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martedì 29 agosto 2023

Non me ne frega un cazzo.

Parlare di lupi, orchi, mostri, bestie, animali, è un modo molto comodo per deresponsabilizzare sé stessi e l'intera società. 
Non ripeteremo mai abbastanza che non sono lupi, orchi, mostri, bestie, animali a violentarci, picchiarci, ammazzarci, molestarci.
A farlo sono uomini. Sono quelli che a ragione, da decenni, chiamiamo "figli sani del patriarcato"
Figli di una società che non ci vede come persone degne di rispetto, ma come carne a disposizione.
Una società che ci divide in sante e puttane e che ci dice che le puttane hanno esattamente quello che si meritano, quello che "si sono cercate". Perché hanno bevuto, perché vanno in giro da sole, perché non sanno scegliere le loro frequentazioni, perché sono indecorose, svestite. Perché vogliono essere libere.
 
E allora ci vorreste vedere chiuse in casa, sole, perché per voi la solitudine e l'isolamento sembrano essere il solo modo per evitare la quotidiana dose di violenza che da sempre subiamo in quanto donne. 
 
Quello che ci fate lo fate perché siamo nate femmine, perché pensate di poterlo fare, perché sapete che ci sarà sempre qualcuno pronto a dare a noi la colpa delle vostre azioni.
Perché noi vi provochiamo.
La nostra stessa esistenza pare essere una provocazione.
 
E quindi ce la siamo cercata, ce la cerchiamo sempre, perché noi, da sole, ci mettiamo in situazioni di pericolo.
 
Eppure io non conosco nessuna donna che si sia mai messa volontariamente in una situazione di pericolo. Ma conosco decine e decine di donne che si sono trovate in pericolo.
 
Di certo io non ero in una situazione di pericolo quando il vecchio porco vicino di casa al paese mi ha stretta forte, strusciando il suo schifoso pisello di vecchio su di me, che ero una bambina, toccandomi il culo.
O quando due uomini in macchina hanno detto a mia mamma e a me, sulla strada verso la mia scuola media, di fargli un pompino perché mia madre li aveva mandati affanculo per un sorpasso a cazzo di cane.
O quando, incinta, sono stata invitata da uno alla stazione a fargli un pompino "o almeno una sega".
O quando, o quando, o quando.
Che ne sapete, voi, di quanti "o quando" abbiamo noi donne da raccontare. Alcuni "o quando" sono finiti bene. Altri no. Troppi no.
 
La verità che non volete vedere, che vi fa comodo non vedere, è che per noi la situazione di pericolo è ovunque. A casa, al lavoro, sui mezzi pubblici, a scuola, al bar. Da sobrie, da ubriache, con la gonna corta, con i jeans.
 
Voi non volete sentirci raccontare com'è sentirsi dire "cosa ti farei" da quando sei poco più di una bambina. 
Non volete sapere cosa sia la sensazione di dover stare sempre all'erta.

Non volete saperlo, non volete sentirlo, non vi interessa.
Perché è una sensazione, questa, che voi, amici uomini, non proverete mai.

E davvero vi giuro che vorrei poter finire questo sfogo rabbioso dicendo che mi dispiace se vi sentite offesi da queste parole, perché "not all men", ma sinceramente sono stanca, furiosa e dei vostri "not al men" non me ne frega un cazzo.


 
 
 
 

venerdì 13 gennaio 2023

Chiara dacce i soldi.

Chiara Ferragni devolverà il suo compenso per Sanremo (che non ho controllato a quanto ammonterà, ma presumo sia più di quanto io potrò guadagnare nei prossimi 5 anni) all'associazione Di.Re - Donne in Rete contro la violenza. 

È solo per farsi pubblicità!

La vera beneficienza si deve fare in silenzio!

Ora, posto che io non credo che Ferragni abbia bisogno di farsi pubblità donando soldi a un'Associazione antiviolenza, se anche fosse, sticazzi. Lei ha tirato fuori i soldi. Soldi che alle associazioni che si occupano di violenza sulle donne mancano, soldi che le istituzioni paiono fare sempre un'enorme fatica a tirar fuori nei loro bilanci.

