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domenica 12 febbraio 2017

Patate bollenti e pompini.

Se una fosse stata fuori qualche settimana e aprisse oggi per la prima volta i quotidiani nazionali farebbe festa. 
Finalmente, dopo e grazie all'ignobile prima pagina che Libero ha dedicato alla sindaca Raggi, pare che il sessismo sia diventato un problema pressante per la stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Finalmente la parola "sessista" è sulle prime pagine dei giornali.
La si può sentire negli uffici, nei bar, sui mezzi pubblici.
È un fiorire ovunque di articoli e post che spiegano con attenzione e dovizia di particolari che cosa sia il sessismo, come lo si riconosca, come lo si debba combattere per debellarlo una volta per tutte.

Solo che io sono sempre rimasta qua.

È divertente vedere come a spingere così tanto sul valore fondamentale dell'antisessismo siano quegli stessi personaggi o media che solitamente veicolano tutt'altro.

Il Corriere della Sera, per esempio. Che per settimane ci ha deliziato con le sexy cameriere, le sexy hostess, le sexy soldatesse e ora con i vestiti "birichini" delle cantanti di Sanremo. Oggi, tanto per fare un esempio, accanto all'articolo di Aldo Grasso sugli insulti di Argento a Meloni, c'è la galleria fotografica dedicata al culo di Lottie Moss, 19 anni, sorella di Kate.
O La Repubblica, la cui colonna destra non teme rivali in quanto a sessismo e allusioni soft porno.
Su Il Fatto Quotidiano, poi, è inutile accanirsi, qui ne ho parlato spesso e a lungo.

Per un attimo, solo per un attimo, però, sono stata quasi ottimista nel vedere tanta indignazione su Facebook e Twitter tra molti miei contatti solitamente abbastanza indifferenti se non refrattari alla questione.

Ho pensato che magari qualcosa si stesse muovendo sul serio. 
Che magari le troppe parole che spendiamo ogni giorno per denunciare sessismo e misoginia più o meno nascosti sarebbero state finalmente comprese. Che non sarei più stata guardata come una pazza veterofemminista isterica (il mio capo mi ha chiamata così una volta...) quando vado fuori di testa per un "puttana" buttato in una conversazione di lavoro.

E invece.

E invece subito è partita la gara tra simpatizzanti PD e M5S per cercare su Google gli insulti sessisti che gli esponenti di un partito hanno riservato negli anni alle donne dell'altro.

Si sono andate a recuperare storie di pompini, di puttane, di cosce e di bamboline, dimostrando ancora una volta che il sessismo in Italia non è mai un problema, che il problema, casomai, è il tifo.

E quindi mi si conferma che andava bene dire "puttana" a Carfagna, ma non a Oppo. Va bene dire che Boschi è lì perché scopa con Renzi, ma non che Raggi e Romeo siano amanti. E va bene che Argento dia della lardosa a Meloni e che io venga rimproverata di "difendere una fascista" solo perché è una donna.


Il punto non è il sessismo, non sono le offese alle donne in quanto donne: è l'appartenenza politica, per cui non si vede il cortocircuito che c'è nel chiedere "cosa faresti in macchina con Boldrini" e denunciare una testata giornalistica che chiama "patata bollente" la tua sindaca.

Mi chiedo se non dovrei cominciare a farmene una ragione.



giovedì 4 ottobre 2012

Vauro e lo stupro

Stando a questa vignetta Vauro trova che lo stupro sia divertente. O almeno che se ne possa fare dell'esilarante "satira".

Sono andata a leggere la definizione di "satira" sul vocabolario Treccani on line e sinceramente non riesco a ritrovare nel disegno di uno stupro in fieri nulla di "dissacrante", "divertente" o che possa portarmi a sorridere.
Non c'entra nemmeno niente con la condanna di Fiorito.
È un insulto gratuito agli uomini e alle donne, alle vittime di stupro tutte.

Forse sono banale, ma ancora penso che sullo stupro non si possa ridere.

Mai.

Comunque, è "divertente" che ad ospitare questa perla di violenza, sessismo e stereotipi sul mondo delle carceri sia un giornale il cui direttore qualche tempo fa annunciava la "svolta" del ghetto per le femmine, mi fa capire quanto sul serio Gomez abbia preso sul serio il compito che si era prefisso.


