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venerdì 11 aprile 2014

Di capoliste, veline, culi&tette.

Renzi è il perfetto prodotto di vent'anni berlusconismo. 
Come Berlusconi, anche lui prima che un politico è un venditore e a differenza dei suoi compagni di partito sembra essere capace di fare del "buon" marketing. 
I suoi reboanti annunci piacciono molto, la sua aria tronfia e il suo atteggiamento strafottente lo hanno portato a diventare segretario di partito e poi Presidente del Consiglio in tempi brevissimi. 
Le battute, la mimica, i tweet alle 7 del mattino, il discorso a braccio con le mani in tasca al Senato... tutto è studiatissimo, non c'è nulla di spontaneo, ma evidentemente funziona.

Dice Ida Dominijanni che Renzi centellina una sorpresa al giorno e ha bisogno di un titolo al giorno, quindi la sopresa di questa settimana, dal momento che in questo paese una legge decorosa sulla rappresentanza di genere pare non essere nemmeno immaginabile, il Presidente del Consiglio fa la sua mossa a effetto, candidando tutte donne capolista per le elezioni europee.

Si sa, alcuni maschi, soprattutto quando comandano, ci tengono molto a mostrarsi illuminati e lo spottone delle donne capolista alle Europee pare stia dando i primi frutti.
Leggo di uomini che si sentono parecchio fichi per il loro essersi fatti "da parte" e di donne che ringraziano felici la cortese elargizione del capo.

"Come è buono e moderno il nostro segretario presidente! Lui sì che ci tiene a noi donne."

Il fatto che mettere cinque donne capolista non abbia niente a che vedere con una seria presa di posizione sulla democrazia paritaria non pare essere un problema.
Quello che conta è lo spot, l'immagine, il titolone in prima pagina.

Vent'anni di berlusconismo, appunto.

A me non resta che prendere atto che a molte donne queste cortesi elargizioni piacciono: sono molto meno faticose che uscire e prendere quello che spetta loro e  spesso non sono troppo impegnative.

Tanti applausi, dunque, e poco conta, ad esempio, che in Europa il PD sia quel partito che ha aiutato ad affossare la Risoluzione Estrela : ci sono cinque donne capolista, vuoi mettere? 

Sì, c'è quella storia delle preferenze, ma Matteo (Matteo come Silvio, non c'è nemmeno più bisogno del cognome) ha dato visibilità a cinque donne! 

Oh, certo, c'è sempre questa storiaccia della disoccupazione e dell'inoccupazione femminile, dell'attacco continuo all'autodeterminazione delle donne, alla Legge 194, dei compiti di cura della famiglia che continuano a ricadere solo sulle donne come da italica tradizione, ma ci sono cinque donne capolista. 
Cinque. Mica una!

Comunque, Beppe Grillo, che usa volentieri l'insulto sessista come arma politica, che invita la parte peggiore del suo elettorato a insultare, delegittimare e minacciare l'avversaria politica usando battute da bulletto di terza media, deve aver apprezzato parecchio l'assist del suo nemico giurato e quindi le cinque capolista diventano "veline".

Interessante notare che nel fotomontaggio (bruttino, ad essere sincera: con tutti quei soldi Beppe potrebbe assumere grafici migliori), ci siano solo quattro delle capolista del PD.

Non c'è, infatti, Caterina Chinnici, magistrata, figlia di Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia nel 1983. Mi chiedo se nell'assenza di Chinnici/velina si debba ravvisare il segno di un qualche tipo di rispetto o se invece questa mancanza sia semplicemente dettata dalla minore avvenenza di quest'ultima rispetto a Picierno, Moretti, Mosca e Bonafè, più giovani e quindi più "adatte" al ruolo e certamente più facili da dare in pasto ai commentatori del sacro blog.

Ovviamente il PD non ci sta: le nostre non sono veline come quelle di Berlusconi, sono donne preparate, che fanno politica seria, e poi... 

Ecco, "e poi". 