Inoltre (ma credo di averlo detto già mille altre volte),
Ferragni arriva a un "pubblico" di ragazzine e ragazze che spesso a noi ci schifa, che non ci capisce e che non capiamo. Soprattutto arriva a un numero di ragazzine, ragazze e donne che noi se lo sognamo la notte. Quindi sticazzi pure della beneficienza silenziosa. Ferragni che parlerà di violenza di genere a Sanremo lo farà a migliaia (milioni? Boh, non so quanta gente guardi Sanremo) di persone, donne, uomini, ragazze e ragazzi.
Ci sputiamo sopra? Non mi pare il caso.

Poi, oh, se vogliamo fare un discorso su capitalismo, cultura dell'immagine, (sovra)esposizione della propria vita privata e tutto il resto per me va bene, eh. Avrei un sacco di cose da dire, giuro. E Ferragni non ne uscirebbe bene.
Non è femminista come piace a noi? Non è una vera attivista, una dura e pura?
Probabile. Sicuro, anzi.

Ma, per ora, credo vada bene così.

 

P.S. + Ferragni - Terragni



domenica 25 novembre 2018

Due volte l'anno.



Due volte l'anno ai maschi chiediamo di stare un passo più indietro.

Un passo soltanto, in occasione di due giornate che per noi sono occasione di lotta come ogni altra, sì, ma che hanno una valenza simbolica diversa, anche in virtù della visibilità che in quei due giorni particolari paiono avere le nostre istanze e rivendicazioni.

Solo un passo. Come quello che è stato chiesto ieri.

Non si è detto "andate via" o "qua non vi vogliamo": la scelta, quest'anno come in anni precedenti, è stata inclusiva, non separatista.
Si è chiesto "per favore", solo 'sto piccolo passo indietro: gli uomini dietro al carro, il corteo delle donne lo aprono le donne, le donne devono entrare per prime nella piazza tenendo il loro striscione.
Mi pare così logico. 
La stessa richiesta che è stata fatta lo scorso anno, speravo che magari stavolta non sarebbe stato un gran problema.

Le donne organizzano una manifestazione contro la violenza sulle donne, le donne aprono la manifestazione contro la violenza sulle donne. 

Lineare, no? Dove sta lo scandalo? Cosa c'è di tanto assurdo e incomprensibile?

E invece.

E invece anche questa volta 'sto cazzo di passetto indietro per moltissimi deve essere parso un'insormontabile scalata in montagna, tra dirupi, ghiacciai e la morte sempre in agguato, data la difficoltà con cui (alcuni) alla fine lo hanno fatto.
Ci hanno tenuto a spiegarci che loro erano lì per noi, per manifestare la loro solidarietà con le nostre lotte e quindi perché mai negargli il gusto di entrare in piazza per primi?
Hanno ribadito il plurale maschile ogni volta che dal carro le compagne parlavano a femminile.
Hanno spiegato perché il separatismo è una cosa brutta, come ci indebolisce, come ci allontana.

Eppure era solo un passo.

Gli abbiamo chiesto di andare qualche fila più in giù.

Ma evidentemente per chi è abituato a stare comodo ai vertici della piramide in virtù del proprio pisello farsi da parte è davvero troppo faticoso.

Anche se lo chiediamo solo due giorni l'anno.

P.S. un abbraccio solidale alla compagna col megafono che per ore ha detto "per favore, gli uomini dietro il camion!". Sembrava così calma, ma sono quasi certa che in realtà stesse ribollendo dentro.

giovedì 1 marzo 2018

Il mestiere del femminicida.

Avrei voluto trovare il tempo per scrivere la miriade di cose che mi sta facendo pensare quanto accaduto a Cisterna di Latina, ma non ne ho.
Mi limito a qualche considerazione sparsa, a buttare giù le prime sensazioni che questa storia orrenda come tante, troppe altre mi ha portato.

