Befana.
Perché non mi ha mai detto "non sei capace" (nonostante la matematica e le ossidoriduzioni).
Perché mi ha insegnato a difendermi da sola.
Perché mi ha insegnato a leggere.
Perché in spiaggia faceva sempre il vulcano e mi faceva fare i tuffi.
Perché mi ha insegnato a montare la tenda e a guidare il motorino (la macchina no: abbiamo resistito una lezione, poi abbiamo litigato). 
Perché commenta UPAS meglio di qualsiasi blogger.
Perché abbiamo litigato tantissimo.
Perché "da tanto ride annamo a piagne".

E perché quello che ha fatto e sta facendo in questi ultimi anni non ci sono le parole per dirlo.

E mo' vergognati, pa'.

P.s. ti voglio bene, ma non ti porterò i bignè ché oggi c'ho da fare.


Agosto 1979

mercoledì 22 ottobre 2014

Sala d'attesa.

Roma, Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini.
Reparto di Ostetricia e Ginecologia.

Tre donne in corridoio aspettano il proprio turno col bigliettino in mano, dopo che il marito di una di loro ha litigato a suon di "me stai sur cazzo" e "anvedi sto pezzo demmerda" con un tizio delle pulizie per questioni di numeretto preso per la moglie che sta per arrivare.

Arrivano due donne arabe, entrambe incinte, con una bimba di rara bellezza sul passeggino e chiedono informazioni alle tre. 
Una delle tre sta leggendo, ma risponde facendo notare che "se sei incinta passi avanti a tutte, mi pare ovvio".
Arriva anche un'altra donna, slava, biondissima, che prende il suo numero.
Ciascuna col suo numeretto, le tre nuove arrivate vanno in sala d'attesa.

Una delle tre donne che abbiamo conosciuto all'inizio dice alle altre a voce bassa: "So' tutte straniere. Ci sono più straniere che italiane".

Quella che legge ingoia una bestemmia e tace.

L'altra risponde ridendo col suo accento dell'Est: "Ahahaha! Sì, sono straniera anche io."

Quella che legge non ce la fa più.
"Sa, una delle poche cose buone che abbiamo qui è il servizio sanitario nazionale per tutte e tutti, al di là della provenienza geografica. Fino a che non ce lo tolgono, godiamocelo. E poi voi pagate come noi, quindi ne avete lo stesso diritto".

La "straniera" ridacchia, l'altra vorrebbe sprofondare.

La lettrice non riesce a reprimere la sua vera essenza, l'acidità, quindi  si rivolge proprio a lei, che si sta pentendo tantissimo: "E poi, scusi, ma a noi cosa tolgono le straniere qui?"

"EHM... no... cioè... volevo dire... AH! Il due sono io! Tocca a me!".

La lettrice è contenta, anche se forse avrebbe voluto litigare un po' (è da ieri che je rode).

martedì 14 ottobre 2014

Dodici anni.

Una ragazzina che viene in piscina con me quest'anno non ha ricominciato il corso.
Suo padre mi ha detto che "si è inquartata" (ingrassata, alla romana) e che anche se il medico ha consigliato di fare movimento, lei non è voluta tornare in piscina. "E poi peccato, perché era pure forte", mi ha detto.

Ho pensato a quella parola: "inquartata".
So per certo che lui non voleva usarla in senso dispregiativo e da come mi parlava mi è parso chiaro che fosse sinceramente dispiaciuto per la scelta della figlia.

Il problema mio è che a certe cose, a certe parole, ci ripenso.

E allora ho pensato a una ragazzina di dodici anni che ha sempre nuotato, che era brava e che dopo essere ingrassata non vuole più farlo.
Ora, magari si è solo stufata della piscina, può essere, ma ormai non posso smettere di pensare a quanto siamo condizionate dal nostro aspetto, quando non è perfettamente rispondente ai canoni imposti. E il condizionamento inizia sempre prima.

A dodici anni cominci a vergognarti del tuo corpo, ti guardi intorno e vedi che i canoni di bellezza sono lontani e non ti appartengono. E poi cominci a crescere, il corpo cambia, crescono i seni, i primi peli, la panzetta...
È normale, fa parte del "gioco", ma a volte fa male. Tanto.

Io col mio aspetto c'ho fatto pace tardissimo, quindi credo di capirlo.
Ormai questa cosa l'ho elaborata, ma a dodici anni non hai le capacità per farlo. Non sai nemmeno che si possa fare.
A dodici anni vedi le amiche più carine, più bionde, più magre, con gli occhi più azzurri, più alte e poi vedi te, coi tuoi capelli sempre sconvolti, secca come un chiodo, piattissima e con le sopracciglia troppo folte. Se poi ci metti pure gli occhiali e l'apparecchio ce le hai tutte (ogni riferimento a me medesima e a E.D.Z è puramente casuale).
Che ne sai del resto?
Ma soprattutto, che te ne importa del resto?
A dodici anni "il resto" è quello che vivi ogni giorno.

È ipocrita dire che non rispondere a certi canoni estetici "non è un problema", perché per moltissime questo non è vero (e senza per forza dover parlare di mentecatte -perché purtroppo spesso una donna/ragazza che "tiene" al proprio aspetto viene dipinta come una mezza cretina- o di patologie).