Perché non bastava "difendere" le candidature, magari elencando, ove presenti, tutti i meriti politici delle cinque candidate: bisognava rispondere. 

E rispondere a tono. Usando le stesse armi e la stessa volgarità. Rispondere alla "pancia del paese", insomma, come va di moda adesso.

Quindi L'Unità pubblica un pezzo in cui ci fa sapere che "Grillo candida la "sexy maestra" e la "sexpolitika"", con immancabile corredo fotografico (le tette vendono, lo sanno tutti).

E qui succede qualcosa di bellissimo, che conferma in un momento anni di belle parole su sessismo, misoginia e tutto il corollario: i nemici si trovano uniti da qualcosa che va oltre la politica, la misoginia e il sessismo più beceri.

Grillini e piddini finalmente possono sfogarsi, c'è il capro espiatorio perfetto: un corpo di donna.

E sui social networks da un paio di giorni è tutto un rimpallarsi fotomontaggi e culi, insulti e tette, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta, quello che vado ripetendo (in ottima compagnia, per fortuna) ormai da anni: il sessismo è davvero la sola cosa bipartisan in Italia.

venerdì 28 ottobre 2011

Di scontrini, luoghi comuni e antipolitica anticasta.

Succede che su facebook inizia a girare la foto di uno scontrino della mensa del Senato.
Succede che i prezzi sono ridicoli e che la gente comincia la condivisione della foto con i commenti di rito, giustamente incazzata. Parole durissime di condanna anche da gente insospettabile, miei contatti che non hanno mai parlato di politica, che sembra che non aprano mai un giornale.
Tutti d'accordo nell'indignazione totale e completa, senza se e senza ma.
A ragione, mi dicevo. Cacchio, un piatto di pasta a 0.87€ è effettivamente allucinante calcolando lo stipendio medio di un Senatore della Repubblica Italiana.

Succede poi che stamani leggo su L'Unità che pare che quello scontrino non appartenga ad un Senatore, ma a un dipendente e che dopo il casino estivo ad Agosto lo stesso ristorante ha alzato i prezzi per i pasti dei Senatori, rendendoli in alcuni casi addirittura superiori a quelli della zonan e sfiorando la presa per il culo opposta, tipo la cicoria a 10€.

Come è successo con il TG1 riguardo la faccenda del ringraziamento a Berlusconi da parte di un ribelle libico, pare che pure stavolta ci siamo sbagliati.
O come è successo col cronista de Il Tempo, cui Repubblica on line ha dato la caccia per giorni, con un incredibile seguito in rete, che dura ancora nonostante le smentite (e ora liquida il tutto con due righe sotto la foto... lasciamo stare.)
O come la foto dei poliziotti canadesi che si picchiano tra loro, che rispunta fuori ad ogni manifestazione spacciata per polizia nostrana infiltrata nei cortei, nonostante sia abbastanza chiaro che quelle divise non sono italiane.

Non sono una complottista, ma a volte non posso non chiedermi se roba come questa non accada per una ragione specifica e per il volere di qualcuno.

Come dissi altrove, è nostro dovere attaccare i servi e i loro padroni, ma nel farlo, dobbiamo essere certi di essere assolutamente inattaccabili.

AGGIORNAMENTO 29 ottobre 2011
Sempre L'Unità pubblica un nuovo articolo sullo scontrino della vergogna e stavolta mette due foto a confronto: lo scontrino di un dipendente e quello di un Senatore.  

 Ora, se vogliamo attaccare i privilegi dei politici, facciamolo su basi serie e non in base ad un'indignazione che non può portarci a nulla.
Ripeto, se ci attacchiamo solo a queste cose e non ci domandiamo mai se siano o meno vere, poi non possiamo non aspettarci di essere credibili.

Tra l'altro, il totale del pasto dello scontrino della mensa, senza il costo del servizio, è esattamente l'importo di un buono pasto che la mia azienda da a ciascun dipendente (cercherò di capire se li danno anche ai contratti a termine e ai collaboratoi) per ogni giornata di lavoro. E io non sono né una parassita né una ladra privilegiata.
 

domenica 16 ottobre 2011

Vaffanculo

Questa è la vergognosa prima pagina de L'Unità di questa mattina.