Non credo affatto, in tutta onestà, che il mestiere del femminicida sia il nocciolo del problema. Il fatto che fosse una guardia, casomai, dovrebbe portarci ad altre e ulteriori riflessioni. Per quanto mi riguarda il problema è che era uno che non poteva accettare che la ex moglie non fosse roba sua, che volesse vivere senza di lui. È la base della violenza di genere e di ogni femminicidio. 
Mi pare inutile starlo a sottolineare di nuovo, ma evidentemente non è così. 
Se per alcune persone lo scandalo sta tutto nel fatto che il femminicida fosse un carabiniere forse non si ha idea di cosa siano la violenza di genere e la cultura patriarcale. O magari non importa un cazzo e si usano tre morte ammazzate per dire l'odio verso le guardie. Come se ce ne fosse bisogno.
È come quando sembra che si  goda se l'assassino, lo stupratore, il femminicida sono italiani. Sembra interessare di più la provenienza, il colore della pelle, l'estrazione sociale, il mestiere che non la vittima. Poi, oh, ciascun* faccia come gli pare.
Se poi vogliamo parlare del fascismo, del sessismo, della violenza endemica nelle forze dell'ordine allora è un altro discorso, ma francamente questi giorni vedo più tifo che una seria discussione in merito.


martedì 28 novembre 2017

La testa del corteo.

Foto presa da https://nonunadimeno.wordpress.com/
Sono quasi certa che se chiedessi in giro qualcosa sulla manifestazione che lo scorso 25 novembre ha attraversato Roma gioiosa, festante, combattiva e (auto)determinata, in molt@ mi parlerebbero delle femministe cattive e violente che hanno allontanato in malo modo un giovane uomo che voleva portare alle donne la sua solidarietà (che poi so' amiche mie ♥).

In effetti i media non hanno mostrato molto altro di quella giornata e anzi si sono soffermati con fin troppa attenzione su quei pochi minuti, rilanciando il video dello scandalo manco fosse il servizio del millennio.

Eppure eravamo tante e tanti, con le nostre richieste, le nostre pretese i nostri desideri e le nostre rivendicazioni. 
E in piazza portavamo proposte concrete, avevamo un piano, il "Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere", scritto dalle tantissim@ che hanno partecipato alle assemblee di Non Una Di Meno in quest'ultimo anno. 

Ma alla fine pare vincere sempre chi nasce col pisello e l'eco di quel video di pochi minuti ancora non si è spenta.


Leggo fiumi di parole, tentativi di analisi politico-etno-socio-antropologiche ai limiti del ridicolo, quando invece la faccenda è chiarissima: la testa del corteo è di chi organizza. 
Chi si è impegnata anima e corpo perché quel corteo potesse partire ha tutto il diritto di decidere chi sarà ad aprirlo, il resto sono ridicole provocazioni.
Per dire, il Pride non viene aperto da pomiciose coppie etero, magari con prole al seguito, ma nessun@ pare farne un dramma.
Le manifestazioni studentesche raramente vedono il sindacato pensionati in prima fila.
Funziona così. Punto.

Ma a quanto pare quando si tratta di donne non è così difficile trovare un uomo desideroso di prendersi quello spazio e a dichiararsi vittima se respinto. 

Che almeno si facesse un'analisi sensata sul separatismo. 
Ma figuriamoci. 
Ormai dire "separatismo" è peggio che bestemmiare in un reality show. 
Eppure "separatismo" non è una parolaccia, ma una modalità di lotta, che andrebbe in primo luogo compresa e rispettata, se non altro per non usarla a sproposito. E che a volte è imprescindibile.



Il corteo del 25 novembre, comunque, non era e non voleva essere un corteo separatista.
Gli uomini erano i benvenuti, semplicemente gli era richiesto di non essere in prima fila. 
Quella era tutta delle donne.
E quella scelta andava rispettata.


Il tizio, in un momento di voglia di protagonismo, ha provocato deliberatamente e con la tipica, volgare, prepotenza maschile il corteo femminista contro la violenza maschile sulle donne, sporcando un momento di gioia e lotta costruito con fatica e sudore da tante e tanti (sì, le assemblee sono aperte a chiunque, perfino a lui, che avrebbe potuto partecipare e chiedere in quella sede di aprire il corteo).