Leggetevi il post di Paolo Persichetti.
Spero che lo leggerà anche Vauro.
E spero che leggendolo capirà perché la sua vignetta fa così tanto schifo.

lunedì 25 giugno 2012

Di contentini e facce come il culo.

Leggo di una "svolta" in corso a Il Fatto Quotidiano.

Preso finalmente a pedate Fini?
Obbligato i giornalisti a non storpiare i nomi dei politici che gli stanno sul culo?

No, uno spazio per le donne. 
[Sarà mica quello che aveva promesso proprio lui due anni fa, dopo che donne e uomini si erano indignati per le sparate misogine, manco a dirlo, di Massimo Fini, liquidate dal direttore come una "provocazione di un grande scrittore"?]

La buona novella è annunciata da Gomez in persona.
 
"Rifondare l'Italia. Partendo dalle donne", scrive.
 Dice che quello che possono fare loro è 
Impegnarci con i lettori e le lettrici a tenere alta l’attenzione contro tutte le discriminazioni di genere. A fornire più informazioni e a raccontare storie (di ogni tipo) anche con un punto di vista femminile
Solo che io sono una persona rancorosa e le cose che mi fanno arrabbiare non me le dimentico.
Quindi, mentre blatera di quote rosa, di rispetto, di Olgettine, io non riesco a  non pensare alle risposte che da lui ho (o non ho) ricevuto ogni volta che ho provato a spiegargli che quando uno chiama le donne "razza nemica" o dice "inchiappettate" con nonchalance davanti a uno stupro e un duplice omicidio, forse si dovrebbe prendere una chiara posizione.

Non dimentico le sue risposte stizzite e i suoi silenzi.

Io non dimentico il silenzio di Peter Gomez quando Fini scrisse "Stupratori di tutto il mondo unitevi" o quando blaterava di diciassettenni che però sono maggiorenni e pure un po' puttane [oggi una ragazza di 17 anni è minorenne solo per l’anagrafe (per cui sarebbe bene, nei reati sessuali, abbassare l’età minorile, oggi ci sono in circolazione delle autentiche “mine vaganti”) e non è che uno, prima di andarci a letto, possa chiedergli la carta di identità].

Quindi, per farci stare zitte e buone, arriva il contentino dello spazio "Donne di Fatto".

Nel corso di questi mesi ci siamo infatti resi conto che una sezione di questo tipo era necessaria per obbligare la redazione ad occuparsi con costanza di temi che per conformismo (ma non solo) spesso finivamo per ignorare.

Ecco. Su quel "ma non solo" sarebbe bello sapere qualcosa di più, ma tant'è.
 
Contentino e faccia come il culo, un grande classico tutto italiano.

mercoledì 28 marzo 2012

Lettera aperta - aggiornamenti

Lorella Zanardo sul suo blog su Il Fatto Quotidiano:

“Le tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò.” Così scrive Massimo Fini su questo giornale, riferendosi a tre ragazze in gita in Abruzzo.

2 delle” ragazze sculettanti” furono poi violentate e uccise selvaggiamente.

Mi interrogo sull’utilità dell’Ordine dei Giornalisti

Non ho altro da dire.

Massimo Fini chiede "scusa ai lettori". Non starò qui a dire dove può mettersi queste scuse, dalle quali paiono essere escluse proprio le donne, quelle costantemente offese da Fini. Sottigliezze, forse. E non sto nemmeno a spiegare perché quello che scrive suona -ed è- ipocrita, dettato evidentemente dall'eccesso di boiate scritte nell'articolo precedente e magari dall'invito di qualcuno a scrivere "du' righe per fare stare zitte le femministe"

Tengo a precisare, e so che Lorenzo è con me, che noi non abbiamo chiesto nella nostra "Lettera aperta" le scuse di Fini. Non sappiamo che farcene.