Forse dovremmo cominciare a pensare a come far capire alle ragazzine che quei canoni non solo non sono reali, ma soprattutto non sono una "necessità", ribadendo però allo stesso tempo che ognuna ha il diritto di essere magra, bella, curata e depilatissima, se questo le piace e la fa stare bene. 
Come femministe innanzi tutto. 

Boh, non lo so nemmeno io cosa voglio dire.
Solo che ieri ci sono rimasta di merda.
 
E mi sono ricordata di quanto mi sono sentita un cesso assoluto per decenni.





Consigli di lettura:
Francesca Sanzo (Panzallaria), Il peso della discriminazione.
Sabrina Ancarola (Mini racconti cinici), Sta arrivando l'estate... pauraaaa!!!; È colpa mia.

martedì 10 giugno 2014

Metti una sera coi Pittori Anonimi Trullo.

Quando dici che abiti al Trullo la gente fa una specie di smorfia, è un gesto involontario, certo, ma c'è.

Il Trullo, la periferia, la borgata, la criminalità, la banda della Magliana, la droga, che orrore.

Pochi sanno che al Trullo Pasolini ci veniva a girare i film e giocava a pallone coi ragazzini del quartiere.
Pochissimi sanno che Gianni Rodari ha scritto "La Torta in Cielo" con i bimbi e le bimbe delle «scuole elementari Collodi, borgata del Trullo, Roma, tra gli scolari della Signorina Maria Luisa Bigiaretti che hanno finito la quinta nel ‘64».

Poi ci sono stati i comitati proletari, le lotte per il diritto alla casa, le occupazioni, le associazioni che rendono alla comunità luoghi altrimenti abbandonati al degrado e all'oblio, come la ex scuola Baccelli, il cinema Faro, la BiblioTrulloTeca.
E le decine di aree archeologiche e culturali che circondano il quartiere, che io nemmeno conosco e che da quando è in pensione mio padre visita una volta a settimana con un'associazione che organizza visite guidate.

Dice il mio vicino di casa che negli anni '70 sono successe tante cose qui e prima o poi me le farò raccontare tutte, anche perché lui ha un archivio fotografico sul quartiere da fare invidia, come quella con i ragazzini di Monte delle Capre che tengono una torta con scritto "W il proletariato infantile" o qualcosa del genere.

E però la gente questo non lo sa.
Per molti siamo una borgata triste e dimenticata, buia, sporca, malfamata, pericolosa.

E invece no.

Certo, non è mica rose e fiori, eh.
Il degrado, la sporcizia, l'incuria e l'assenza delle istituzioni ci sono eccome e a volte non rendono facile vivere qui.

Però c'è anche vivacità, c'è voglia di migliorare, di portare il Trullo fuori dallo stereotipo che lo accompagna. 

I primi a farsi conoscere credo siano stati i Poeti der Trullo, ragazzi del quartiere che scrivono i loro versi sui muri, raccontando le loro e le nostre vite.

E poi da qualche tempo sono arrivati i colori.

Colori bellissimi, allegri, che cancellano il grigio dei lotti delle case popolari, nate per volontà fascista come dimore per gli italiani che tornavano in patria alla vigilia della guerra e per i romani cacciati dai loro quartieri, rasi al suolo in nome della "grandezza" di Roma.

Non si sa chi sia, ma c'è qualcuno che la notte prende pennellessa e secchi e colora i palazzi, le scale, i muri del quartiere.

Sono i Pittori Anonimi del Trullo e sulla loro pagina facebook scrivono una cosa semplice e fondamentale:
"un tocco di colore un colpo di ramazza al Trullo. Non cambiamo quartiere. Cambiamo il quartiere per chi ci vive, per chi ci passa, per me, per te, per loro, per tutt*".


Lola e il cucciolo sulla piazzetta della chiesa
Non è come a Testaccio, Pigneto o san Basilio: non ci sono nomi importanti, niente associazioni, niente tg, ma solo gente del quartiere che lo vuole diverso, bello, colorato, pulito e accogliente e che la sera si mette una tuta bianca e comincia a colorare. 

Stasera sono stata con loro.

Come al solito arrivo in anticipo.
Mi siedo sui gradini della chiesa per avere la massima visuale sulla piazza. 
Alla mia destra c'è una fila di case popolari.
Odore di cibo, rumore di piatti, televisori che cantano "Luglio col bene che ti voglio", qualcuno suona. Mi pare un basso.

Sono le 21.
Una signora mi spia dalla finestra: che vorrà quella lì vestita di nero seduta a scrivere?
Mi guardo intorno e non passa nessuno. Mi sento sola e osservata, come nei piccoli paesi.
Due signore attraversano la piazzetta: "Guarda qui come hanno fatto bello" e non si ricordano a che piano sta la loro amica.

Io abito più su e qui sembra davvero un altro mondo.

C'è calma, ci sono alberi e panchine, ci sono spazi per "socializzare", quelli tipicamente voluti dal regime per controllare e indottrinare, per crescere bravi camerati pronti ad obbedire.