Su Tumblr gira una frase che dice:
«Gli uomini che vogliono essere femministi non hanno bisogno di ricevere spazio nel femminismo. Devono prendere lo spazio che hanno nella società e renderlo femminista».
E di spazio nella società gli uomini in quanto tali, ne hanno a bizzeffe. Amici, compagni, prendete il vostro privilegio, quello che vi spetta per nascita e rovesciatelo, se volete lottare con noi.
Non cercate di imporvi sulle altre individualità. 
Distinguetevi da un sistema patriarcale che opprime anche voi.

Solo così la lotta potrà essere davvero comune e proficua.

Il fatto che si stia dando tanta importanza a uno stronzetto che voleva aprire il corteo femminista del 25 novembre dimostra con estrema evidenza quanto bisogno ci sia di femminismo.

E poi, amici uomini, se volete ad ogni costo essere il sesso forte, smettetela di piagnucolare perché le femministe cattive vi trattano male. 
E che palle.




mercoledì 20 settembre 2017

Tutte le volte che non sono stata accorta.

In risposta al tweet di cui parlavo ieri, in molti hanno lamentato la scarsa prudenza delle donne, che dovrebbero imparare ad essere più attente per evitare brutte situazioni, molestie e stupri, così stamani ho iniziato a pensare a tutte le volte in cui non sono stata abbastanza "accorta".

Di certo non sono stata accorta quando il vecchio vicino di casa mi strinse, mi mise una mano sul culo e strusciandosi ansimante mi chiese di andare con lui "alla baracchetta". Ma avevo otto o nove anni e a quell'età ci si fida. Non so se vale, ma intanto la metto in lista.

Non sono stata accorta quando sul 57 un tizio mi mise la mano in mezzo alle gambe. Gli diedi uno spintone usando lo zaino come "arma": dentro ci stava il Rocci, spero di avergli fatto male.

Non sono stata accorta insieme a mia madre quando due tizi in macchina ci chiesero "una pompa". Mamma gli corse dietro con la sua Panda 750, li affiancò e disse loro cose irripetibili. Poi mi disse "se ti succede e sei sola, strilla e poi scappa". Mi stava accompagnando a scuola, credo fosse alle medie.

Non sono stata accorta quando un tizio mi seguì dal garage fino a casa borbottando cose che non capivo. 

Non sono stata accorta quando due tipi mi affiancarono in motorino sulla Gianicolense invitandomi a fare cose con loro.

Non sono stata accorta quando il prof. di Storia delle Relazioni Internazionali mi guardava le tette durante l'esame.

Non sono stata accorta quando al mare sola qualcuno ci ha tenuto a dirmi quanto fossi "carina" e mi ha chiesto se volevo compagnia.

Non sono stata accorta tutte le volte in cui per strada mi sono stati chiesti pompini, la fica, il culo, seghe, varie ed eventuali.

Non sono stata accorta quando sul treno il controllore venne nel mio scompartimento a dirmi che sola non era sicuro, ma potevo sempre andare con lui, che si stava anche più comodi.

Non sono stata accorta le innumerevoli volte in cui "casualmente" qualche mano è finita non richiesta sul mio culo.

Non sono stata accorta quando stavo entrando in macchina e un tizio in motorino ha accostato per chiedermi dove stava via della Giuliana e poi si è tirato fuori il pisello, ha iniziato a farsi una sega e mi ha chiesto se volevo continuare.

Non sono stata accorta quando guidando il motorino coi miei bei vestitini estivi sono stata oggetto di "complimenti" non desiderati ed espliciti inviti a spogliarmi.

Queste sono quelle che mi sono venute in mente a freddo.
So che se mi fermassi a pensare ne troverei parecchie altre.

Perché se è vero che "non tutti gli uomini", vi assicuro che è verissimo che invece "tutte le donne".

A tutte noi è capitato di essere molestate, di esserci sentite a disagio o in pericolo. 
A qualcuna è andata molto peggio e non tutte sono qui a raccontarlo.

Quindi, quando piagnucolate perché le nazifemministe cattive vi trattano come bestie e avete paura che vogliano castrarvi, fate un favore, andate affanculo da soli e non fateci perdere tempo.

martedì 19 settembre 2017

Di educazione, castrazioni e cazzate varie.

