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martedì 3 luglio 2012

Non sono un #mediacomplice.

Spesso mi sono trovata a scrivere e discutere di come i media nazionali affrontino la questione del femminicidio.

Come tant* altr*, ho denunciato fino alla nausea come troppo spesso gli articoli di giornale o i servizi in tv tendano a "sminuire" il fatto.Parlano di raptus, di gelosia, di amore criminale, di passioni sbagliate. 
Dice bene Loredana Lipperini
C’è sempre una giustificazione, c’è sempre una ferita che porta a uccidere: leggete le cronache di questi giorni, e contate quante volte viene riportata la parola “raptus” per motivare quel che è avvenuto a Palma Campania, dove un uomo di trentacinque anni uccide la moglie di ventisei, con i bambini che dormono (forse, spero) nell’altra stanza.
Tempo fa scrissi che a monte c'è anche un grosso problema di comunicazione.
Il reale viene negato attraverso la rimozione della parola stessa che serve per dirlo.
Certo, non si può nascondere il fatto che la signora X è stata ammazzata dal marito, il signor Y, ma si  cercheranno altri modi di raccontare. 
Il signor Y non sarà un femminicida, ma un uomo "geloso", magari "cupo", forse "ossessionato" o anche "succube", "vessato", "respinto", "lasciato".
Forse si racconterà di come ha giocato tutti i risparmi al videopoker, di come ha perso il lavoro, quasi che la disoccupazione o la dipendenza dal gioco potessero essere un alibi.
Non so se dare finalmente un nome alle cose cambierà mai l'atteggiamento dei nostri media sul femminicidio, ma sta di fatto che nominare qualcosa la rende reale e forse smettere di parlare di raptus e gesti inconsulti e usare il termine femminicidio ogni volta che una donna viene ammazzata per mano di un uomo potrebbe essere un inizio. 
Se non altro porterebbe altre persone ad interrogarsi, a cercare di capire cosa voglia dire questo neologismo che a molti pare cacofonico e "da femministe" e a vedere che dietro i numeri di Bollettino di Guerra ci sono le storie di tutte e tutti noi, c'è un'intera cultura che deve essere sradicata.

La cultura del possesso, dello svilimento, del mancato rispetto.
 Una cultura che non mi appartiene e che combatto come posso ogni giorno.

Per distruggerla, però, non bastiamo noi. 
Ci vuole una presa di coscienza da parte dei media tutti. 
BASTA con le giustificazioni.
Ha ucciso la moglie. Poche settimane prima aveva perso il lavoro.
Ha ucciso la moglie. Due mesi fa è morta sua madre.
Ha ucciso la moglie. Lei forse lo tradiva.
Ha ucciso la moglie. Lei voleva lasciarlo.

Ha ucciso la moglie.
Non è stato un raptus.
Non è stata gelosia.
Non è stata depressione.

I giornalisti con le loro parole formano l'opinione pubblica, ci piaccia o no.

Per questo, raccolgo e rilancio l'appello di Giorgia Vezzoli (Vita da streghe):

Per questo, mi piacerebbe invitare tutti i media che non vogliano rendersi conniventi con il rischio di giustificazione sociale dell'uccisione delle donne da parte degli uomini  ad adottare la seguente illustrazione come una sorta di assunzione di responsabilità, facendo proprio l'impegno a non rendersi complici del mantenimento di un clima tollerante nei confronti della violenza sulle donne

Anarkikka

Su FB è nato un evento.
Tantissim* blogger hanno aderito.

martedì 9 novembre 2010

IO non ci sto!



Lettera aperta ai mezzi di informazione italiani



Siamo stanche e siamo indignate.




Non solo siamo state offese dai recenti comportamenti dei politici nei nostri confronti, ma anche e soprattutto dall’atteggiamento ipocrita di molti mezzi di informazione che, anziché limitarsi alla denuncia, hanno ossessivamente diffuso immagini e video soft-pornografici, nell’ennesima profusione gratuita di corpi di donne svestite in pasto agli sguardi di tutti.


Ci e vi chiediamo: dove finisce il corretto dovere di cronaca sulle vicende di chi ci dovrebbe rappresentare politicamente e dove comincia il perverso gioco al solletico del voyeurismo del pubblico?


Se non iniziamo a comprendere che è, in primis, attraverso i media che si perpetra la subcultura pruriginosa e sessista che da tempo ci ammorba (siamo al 74° posto per le pari opportunità nel mondo e definirci anche solo civili da questo punto di vista sta diventando un problema), in questo Paese non cambierà mai nulla. Muteranno le facce, ma non la sostanza.


Vi chiediamo di smetterla di sfruttare il corpo delle donne in modo così massiccio e gratuito e vi chiediamo coerenza. Non è mercificando o approfittando dello squallore che lo si potrà combattere, poiché questo è il modo migliore per riprodurlo all’infinito.


Siamo stanche e siamo indignate. Di chi con una mano denuncia e difende i nostri diritti e con l’altra usa il nostro corpo svestito come specchietto per le allodole per attirare il suo pubblico.


Lettera promossa dalla campagna IO NON CI STO agli stereotipi*




Se anche tu, donna o uomo, condividi queste parole puoi :


  • firmare la lettera aperta con nome, cognome e città (oppure blog/sito) nei commenti qui sotto

  • non comprare testate o guardare programmi che sfruttano il voyeurismo del corpo delle donne

  • scrivere alle redazioni ogni qual volta noti un servizio dove il corpo delle donne viene usato in modo gratuito, manifestando il tuo dissenso.


Ti chiediamo inoltre di diffondere questo testo, passando parola. La lettera verrà inviata al maggior numero possibile di testate.


*IO NON CI STO agli stereotipi è una campagna promossa da Giorgia Vezzoli – Vita da streghe, Francesca Sanzo – Associazione Donne Pensanti, Maria Grazia Verderame – Un altro genere di comunicazione e Lorenza Garbolino – Una nuova era.


Lanciata con un’iniziativa di protesta nei confronti del programma tv La pupa e il secchione, la campagna si propone di abbattere le gabbie degli stereotipi di genere presenti sui media per favorire la diffusione di una cultura e di una mentalità paritaria. Manifesto della campagna è un testo poetico che reclama la dignità della donna sui media e che chiunque può diffondere all’interno dei propri blog, siti o nelle inizia tive a favore delle donne.


Leggi e diffondi il manifesto-poesia:




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