Sarebbero bastate una maggiore professionalità e un dizionario dei sinonimi e contrari per evitare di usare questa parola per descrivere il casino di ieri.

Io vorrei sapere chi ha pensato il geniale titolo e chi è stato l'incapace che l'ha approvato e ne ha deciso la pubblicazione.

"Violentati". 
No, Unità, per fortuna ieri non siamo stati "violentati". 
E forse dovreste tutti imparare ad usare la lingua italiana, perché usare proprio questa parola per dire altro da ciò che essa significa è una cosa schifosa.

Ah, tocca però dare atto a quello che resta del giornale di Gramsci che non sono certo gli unici ad aver deciso di dare un nuovo significato a questo termine.
Ormai è una moda.

Mi fate schifo.


 Gli ho scritto: direttore@unita.it lettere@unita.it
Gentile Direttore,
dopo il corteo di ieri, che mi ha lasciata, come può immaginare, piena di rabbia e di domande, stamani esco col cane per andare a comprare L'Unità.
Non può immaginare il moto di rabbia, disgusto e dolore che mi ha assalito leggendo il titolo in prima pagina: "VIOLENTATI".

Direttore, per fortuna ieri non siamo stati violentati.
Siamo stati magari picchiati, siamo stati messi da parte dai violenti, ma VIOLENTATI no.

Vede, direttore, quel termine ha un significato ben preciso, un significato terribile e doloroso e indica un avvenimento ben specifico.
Essere violentati vuol dire essere presi con la forza e costretti a un atto sessuale non consenziente.
Violentare una persona significa altro da quello che avete scritto sul giornale che fu di Gramsci.

Dovreste chiedere quantomeno scusa alle persone che vengono violentate ogni giorno e forse dovreste interrogarvi su come usare certi termini quasi fossero sinonimi di altro ne svilisca il significato.
"Violentare" non è una bella parola da usare ad ogni occasione, direttore. E sarebbero bastati buon senso, professionalità e un dizionario dei sinonimi per carpirlo.

Credevo che il fondo si fosse toccato con la minigonna di Toscani, ma evidentemente ero troppo ottimista.

Cordiali saluti,
Arguzia, una lettrice che evidentemente L'Unità vuole perdere.

Aggiornamento delle 18.19
L'Unità mi risponde a firma del Direttore e questo fa guadagnare qualche punto alla nuova direzione (scusate la ridondanza): chi c'era prima non ha praticamente mai giudicato degno di risposta o di spazio chiunque osasse criticare.

Gentile Arguzia, ti ringrazio per il tuo messaggio, benché contenga una critica. Non abbiamo fatto quel titolo ieri a cuor leggero. Sapevamo che avrebbe avuto un impatto forte, ma volevamo esprimere esattamente il carattere eccezionale di una violenza subita da un movimento non consenziente. Una violenza inaudita, come dimostra la circostanza che in ogni piazza del mondo le manifestazioni di sabato sono state pacifiche. Una violenza umiliante, perché incide sulle speranze e le aspettative di tante persone, che si raccoglievano per la prima volta attorno a temi nuovi. Volevamo difendere la buona fede e l'innocenza di chi è stato in piazza con la voglia di cambiare e ha visto violare il proprio diritto da gruppi di delinquenti, che svolgono nei fatti una funzione reazionaria. Mi dispiace che ciò abbia urtato la tua sensibilità. Se potessi scegliere in astratto preferirei essere criticato per un eccesso di prudenza che non per un eccesso di sfrontatezza. Di certo, non vogliamo perderti come lettrice.