Chiedo scusa ai lettori
Quando uno commette un errore, oltretutto assai grave, deve avere il coraggio e l’umiltà di ammetterlo. Non sapevo, o non ricordavo, che due delle tre ragazze d’Abruzzo di cui parlavo nella mia rubrica di sabato, oltre a essere state violentate, furono poi uccise dal pastore di pecore macedone. La sostanza non cambia perché lo stupro è un fatto già in sé gravissimo (per le conseguenze psicologiche che ha sulla vittima fino a determinarne, in seguito, l’intera sessualità), ma l’omicidio lo rende ancora più infame. Così il riferimento al “pastore macedone”, probabilmente già sgradevole e comunque equivocabile, diventa sgradevolissimo. Nella chiusa del mio articolo volevo solo invitare donne e uomini (per questo l’accenno ai turisti del folklore in Orissa) a una elementare prudenza, perché l’uomo non è quello che, illuministicamente e astrattamente, vorremmo che fosse, ma resta, nel concreto, quello che è sempre stato. Ma l’ho fatto nel peggiore dei modi e, per soprammercato, con una punta di arroganza in cui, in genere, non mi riconosco. Chiedo scusa ai lettori del Fatto e del blog e, soprattutto, a chi ebbe e ha care le vittime di quel lontano misfatto.
In tutto questo, sarebbe bello da parte di Antonio Padellaro e Peter Gomez sprecare qualche minuto del loro preziosissimo tempo a dire qualcosa.
Aspetto con fiducia.


AGGIORNAMENTO 30/03/2012 

Non appena ho letto l'orribile sproloquio di Fini, ho mandato una mail a Gomez il 26 marzo 2012 alle 19:37 e una a Padellaro il 27 marzo 2012 alle 08.30.

Ad oggi -30/03/2012, 10.12- non c’è stata risposta alcuna.

Lidia Ravera non mi pare abbia risposto (ma in effetti le abbiamo scritto su quella che immaginiamo essere la sua mail su Il Fatto), e Caterina Soffici ha scritto su twitter un messaggio di risposta a Giovanna Cosenza in cui dice in sostanza di lasciar perdere e ignorarlo perché sarebbe malatto e avrebbe un “ossessione con le donne”. Quest'ultima non presa di posizione me l'aspettavo, visto l'invito ad "ignorare ignorare ignorare" lanciato in occasione del calendario di Toscani.

È stata scritta una bella lettera da alcune donne, QUI potete sottoscriverla.

Lettera aperta a Lorella, Lidia, Caterina e Giovanna.

Questo è un testo che io e Lorenzo su Questo Uomo No abbiamo deciso di scrivere insieme e di diffondere insieme sui nostri blog, per email, e sui nostri profili Facebook.

Ci rivolgiamo a Lorella Zanardo, Lidia Ravera, Caterina Soffici e Giovanna Cosenza.

Voi quattro avete un blog nello spazio web de "Il Fatto Quotidiano", come anche Massimo Fini. A suo nome è apparso sul cartaceo, il 24 marzo, questo articolo che certamente avete letto - o di cui senz'altro avete avuto notizia. Sul sito l'articolo è visibile per i soli abbonati: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/lossessione-per-la-donna/199753/ .
Sul contenuto non ci esprimeremo, perché com'è solito di Fini c'è tutto il suo campionario: sessismo, violenza, approssimazione, disinformazione, ipocrisia, ignoranza, razzismo. Basta leggere.

Non racconteremo ancora, e di nuovo, lo scontato gioco delle tre carte messo in campo dai direttori de "Il Fatto Quotidiano" Gomez e Padellaro, per il cartaceo e l'online. L'uno e l'altro, in tempi e occasioni diverse, ci hanno già risposto col consueto mucchio di ipocrisie tipiche dei dirigenti di media italiani: non l'ho pubblicato io, c'è la libertà di opinione, il suo è umorismo che può non piacere, predisporremo uno spazio per parlare di violenza dal punto di vista delle donne... la solita fuffa. Oppure il silenzio, indifferente e quindi complice di quelle parole di Fini.

Io e Lola abbiamo già detto in più occasioni che qui non si tratta di libertà di opinione o d'espressione, né di umorismo greve. Si tratta di non superare un limite, che dev'essere difeso esplicitamente e pubblicamente.

Questo limite, che ha varie forme, oggi per noi sta nel dissociarsi pubblicamente da chi senza rispetto per chi è morta, per chi è sopravvissuta segnata per sempre da un orribile violenza subita, arriva a scrivere, tra le altre nefandezze, anche queste infami parole:

...troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò.
Noi chiediamo che chi come voi è accomunato da una stessa testata giornalistica a questo individuo, a queste sue oscene parole, se ne dissoci apertamente e si dissoci dalla condotta della testata che - nell'ipocrita disegno "democratico" della supposta libertà d'espressione - si gode lo spettacolo di pubblicare tutto e il contrario di tutto, in omaggio alla qualunquistica ricerca del consenso numericamente più ampio possibile.