8 marzo 2016 - Roma
Spinta dalla strepitosa campagna antistupri de Il Messaggero, ho avuto la brillante idea di tweettare: "Leggo di app antistupro, di taxi dedicati, di telecamere e lampioni. Manco un cazzo di accenno all'educazione dei maschi. Siamo noi che dobbiamo imparare a non farci stuprare. Sempre. Da sempre." 

Mi sembrava una cosa banalotta, a dirla tutta, una di quelle che dico sempre e che di solito sono accolte da un "cheppalle questa, sempre le stesse cose", ma l'ho voluta scrivere ugualmente.

Non l'avessi mai fatto!

Mai avute tante interazioni in anni di fregnacce in rete.

Io ero lì a ribadire l'ovvio, cioè che sarebbe ora di smetterla di colpevolizzare le donne vittime di violenza, di spiegarci come non essere stuprate e cominciare invece ad insegnare agli uomini a non stuprarci.

Insomma, non era altro che l'ormai per me trito discorso sull'educazione, la solita idea secondo cui se da subito si insegnasse che le donne non sono oggetti da possedere ed usare a piacimento, forse si potrebbe pensare di poter cambiare le cose. 

Invece no.

Stando alle risposte e alle discussioni nate da quel tweet, a quanto pare quello che è arrivato a molti e molte (!) sarebbe la mia convinzione che gli uomini siano tutti stupratori per natura.



Quello che ho notato nelle troppe interazioni è stata la solita, noiosa, inutile ed estremamente fastidiosa corsa al "non tutti gli uomini", ai "sì, ma...", e alla temibile "prudenza" consigliata alle donne.

Perché va bene tutto, ma per prima cosa tu, femmina, devi essere "accorta" e "vigile" per non metterti nei guai e per "prevenire da ambo le parti", che è sempre meglio "che curare il danno" (sono tutte citazioni, eh).
Solo così, forse, potremo evitare le violenze.
Forse.
Perché ci sono anche quelle in casa, in ufficio, in palestra, a scuola... Lo stupratore non è solo il tizio che spunta fuori nel buio, ti minaccia di morte e abusa di te. Spesso è tuo marito, il tuo compagno, il datore di lavoro, il vicino di casa, tuo padre.

Perché, diciamola tutta, l'uomo ha i suoi istinti ancestrali, come dice il Senatore D'Anna, quindi non è che possiamo pretendere molto.
Impariamo piuttosto a stare composte e silenziose al nostro posto, possibilmente alla luce del sole, in luoghi affollati ma non troppo e con un abbigliamento consono.

Ho constatato una volta di più l'enorme difficoltà (ahimè non solo maschile) nel nominare la violenza di genere per quello che è e l'incapacità (o la non volontà) di accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza agita dagli uomini sulle donne.

Stigmatizzarla e nominarla non vuole in alcun modo insinuare che gli uomini siano tutti stupratori o femminicidi.

È offensivo attribuirmi un pensiero tanto idiota.

Ed è umiliante dover ripetere ogni volta le stesse cose.

Ma  ripensandoci è molto più semplice vederla così: la femminista vuole che si parli di "educazione dei maschi", perché è una misandrica nazifemminista che sogna la "castrazione dei neonati".

L'imbecillità e la cattiva fede della gente continuano a lasciarmi basita.

Io, che ogni volta che il discorso sull'educazione dei maschi sogno che tutti quelli che mai nella vita potrebbero anche solo immaginarsi quali prevaricatori, sfruttatori, stupratori, femminicidi prendano pubblicamente posizione non per dire "io non sono così", ma per affermare che la cultura nella quale sono (e siamo) cresciuti è una cultura patriarcale che vede lo svilimento continuo del femminile come qualcosa di normale ed accettabile e che non sono più disposti ad accettarla.

Oh, sia chiaro, io so benissimo che uscire dal privilegio è difficile e faticoso. 
Insomma, come scrive Lorenzo Gasparrini nel suo "Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni": 
A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere [...]
Abbandonare il privilegio costa fatica e può essere doloroso.
Ma si può fare.

Conosco uomini che lo stanno facendo, che ogni giorno provano ad uscire da quella cultura che sottomette anche loro, ponendosi domande e cercando di cambiare atteggiamenti.