Apprezzo moltissimo l'assenza dei vari "siamo stati fraintesi", davvero.

mercoledì 22 giugno 2011

Deliri di onnipotenza


Un amico mi manda un messaggio e mi "regala" la Striscia Rossa de L'Unità di oggi (lui mi adora, ma non lo  vuole ammettere):

‎"Ho un’ultima lezione da dare: essi mi devono uccidere perché sappiano quello che hanno fatto. La città dovrà affrontare la propria colpevolezza. Socrate"

Leggo con attenzione, studio filosofia, in particolare quella antica e Socrate è uno dei motivi per cui sto ancora a distruggermi la vista sul
Rocci (la citazione dovrebbe essere di Steiner, in Totem o Tabù)

Insomma, la storia la sapete: Socrate viene processato e riconosciuto colpevole di corrompere i giovani e di non credere negli Dei della città, di tentare di introdurne di nuovi e quindi condannato a morte.
Gli amici preparano un piano per farlo fuggire, ma lui, proprio perché innocente, non scappa, perché è meglio subire ingiustizia piuttosto che farla.

Ecco, uno può avere una grossa stima per la propria persona, ma credo che paragonarsi addirittura a Socrate sia un po' troppo.
Insomma, anche un ego davvero smisurato davanti a tanta saggezza e ad un simile esempio dovrebbe chinare la testa e imparare.
Imparare ad esempio, l'umiltà.
Socrate non ha mai preteso di insegnare nulla, non ha mai preteso di avere la verità in mano, per elargirla generosamente agli ignoranti che incontrava.
Socrate cercava la verità di continuo e la cercava insieme ai suoi interlocutori.
Come sua madre, levatrice, aiutava le donne a partorire, così lui aiutava gli uomini a fare uscire pensieri buoni ,giusti e belli, senza imporglieli, ma aiutandoli a "partorire" le proprie verità.

E' un po' diverso da chi dalla sua comodissima poltrona ci esorta ad agire dall'alto della sua sapienza, senza parlarci, senza ascoltarci, senza fermarsi a dialogare con noi.

Mentre leggevo questa frase e la leggevo proprio su quel giornale e proprio dopo le tante (troppe) cose lette sull'addio della direttora, mi è venuta un mente una frase: Felice quel popolo che non ha bisogno di eroi. L'avevo vista trent'anni fa su un muro a Orgosolo e negli anni mi è tornata davanti e tutte le volte mi sono fermata a pensarci.

Questo popolo, evidentemente, non è felice.
Ma non è di un eroe che sembra avere bisogno: piuttosto di un capo.
Di una guida da seguire acriticamente. Qualcuno che dica cosa pensare e come pensarlo.

E la cosa davvero triste, è che sembra che a tutti vada benissimo così: in fondo è più facile seguire qualcuno senza starci troppo a pensare.

Oggi è un direttore di giornale, ieri è stato un imprenditore. Ho il terrore di pensare a domani.

lunedì 20 giugno 2011

Non me ne dispiaccio.


Chi mi conosce o ha letto questo blog, sa che a me Concita De Gregorio piace quanto un temporale mentre sono in spiaggia.

Trovo il suo blog su L'Unità noioso, banale e atrocemente autoreferenziale, come se fosse la sola persona al mondo ad avere dei pensieri.
La sinistra radical chic, poi, ha contribuito alla crescita del suo ego e alla sua pretesa di "anticipare le istanze della società civile", come si
legge nel comunicato congiunto e io proprio  non riesco a capacitarmi di tutti quelli che le urlano brava fino a perdere la voce.

In ogni caso, non voglio entrare nel merito della questione del come e del perché non sarà più direttore 
O meglio, non posso entrarci, perché non so effettivamente come siano andate le cose: non c'ero, semplicemente.
C'è chi dice che Soru abbia cacciato De Gregorio su indicazione di D'Alema in cambio di una nuova candidatura.
C'è chi dice che al PD l'antiberlusconismo esasperato (!!!) de L'Unità stia dando fastidio.
Qualcuno mette in mezzo la P4.

Certo, i modi dell'uscita della De Gregorio puzzano parecchio, ma io non sono decisamente tra quelli che stanno urlando "Concita non si tocca".