Lo chiediamo a voi soprattutto per aver apprezzato, anche altrove, il vostro lavoro e la vostra attività. Queste parole di Massimo Fini - come molte altre di molti altri che comunque non ci stanchiamo di segnalare, ricordare, decostruire, denunciare - non possono essere lasciate libere di circolare come ne niente fosse. Come se niente fosse.

Lola, donna e Lorenzo Gasparrini, uomo.

lunedì 26 marzo 2012

L'ossessione di Massimo

Erano giorni che aspettavo, poi oggi, mentre guardo Friends, un post su faccialibro finalmente mi porta il tanto atteso dono: Massimo Fini è tornato!

Già il titolo mi emoziona.
Mollo tutto e mi accingo alla lettura, certa che anche questa volta non sarò delusa. Voglio merda e so che merda avrò.

L'articolo è stato ispirato al nostro adorato dalla partecipazione ad una puntata di Agorà, insieme a Carfagna, Rosa Calipari (moglie di) Pd (sic), e il sociologo Ferrarotti. 
Tema della puntata, la violenza sulle donne.

Massimo parte citando Lawrence e il suo "La verga di Aronne", che non conosco:
“Quasi tutti gli uomini, nel momento stesso in cui impongono i loro egoistici diritti di maschi padroni, tacitamente accettano il fatto della superiorità della donna come apportatrice di vita. Tacitamente credono nel culto di ciò che è femminile. E per quanto possano reagire contro questa credenza, detestando le loro donne, ricorrendo alle prostitute, all'alcol e a qualsiasi altra cosa, in ribellione contro questo grande dogma ignominioso della sacra superiorità della donna, pure non fanno ancor sempre che profanare il dio della loro vera fede. Profanando la donna essi continuano, per quanto negativamente, a concederle il loro culto”
Insomma, a quanto pare, se un uomo ti stupra, è perché in realtà ti venera e ha intimamente paura della tua superiorità "come apportatrice di vita".
Diciamo che il fatto che queste parole siano citate da uno che sostiene che in quanto donna non sei altro che una "razza nemica" e che conviene masturbarsi dietro una siepe piuttosto che avere a che fare con te, mi irrita non poco e mi fa passare la voglia di andarmi a leggere Lawrence.

Comunque, Massimo continua l'esegesi del testo:
Insomma l'aggressività dell'uomo nei confronti della donna dipende da un incoffessato e inconfessabile 'inferiority complex'
 Certo, Lawrence scrive 
ai primi del Novecento e si riferisce agli uomini dell'aristocrazia e dell'alta borghesia e alle loro modalità per umiliare la donna, ma il discorso vale per qualsiasi ceto anche se le modalità sono meno sottili, più dirette e brutali.
Prima c'era tutta una filosofia dietro lo stupro e la violenza sulle donne, mica come adesso, che manca tutta quella sottigliezza. Adesso ti ammazzano e basta, non ci stanno troppo a filosofeggiare intorno.

Secondo Massimo il vero problema è che 
oggi l'uomo, privato della possibilità di esercitare il suo ruolo virile (non può più provarsi in guerra, sostituito dalle macchine, non c'è più il servizio militare né il nazionalismo passionale, la forza fisica, con tecnologia, non conta più nulla) sente in modo particolarmente acuto questa sua inadeguatezza nei confronti della donna che un ruolo, quello di procreare, comunque lo conserva, anche se non ne fa più lo scopo della sua vita, e questo può far scattare, per contraccolpo, un surplus di aggressività.
Sì, lo so che lo avete già letto. 
Questa cosa dell'impossibilità di andare in guerra ad ammazzare i suoi simili per Massimo Fini è un problema immenso, l'origine di quasi tutti i mali. Almeno di quelli che non derivano dalle donne.

In pratica, non potendo andare in guerra o fare volate eroiche come D'Annunzio, l'uomo non è in grado di sfogare il dolore che prova sentendosi inferiore alle donne e quindi tende a picchiarle, stuprarle, ucciderle.

Ma non è colpa sua. E' colpa di chi ha pensato bene di togliere la naja obbligatoria. A saperlo avrei fatto una petizione per mantenerla e anzi portarla ad almeno tre anni.