E non crediate che questa lotta continua non abbia un prezzo anche per le donne.
Parlare apertamente di patriarcato, di cultura dello stupro, di femminismo non è semplice. E scrollarsi di dosso atteggiamenti, parole e convinzioni è una fatica quotidiana pressoché infinita.

Questo intendo per "educazione".
L'uscita da un sistema che insegna che "l'uomo è cacciatore", che "l'istinto dell'uomo" è quello e che la donna deve solo trovare il modo di salvarsi.

Sono convinta che se non cominciamo a parlarne apertamente con ragazzi e ragazze non ne usciremo tanto facilmente.

venerdì 1 settembre 2017

Violenza, razzismo e corpo delle donne.

Ciclicamente i media mainstream sembrano accorgersi che -sorpresa!- gli uomini stuprano le donne. Anzi, che le donne vengono stuprate, e vi assicuro che il fatto che venga usata la forma passiva del verbo ha un significato forte di cui prima o poi sarebbe il caso di ri-parlare.

Comunque, perché ciò accada, perché i media si interessino di violenza sulle donne e lascino per un attimo da parte deliri sul ritorno alle sane abitudini delle mamme anni 50 o la lunghezza delle gonne al Festival di Venezia, è in primo luogo preferibile che la violenza (o le violenze, nei casi di maggior fortuna per i/le giornalisti/e e gli/le opinionisti/e) sia particolarmente brutale.

Questa settimana è stata notevolmente prolifica da nord a sud, in particolare grazie alla duplice violenza di Rimini, dove quattro uomini hanno stuprato a turno due donne.
A quanto pare i quattro stupratori sarebbero stranieri, si dice nordafricani o comunque negri e quale migliore occasione per cominciare una nuova guerra da combattere sul corpo delle nostre donne?

Guardatevi intorno, chiunque ha qualcosa da dire su quegli stupri. Oddio, ad essere oneste su uno di quegli stupri, visto che il secondo stupro è stato su una donna transessuale e, insomma, dai, sticazzi.

Anzi, per essere oneste fino in fondo dobbiamo dire che non si sta parlando di quella violenza sessuale, ma soprattutto di "quattro vermi magrebini", come li chiama Meloni.

Perché quello che sto notando è che ciò che pare interessare maggiormente è la provenienza geografica degli stupratori.
Certo, mi sa che qualcuno avrebbe preferito che i quattro negri islamici (sì, il pubblico da casa sa già tutto) avessero violentato a turno due donne italiane e non una polacca e "un trans" che fa la puttana. Sarebbe stato perfetto per il sempre di moda "difendiamo le nostre donne". Ma non si può avere sempre tutto.

Oggi ho visto una decina di articoli in cui si parla di "emergenza stupri", della "pazza estate degli stupri", in cui si fa la conta per capire se ci violentano di più gli immigrati clandestini che prendono 35€ al giorno negli hotel o gli italiani.

Lo stupro usato per giustificare il più becero razzismo, a ulteriore dimostrazione -se mai ne avessimo avuto bisogno- che è sempre sul nostro corpo di donne che si combattono le guerre più zozze.

No, non è un'emergenza.
Non è questione di geografia, di condizioni economiche, di religione.

È la cultura patriarcale, che in questo paese ci teniamo volentieri ben stretta.
È l'idea che una donna sia un oggetto da possedere, un essere inferiore da sfruttare, da abusare...

E sono sempre gli stessi discorsi, le stesse parole, che andiamo ripetendo da anni e che nessuno sembra davvero voler capire.

E fa male.

mercoledì 1 febbraio 2017

Di corresponsabilità e giustificazione della violenza.

Una delle prime cose che ci insegnano da ragazzine è come comportarci e non comportarci per evitare di finire nei guai.

Introiettiamo talmente bene questa idea di una nostra corresponsabilità negli episodi più o meno gravi di molestie e violenza, che, pur senza esserne obbligate da nessun*, ci comportiamo in un determinato modo in base alle diverse circostanze.

Abbiamo vestiti che indossiamo solo in certi posti, in determinate occasioni, ci sono luoghi dove non andiamo dopo una certa ora e comunque dove evitiamo di essere da sole.