Non l'ho mai amata. La trovo una noiosa, pedante, paracula maestrina.

Da lettrice, posso dire che ho smesso di comprare L'Unità quotidianamente da quando lei ne è il direttore.
Trovo che il giornale abbia perso molto col passare del tempo.
Poche inchieste davvero scomode e portate fino in fondo, poca cultura, poca "rabbia", pochi articoli forti sul territorio.
Vi immaginate andarlo a distribuire nelle periferie o fuori dalle fabbriche come negli anni '70? Secondo me la gente ti sputerebbe.

Il formato, poi, parla da sé. E se è vero che l'abito non fa il monaco e che non si giudica un libro dalla copertina, non posso negare che già quel nuovo orrido formato da free press mi aveva lasciata perplessa al primo sguardo. E poi la campagna per il lancio. Una cosa come due milioni e mezzo dati a Toscani per fare la foto a un culo in minigonna. Povero, povero Antonio Gramsci.

E le pagine dedicate alle città?
Scomparse, lasciando -almeno in me- un vuoto.
Insomma, qua c'abbiamo un (ex) picchiatore fascista per sindaco, ci sarebbero tonnellate di cose da scrivere per sputtanarlo in ogni sua uscita e le pagine dedicate alla città vengono eliminate.
I soldi, pare.

Comunque, la cosa che mi ha fatto più rabbia, sono stati i paraculissimi appelli alle donne, dopo avere volutamente ignorato tutto quello che le donne stavano facendo a livello locale e nazionale.
Ok, capisco che non si voglia parlare della realtà dei movimenti, ma lì è stata ignorata l'UDI!
Sul giornale di Gramsci si è arrivati a scrivere che l'UDI s'era sciolta! Al di là del mio personale interesse per l'argomento, la cosa è indicativa di come vanno avanti certe cose, credo. Proprio mentre si portava avanti la Staffetta, su L'Unità correva voce che l'UDI si fosse sciolta.
Insomma, in quel momento faceva comodo parlare di "silenzio delle donne", quindi perché non ignorare ancora una volta il lavoro delle donne in attesa di poterlo sfruttare "meglio"?

E lo scorso Febbraio di nuovo il "silenzio delle donne "e  tutti  quelli che sulle donne hanno  sempre e coscientemente taciuto, che hanno ignorato le battaglie e le iniziative di tanti gruppi di donne,  si sono messi a urlare commossi: "
chebbravaconcita! Si, le donne stanno zitte, andiamo a piazza del Popolo!"

E ora le cose scritte negli ultimi giorni.

Prima "
La verità e il fango": non me ne vado! Dagospia ora che Bisignani sta agli arresti se la prende con noi perché siamo scomodi! Bla bla bla. A noi la verità ad altri il fango!

Dopo pochissimo, il comunicato congiunto; poi la nota su Facebook...

Eddai, queste sono prese per il culo.

E ora mi toccherà spendere un sacco di soldi in dvd, perché già so che quest'inverno sarà ospite fissa in qualche talk show e io in qualche modo devo sopravvivere. Punto molto su Ballarò.

domenica 30 gennaio 2011

a.C. e d.C.


Nell'era a.C. le donne se ne stavano tristi e sconsolate in casa, mentre gli uomini andavano a lavorare. Guardavano fuori dalla finestra un mondo che non le rispettava, ma preferivano continuare in silenzio a fare la calzetta.
Gli uomini andavano chi a guadagnarsi onestamente il pane, chi a rubare, chi a governare. Loro no, le donne rimanevano zitte e mute, ignare e incuranti del mondo esterno e il dono della parola non era ancora stato dato.

C'erano però delle strane eccezioni.

C'erano le
Donne Da Sud, che una mattina, invece di preparare il caffè ai loro compagni e portare i figli a scuola, si sono alzate e sono andate in giro per Roma a fare campagna contro la proposta di legge Tarzia, quella che vuole distruggere i consultori familiari.
Alcune, che si fanno chiamare
Consulta Consultori Roma, sono in lotta contro questo scempio da sempre.