La donna ha un ruolo, quello di procreare e nessuno può toglierglielo per decreto legge. 
Poveri uomini, come non capire il loro dramma?
Togliendoli dalle trincee li abbiamo evirati, farci massacrare è il minimo: in fondo noi possiamo pur sempre partorire.
Stronze egoiste che non siamo altro.

A lui, comunque, certe stronzate non parevano un discorso contro la donna. Al contrario.
Sostenere che il solo ruolo che spetta ad una donna è quello di procreare e che questa sua capacità possa essere vista dall'uomo come una specie di "provocazione" non è un discorso contro la donna. Al contrario.
Dire che se un uomo ti massacra (fatevi un giro su Bollettino di Guerra, tanto per avere un'idea di cosa si stia parlando) è perché in fondo ha un incoffessato e inconfessabile 'inferiority complex, non è un discorso contro la donna. Al contrario.

Povero Massimo, non riesce a capire perché
La Carfagna e la Calipari mi hanno accusato di 'giustificazionismo'. Mi ha colpito il tono di sufficienza della Calipari (“le tesi di Fini non mi interessano”) eppure se oggi è parlamentare non lo deve di certo alle sue preclare virtù, ma a quelle, virili, di suo marito che le portò fino alle estreme conseguenze.
Leggetelo bene questo periodo, perché c'è tutto.
C'è il disprezzo per la donna, che non vale niente se non in quanto moglie di un uomo virile, che è morto per salvare proprio una donna, peraltro.

Scomoda addirittura il fascismo, proprio lui, che della retorica fascista è pieno fino al midollo e la puzza la sento fin qui.

Dice: 

La Carfagna, dimentica, fra l'altro, che l'avevo difesa da un attacco realmente maschilista del suo collega in Pdl, l'inguardabile Paolo Guzzanti, riferendosi a un mio ormai famoso articolo pubblicato sul Fatto (“Le donne sono una razza nemica”, ha affermato che “le parole sono pietre” e che istigavo alla violenza sulle donne. Ho obbiettato che la pretesa di eliminare tutte le opinioni eterodosse è una pratica fascista anche se oggi si chiama democrazia. Stuart Mill, che era un liberale un po' più consistente di sora Carfagna, scrive “E' necessario anche proteggersi dalla tirannia dell'opinione e del sentimento predominanti” 'Sulla libertà' ).
Eccerto. 
Per Massimo Fini scrivere cose come: 
"Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe."
e lo scritto "Sulla libertà" di Mill  sono la medesima cosa. 
A Massimo sfugge, tra l'altro, il ruolo fondamentale di Harriet Taylor sulla stesura di Sulla Libertà e sul lavoro di Mill in generale.

E anche se tra me e Carfagna non c'è nulla in comune se non il genere e sebbene io non riesca (e non voglia) a trovare in lei nulla che ci possa avvicinare, chiamarla "sora Carfagna" in questo contesto è di per sé un giudizio che trasuda sessismo. 

Ma eccolo il vero Massimo Fini. Altro che Mill, Lawrence e verga di Aronne:
 Infine, anche se il campo è minatissimo perchè attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle* che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei 'pastori macedoni', pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d'ombra intorno alle discoteche**, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza. Altrimenti si finisce come quei due idioti che sono andati a provocare in Orissa.
Le inchiappettò.
Loro erano "vispe terese" in minigonna e quindi lui le inchiappettò.
La ragazza stuprata fuori dalla discoteca di Pizzoli non è stata prudente. E quindi lui l'ha devastata.

Se ti stuprano è perché tu non sei prudente.
Se ti stuprano è perché tu sei una mignotta in minigonna.
Se ti stuprano è perché tu te lo meriti.

Massimo Fini dovrebbe quantomeno avere le palle per dire che secondo lui lo stupro è colpa della troia che non è stata prudente. E non nascondersi dietro citazioni più o meno colte.

E Il Fatto Quotidiano dovrebbe smetterla di ospitare certa merda.

Perché questo non è giornalismo. Non è provocazione. 
E' solo MERDA.


* le "tre donzelle": due uccise, una stuprata, una salva per miracolo.

** fuori dalla discoteca una ragazza è stata stuprata con un oggetto che le ha causato lesioni anche all'apparato digerente e poi lasciata in mezzo alla neve in una pozza di sangue.

martedì 6 luglio 2010

Ancora su donne, Fini e Fatti Quotidiani.