La nostra adolescenza, ammettiamolo, è stata tutto un fiorire di cose da non dire e da non fare, di vestiti da non indossare, di luoghi e persone da non frequentare per non cercarcela. 
Oh, sì, abbiamo comunque messo quei pantaloncini e siamo comunque uscite con quel tizio, ma la vocina che ci ricordava che "ce la stiamo cercando" non era affatto muta e in qualche modo tornare a casa "sane e salve" era quasi un sollievo.

L'idea della corresponsabilità della vittima è qualcosa con cui noi tutte abbiamo avuto e abbiamo a che fare. Scrollarcela di dosso fa parte di un percorso spesso faticoso, ma -almeno per me- necessario, di consapevolezza e crescita.

Quante volte, commentando un fatto di cronaca, i/le nostri/e interlocutori/trici hanno detto "eh, ma anche lei, cosa ci faceva lì a quell'ora"?
Quante volte abbiamo sentito dire "se si vestono così, poi che pretendono"?

E non lo hanno detto solo estranee ed estranei al bar. Lo hanno detto i nostri colleghi e colleghe, i compagni e compagne di università, magari anche qualche amica/o, gente che vive con noi, che frequentiamo.


"Te la cerchi", sempre e comunque. La colpa, in fondo, è anche un po' tua. 

Se vieni stuprata prima di tutto si cerca di capire a che ora eri ancora in giro, cosa stavi indossando, con chi eri, quale rapporto avevi con lo stupratore. 
Poi, forse, qualcuno dirà che la violenza è una cosa brutta e ti compatirà.

È esattamente qui che vive quel 27% di giovani maschi e il 20% di giovani donne d'Europa che ritengono la violenza sessuale "justifiable or acceptable in some circomstances", in questa idea che vestirsi e comportarsi in un certo modo sia un invito alla violenza o quantomeno la renda meno grave.

Che bere una birra in più sia una giustificazione valida per uno stupratore.
Che se si vuole uscire da sole la sera si deve sempre mettere in conto uno stupro o per lo meno una molestia.

E la cosa più dolorosa per me è leggere di quel 20% di donne che ha risposto che sì, la violenza sessuale in alcuni casi è "giustificabile". 

Vuol dire che quelle donne ritengono accettabile l'essere considerate oggetti, prede, qualcosa da usare a proprio piacimento.

Stando a quanto esce dalla ricerca citata dal Washington Post, in Italia una cosa come il 25% degli/delle intervistati/e ritiene che il sesso senza consenso (lo stupro) sia giustificabile se la vittima era vestita in modo troppo provocante.
Se aveva bevuto troppo o era drogata.
Se stava flirtando fino a un momento prima. 
Se non ha detto NO in modo abbastanza chiaro o non ha lottato. 
Se era in giro di notte da sola.
Se ha una vita sessuale attiva e promiscua.
Se è andata volontariamente a casa col suo stupratore.
Se lo stupratore "non ha capito cosa stava facendo".
Se lo stupratore si pente.

La vittima è quella che si deve continuamente giustificare, che deve dimostrare che non era d'accordo, che  il sesso senza consenso è SEMPRE stupro.

Da "Processo per stupro" sono passati 38 anni e pare ieri.




martedì 31 maggio 2016

Quattro su venti.





Ve lo ricordate questo video? Un "esperimento sociale" di un paio di anni fa.
Un tizio picchia una tizia in un parco. 
In pieno giorno, tra i passanti.
Ne passano venti.
E se ne fermano quattro.
Sedici codardi e codarde?
Sedici stronzi e stronzi?
Sedici indifferenti?
Non solo.
Il punto è che non ci si ferma davanti ad un uomo che picchia una donna perché la violenza di genere non è percepita come un problema reale e collettivo.
La violenza di genere è vista come un fatto "privato" e i panni sporchi, si sa, si lavano in famiglia.
La violenza di genere viene costantemente negata, minimizzata, ridicolizzata.
Addirittura è usata per fare divertenti battute di spirito e per insultare l'avversaria politica (emblematico il caso di Boldrini, costantemente salutata da auguri di stupro).
E le prime colpevoli sono sempre e solo le vittime di quella violenza.
Perché non hanno denunciato, perché non l'hanno lasciato, perché non sono scappate, perché avevano la gonna corta, perché viaggiavano da sole, perché hanno bevuto un bicchiere di troppo, perché a quell'ora si sta a casa.
Dare oggi la colpa di quanto successo a Sara agli automobilisti che non si sono fermati è ipocrita.