Dicono che quando Mussolini venne al Trullo, che allora si chiamava "Borgata Costanzo Ciano", padre di Galeazzo e tra i fondatori del partito fascista, diverse persone, notoriamente antifasciste, vennero fatte "sparire" per un po', per precauzione. L'Italia stava per entrare in guerra e i primi segni di cedimento del regime cominciavano a non poter essere più ignorati.

Dove sto io, invece, di panchine non c'è nemmeno il pensiero: l'abusivismo compulsivo non le ha previste.

Mi piace quaggiù.

Finalmente arrivano. Sono certa che siano loro.
Rimango al mio posto e li osservo. Aspetto che facciano qualcosa che li "sveli", perché un po' mi vergogno di andare e dire "ciao, siete i Pittori?".

Mi guardo intorno sperando di essere vista.

Giro una sigaretta. "Fumo questa a vado".

"Ehm... non so se sono nel posto giusto..."
"Se hai un appuntamento con noi sì. "

Fatto.  
Sono loro, mi stringono la mano, ricordano il mio nome perché gli ho scritto su Facebook.
"Di chi sei figlia? Di chi sei nipote?"
Spiego che non sono di qui, che sono "adottata" dal quartiere. 
"Bene".
Mi dicono che c'è uno col mio stesso cognome che abita proprio lì dietro.

"Stasera facciamo tutto quello" e mi indicano una palazzina.

Due chiacchiere mentre i Pittori Anonimi preparano secchi, teli e pennelli e si comincia. Ci danno pure la tuta per non sporcarci. Arrivano anche mia cugina e il suo compagno e una ragazza di un altro quartiere, anche lei ha visto le foto su facebook e vuole dare una mano.

Uno dei Pittori mi racconta che l'idea gli è venuta dopo un funerale.
La piazzetta davanti alla chiesa era sporca, triste, gli alberi non potati, le piante dell'aiuola secche, sporcizia, erbacce.
E quindi che si fa? Piangi e ti arrabbi o cambi le cose con le tue mani?
Loro hanno deciso di rimboccarsi le maniche e "cambiare il quartiere" per tutti e tutte. 

Arrivano i primi secchi di vernice: rosa, verde, giallo, lilla.

Lavoriamo tutte e tutti, chi pulisce il marciapiede dalle erbacce, chi stende i teli, chi prende misure, chi dipinge.

È faticoso, la pennellessa pesa, si sta in ginocchio (noi "nuovi" ci occupiamo del muretto), ma la soddisfazione nel vedere il colore è tanta.
Passano dei ragazzi e chiedono se vogliamo il caffè; sul muretto ci sono coca cola e limoncello.

Mentre lavo la pennellessa alla fontanella si avvicina un gruppo di ragazzini.
Una di loro, faccia da furbetta e vestito a fiori si gira verso gli altri: "Ah, io lo so chi sono questi: sono i Pittori Anonimi! Loro colorano di notte." e comincia farmi mille domande: "siete i Pittori Anonimi, vero? Che dipingete? Possiamo farlo anche noi?" 
"Ti piacciono questi muri colorati?" 
"Tanto!"
Un altro, invece, trova che siano "colori di merda".
Uno dei Pittori Anonimi gli offre una bella lezione: magari non ti piacciono e va bene, ma dire "di merda" offende chi sta lavorando per rendere più bello il quartiere in cui lui vive. Il ragazzino è perplesso e intimidito: fare una pessima figura davanti agli amici e alle amiche a dodici anni è pesante. Credo che se ne ricorderà. E poi è in netta minoranza, ai suoi amici il lavoro piace eccome.

È bello sentirsi parte di qualcosa, fare qualcosa di concreto e immediato per il proprio quartiere e per la gente che ci vive.

Oh, certo, non tutti sono d'accordo e c'è chi non vuole che la facciata della propria casa venga colorata: meglio il grigio ingiallito, le svastiche scritte sui muri, le parolacce, strati di manifesti strappati, non sia mai che un bel muro rosso possa svalutare l'appartamento!

Scalette
Ma il colpo d'occhio, quando si passa davanti alla piazza della chiesa di san Raffaele è bellissimo. E le scalette che portano a Monte Cucco sembrano di un'altra città.

Provate a vedere con la street view di google e poi passate a via del Trullo, a viale Ventimiglia, all'VIII lotto e capirete quanto è importante il lavoro dei Pittori Anonimi.

Mi hanno insegnato che Politica è  mettere le proprie energie, le proprie competenze, i propri desideri a disposizione di tutte e tutti, è mettersi in gioco, è sudore, è condivisione.
Anche questo, per me, è un atto politico.
Ecco, noi ieri non abbiamo semplicemente dipinto e pulito: noi ieri abbiamo fatto Politica per il quartiere e per chi lo abita. E abbiamo dato una bella lezione a Comune e Municipio, che spesso dimenticano i quartieri periferici.




Quando ieri sono andata via ho ringraziato: "Che bel lavoro che state facendo, grazie".
"Be', ci stai pure te, l'hai fatto pure te."

E quanto è bello fare!