Poi c'erano delle femministe impazzite che avevano messo su un blog
Femminismo a Sud, dove scrivevano di violenza, di politica, di PAS e che operavano sul territorio con e per le donne.

Ho sentito parlare di altre folli che si fanno chiamare
Donne Calabresi in Rete, che si sono messe addirittura a fare campagna per un centro antiviolenza a rischio chiusura, il Centro Roberta Lanzino.

E so anche di un gruppo che si chiama
Femminile Plurale e di un altro che si chiama Comunicazione di Genere, e poi ancora  Donne Pensanti.

Non male, nonostante il silenzio delle donne.

Qualcuna, poi, sebbene si fosse in pieno a.C., il
22 maggio 2010 era andata a piazza Trilussa a Roma per fare gli auguri alla 194 e dire benvenuta alla RU486. Io c'ero, le ho viste coi miei occhi e non mi sono parse tanto silenziose.

Uno dei gruppi più strani dell'era a.C. era composto da topi di emeroteca, che contavano una per una le donne ammazzate per mano di un uomo e scrivevano le loro storie nero su bianco. Erano talmente folli che avevano chiamato il loro lavoro
Bollettino di Guerra e lo mettevano pure on line!

So per certo di donne che in quel tempo buio e silenzioso hanno organizzato manifestazioni,
staffette contro la violenza, campagne contro la mercificazione del corpo femminile nei media, che parlavano di  50 e 50 ovunque si decide.

E poi c'erano quelle che facevano i presidi davanti ai CIE, quelle che andavano davanti alle ambasciate o a disturbare addirittura le mostre fotografiche quando una donna, attivista contro il femminicidio in un paese lontano veniva uccisa al grido di
Ni Una Mas!

Il tutto nel silenzio.
Il silenzio sulle donne.

Poi un giorno, dopo l'ennesimo scandalo sessuale di un premier, si alza una
voce. Una voce che fino a quel momento di queste "eccezioni" dell'era a.C. non aveva mai parlato.

Ed ecco la luce, il faro, la soluzione a tutti i mali.

Finalmente entriamo nell'era d. C.

Come se l'era a.C. fosse stato solo un buio e silenzioso medioevo della storia delle donne, ora si comincia a parlare, stando bene attenti a citare il meno possibile quanto avvenuto in precedenza: ruberebbe consensi, farebbe dubitare, pensare.

Ed ecco che ora si parla di nuovo del silenzio delle donne, alla faccia della fatica fatta fino a quel momento.

E tutti sono felici di riempirsi la bocca di parole come "dignità", "pari opportunità", "offesa".
Tutto quello che in era a.C. era stato scientemente ignorato o bollato come un rigurgito veterofemminista, diventa all'improvviso la parola d'ordine.

E tutti gli uomini che di quelle donne avevano taciuto, ora parlano con occhi sognanti della "rivoluzione delle donne", seguendo la voce di donna che finalmente ha parlato, seduta comodamente sulla sua poltrona.

"Che le donne facciano la rivoluzione! E noi saremo dietro di loro".
Ci sarà da ridere.

In era a.C. eravamo solo delle strane anacronistiche femmine rumorose, ora ci vogliono come motore della rivoluzione, senza mostrare il minimo rispetto per chi tutto questo l'ha iniziato tempo fa, nel silenzio sulle donne e nell'indifferenza generale.

Io non ce l'ho con la voce, io ce l'ho con quello che quella voce non dice, col suo pretendere di essere la sola voce degna di essere ascoltata e con la massa di pecoroni che delle donne che ho citato sopra non hanno mai sentito parlare e che però lamentano il loro silenzio.

Sono le stesse intellettuali e giornaliste, che ora ci chiamano a raccolta chiedendoci di smettere di tacere, che non hanno mai voluto vederci e raccontarci.

Io come sempre sarò in piazza, ma io c'ero anche quando L'Unità si occupava d'altro e non tutte possono dire altrettanto.

mercoledì 26 gennaio 2011

Di chiacchiere, distintivi e adorazioni modaiole.