La colpa è di una cultura che non si vuole mettere in discussione.
La colpa è di chi ci prende per il culo quando parliamo di femminicidio e discriminazione.
La colpa è di chi non vuole capire che sì, c'è una disparità tra i generi, che si impara da bambini e bambine e che è proprio allora, quando gli stereotipi iniziano a radicarsi che va combattuta.
La colpa è di chi crede che sia accettabile fare battute sullo stupro.
La colpa è di chi crede che una molestia per strada sia un complimento.
La colpa è di chi ci dice "e fattela una risata".
La colpa è di chi cerca attenuanti alla violenza e alla discriminazione di genere ogni giorno.

lunedì 30 maggio 2016

Piccola storia ignobile. * #2

In realtà Piccola storia ignobile è una canzone sull'aborto, ma c'è una frase che mi gira in testa: "così solita e banale come tante".

No, non credo affatto che la storia di Sara, bruciata viva dall'ex fidanzato e morta alla periferia di Roma sia una storia "solita e banale", ma sento che lo sono invece le parole che sto usando io. 
Che di nuovo mi ritrovo a cercare di capire che cosa spinga i media italiani ad affrontare questa e le altre centinaia di storie uguali in un certo modo, offrendoci un certo tipo di racconto, banalizzandolo e allo stesso tempo "normalizzandolo" relegandolo alla "follia" del singolo.
Perché se il femminicida è sempre un "pazzo" o un "malato", allora in qualche modo la storia assume un senso che le trova un posto facendola diventare quasi un "normale" fatto di cronaca nera.

Ho scritto altri mille post uguali, lo so. Sono stanca io per prima.
Centinaia di parole buttate al vento chiedendomi e chiedendoci cosa porti un uomo a credere che una donna sia una cosa di sua proprietà, fino al punto di ucciderla pur di non lasciarla libera di vivere la propria vita.

Io ho un'idea molto chiara in merito: si chiama cultura patriarcale, una cultura che con buona pace di tante e tanti autorevolissim* studios* non è morta affatto, anzi. Lo diciamo in tante e tanti, ma a quanto pare non basta ancora. Una cultura che naviga felice nelle disuguaglianze di genere e nei rapporti di potere tra uomini e donne, vecchi eppure sempre presenti.

Anche oggi quello che mi colpisce maggiormente è il racconto del femminicidio da parte dei media.

Rory Cappelli, su La Repubblica chiude il suo pezzo scrivendo:
E il resto è orribile cronaca. Che si sarebbe potuta evitare - dicono gli inquirenti - se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche. Se solo gli amici, le amiche e i familiari non avessero sottovalutato. Se solo quei due che sono passati in macchina si fossero fermati.
Giorgia Meloni, candidata sindaca di Roma, la mia città, dice che questa è una città insicura, quindi nessuno si è fermato quando Sara chiedeva aiuto in strada perché a Roma abbiamo paura.

La vita in diretta ci fa sapere che l'assassino ha confessato "tra le lacrime" perché "non sopportava che fosse finita".

E vi risparmio le solite, vergognose gallerie fotografiche piene di immagini saccheggiate dall'account facebook della vittima.
Su tutte, quella che la ritrae sorridente con l'assassino.

E il sottotesto di ogni parola usata in queste ore:


E pure lei, però. Non ha denunciato. 

E pure gli amici suoi, però. Non hanno fatto niente.
E pure la famiglia di lei, però. Non ha capito.

E pure quelli in macchina, però. Non si sono fermati.

Come in ogni femminicidio che si rispetti, il racconto dei media sembra dire che l'unico che non ha mai colpe è sempre l'assassino. Quello al massimo è geloso, matto, impazzito, depresso, preda di un raptus.



* Piccola storia ignobile, Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43, 1976