Gomez risponde ancora.

Mi sa che tra mail
bombing, facebook e blog questi si sono accorti che le simpatiche parole di Fini (Massimo), “il grande scrittore, un grande giornalista e, soprattutto, (non un uomo, ma) un essere umano libero”, per dirla con le parole di Gomez, hanno urtato più di una persona.

E quindi hanno pubblicato l’articolo di
Giorgia Vezzoli, (che peraltro gira da un bel po’ anche su faccialibro, è bello che se ne siano accorti anche loro), con tanto di risposta in tempo reale di Gomez in persona.

In sostanza il buon Peter ripete quello che aveva già detto dopo il casino per il secondo articolo di M.F., “
Due al prezzo di uno”: Fini è un grande giornalista, uno politicamente scorretto, ma deve essere libero senza se e senza ma. E poi forse grazie ai suoi articoli deliranti e misogini (aggettivi decisamente miei) si comincia a muovere qualcosa nel dibattito sulla questione femminile. Insomma, alle donne serve che qualcuno le prenda a calci per parlare di sé e per rendersi conto di quanto siano disprezzate (e temute) da un non piccolo numero di uomini in carriera, che magari hanno paura di essere scalzati.

Comunque, scrive Gomez, non c’è nulla da preoccuparsi: Il Fatto non sta veicolando affatto messaggi misogini. Non dobbiamo in nessun modo restare alle semplici parole così come le leggiamo negli scritti di Massimo Fini:
La linea del Fatto sulle donne è chiara ed è testimoniata da decine di articoli. Quindi perché fossilizzarsi proprio su questi? Dovremmo anzi capire il gran favore che tali scritti fanno a tutte noi: un’occasione preziosa per discutere di un tema importante: la condizione femminile. Un tema che in Italia viene accuratamente evitato.
Quindi dovremmo piuttosto ringraziare il grande giornalista, grande scrittore e persona onesta con la quale in questo caso non concordiamo per nulla, perché grazie a lui si sta aprendo un importante dibattito.

E soprattutto si sta per aprire -udite udite- un blog. Ebbene si, grazie agli insulti di Fini, Il Fatto aprirà un bellissimo blog dedicato alla battaglia per la dignità femminile e per il rispetto dei generi. Quindi, mie care, ringraziamo Massimo Fini, che tra un insulto, un'istigazione allo stupro e una
pippa
dietro una siepe ci sta aprendo un mondo telematico meraviglioso.

A me viene in mente solo una parola: paraculi.


E' ben comodo dire che sotto sotto quegli articoli deliranti hanno fatto nascere un dibattito.
Di queste cose le donne dibattono da anni e certo non sentivano il bisogno di sentirsi dare (di nuovo) delle streghe isteriche da un maschio per andare avanti.


martedì 22 giugno 2010

"Una questione di democrazia"


Peter Gomez ha "risposto" a Fini.
Un sacco di belle parole, date, esempi... ma mai, nemmeno per sbaglio, Gomez ha fatto notare a Fini che forse 'ste sparate contro le donne potrebbe anche risparmiarsele.

Ma Massimo Fini è un grande scrittore, un grande giornalista e, soprattutto, (non un uomo, ma) un essere umano libero. Nella sua vita si è reso protagonista di molte scelte coraggiose e controcorrente. Che ha sempre pagato di persona. Capisco il senso delle sue provocazioni. E, anche se in questo caso non condivido una parola di quello che dice, voglio che lo possa fare. Soprattutto sulla Rete dove ciascuno può contraddirlo, criticarlo, lodarlo o insultarlo. Se il caso.

Insomma, "
Il Corpo delle Donne" c'è piaciuto tanto, disprezziamo le pubblicità delle macchine con gnocche seminude in primo piano, siamo per le pari opportunità, ma se siamo  abbastanza antiberlusconiani possiamo scherzare sullo stupro e sorvolare sull'orrore della condizione femminile in Afganistan. Sono solo provocazioni e comunque la sola cosa che conta è che "lo possiamo fare". Perché non raccontiamoci cazzate, se le stesse parole fossero state stampate su Libero o Il Giornale, di certo non ci si sarebbe nascosti dietro la libertà di parola.

Ma vaffanculo pure Gomez.