Ultimamente adorare Concita De Gregorio va molto di moda.
E' tutto un "Concita di qua, Concita di là"; tutti a condividere e commentare con solerzia i suoi editoriali, ad applaudire fino a spellarsi le mani quando appare in televisione.

A me invece non piace. E giuro che non è per partito preso. C'ho pensato su parecchio.

L'Unità a casa mia si è sempre letta.
Quando ero piccola soprattutto al lunedì, perché sono vecchia e ai miei tempi La Repubblica il lunedì mattina non usciva.
Poi c'è stata la chiusura e mi ricordo una specie di lutto in famiglia: non si trattava di un giornale qualsiasi, stava chiudendo il giornale di Gramsci! Ma come si fa a far fallire quel giornale?
Quando poi è tornata in edicola, abbiamo cominciato a comprarla ogni giorno, anche perché Colombo prima e Padellaro poi -secondo  noi- stavano facendo un buon lavoro.
Poi è stata la volta della De Gregorio.
Mi era capitato di leggere le sue cose su La Repubblica, ma non mi sembrava propriamente un futuro premio Pulitzer.
Ma già  il fatto che una donna diventasse direttore di un giornale importante e con una storia come è L'Unità era una cosa epocale, importante e quindi io ero strapiena di belle speranze.

E proprio mentre io speravo, viene la minigonna. Merda!
L’Unità usa lo stesso linguaggio del peggior pubblicitario: culo per vendere. Un culo in primo piano per vendere il giornale di Gramsci, il giornale che è stato clandestino, un giornale serio, non un tv magazine, insomma.
E poi che roba è ‘sto formato da free press?
Ok, calma… il mondo si evolve, va avanti, non si può restare fermi al passato (ma la faccenda della minigonna non gliel’ho perdonata).

E comincio a leggere gli editoriali della direttora (o direttrice? Mica lo so come si deve dire).

Non so. Non capisco. Devo certamente avere qualcosa che non va.
Perché non mi fomento anche io leggendoli? Cos’è che mi sfugge? A me sembrano tutti il riassunto del giornale in edicola, scritti come un tema del ginnasio.
Mi sembrano infarciti da una montagna di luoghi comuni ben studiati per indignare e fomentare al momento giusto.
E anche quando va in televisione, raramente mi trovo ad applaudirla. Cielo, sarò mica misogina?

Vabbè, in fondo non è che ci possono piacere sempre le stesse cose: essere di sinistra non vuol dire dover adorare chi si presenta (o viene presentato) come intellettuale di riferimento.

Poi i fatti di Arcore, di festini, prostituzione e bla bla.
E l’
appello accorato: dove siete, donne?
E tutti in coro: "Ooohhhh, macchebbrava! Si si si ma dove sono le donne? Aspe, corro a firmare l’appello."

Solo che le donne ci sono eccome. Sono quelle che sono andate in giro per i consultori di Roma contro la proposta di legge Tarzia. Sono quelle che sono andate al Palazzo delle Esposizioni o all’Ambasciata Messicana dopo l'omicidio di Susana Chavez. Sono quelle che scendono in piazza coi lavoratori, gli studenti, i migranti. Sono quelle che fanno rete, che si informano, che si incontrano alle assemblee, nei collettivi. Sono quelle che vanno fuori dai CIE, i lager di casa nostra.

E non sono poche né tantomeno silenziose.
Strano che proprio L’Unità non se ne sia accorta.

Comunque, io ieri pomeriggio sono stata a Montecitorio e Concita De Gregorio non era lì. O magari sono stata tanto sfortunata e lei se n’è andata subito prima del mio arrivo.

È comodo lanciare appelli per la rivolta delle donne quando si è ben sedute al caldo e c’è sempre qualche stronza che andrà fuori a schiattare di freddo nell’indifferenza generale.
Ci vorrebbe un minimo sindacale di coerenza, altrimenti si è solo “chiacchiere e distintivo”.