martedì 31 gennaio 2017

Basta mamma.

Davvero, basta.

Basta, per favore.
Io capisco che col dibattito sulla gestazione per altr* si stia giocando una partita pesantissima per molte, ma davvero, basta con la retorica sulla maternità. 
Perché è solo per attaccare la GPA che state tirando fuori tutto questo amore per la maternità, ne sono più che convinta.



Possibile che non riusciate a capire quanto sia violento il vostro continuo sottolineare come siano un utero e della prole a fare una donna?
Possibile che non vi sfiori l'idea che ribadire ogni giorno che quello che ci rende veramente donne è la nostra capacità di mettere al mondo qualcun* possa essere una stilettata nel petto di chi per i più svariati motivi non può farlo? 
Possibile che non vi interessi sapere che ci sono milioni di donne al mondo che non vogliono essere madri?

O forse, banalmente, non vi interessa e vi pare accettabile camminare sulle persone pur di dimostrare le vostre verità immutabili.


Capisco la vostra ansia davanti a un mondo che non è quello che ci hanno insegnato a scuola, capisco che abbiate paura e forse orrore di chi non vive come la vostra idea di "natura" vorrebbe, ma la vostra violenza non vi rende affatto diverse (sì, uso il femminile, perché siete voi donne a farmi male, quello che pensano gli uomini sapete che mi interessa ben poco) dalle varie Miriano o Meloni.

Non mi tocca più di tanto se Terragni scrive una delle sue tante sparate, ma quando sono donne che credevo compagne e sorelle a darle credito, allora sì, sto male. 
Chi è una donna? Una donna è una che può mettere al mondo un altro/a. Solo una donna può farlo. Ogni altro ragionamento
è invidia misogina
Non è la possibilità che ho di mettere al mondo qualcun* a rendermi una donna.
Le donne possono essere sterili, possono non avere l'utero, possono non essere nate femmine. Non è l'apparato riproduttivo funzionante che mi rende quella che sono.

E una donna sterile?
Una donna malata?
Una donna che non è nata femmina?
È tutta invidia misogina?

Basta con questa squallida mistica della maternità.
Non sembrate ormai nemmeno capaci di produrre un pensiero interessante, siete ferme alla donna come macchina da riproduzione, come ci volevano i fascisti.

Basta pensare che una donna possa dirsi realizzata e completa solo se madre.
Davvero, fatela finita, siete fuori dal mondo. 

lunedì 30 gennaio 2017

Il gentil sesso a la reverse.

Come spesso mi succede sono di nuovo chiedermi cosa sia a spingere certi maschi ad affannarsi tanto per spiegare come dobbiamo essere noi donne, come dobbiamo comportarci per non tradire la nostra "indole" e la nostra "natura", quali siano i modi, le parole e i pensieri che dobbiamo avere per essere davvero donne, in primo luogo ai loro occhi.

Me li immagino, poveri, mentre faticosamente cercano le parole adatte per illustrarci in modo semplice, chiaro e finalmente definitivo quale sia la nostra "femminilità naturale", come la chiama sagacemente Luca Gritti nel suo "L'altro femminismo", e soprattutto quali siano le istanze che possiamo portare avanti senza dimostrare una volta ancora che in fondo si tratta sempre e solo di invidia del pene.

Prendendo come spunto la Women’s March, Gritti cerca di dimostrare come "l'allarmismo un po' isterico" (isteria. Ah, che novità) e la "retorica stantia" del femminismo non conducano ad altro che ad un "machismo a la reverse" (in pratica il famoso maschilismoallincontrario, che però in francese suona effettivamente molto meglio) e per dare sostanza alle sue parole arriva a scomodare Woolf e Aleramo, che considera sue alleate contro le "confuse astruserie ideologiche" al cui altare verrebbe rinnegata la sopracitata "femminilità naturale".

Woolf e Aleramo, è vero, ci dicono che non dobbiamo imitare gli uomini, che il pensiero e la letteratura delle donne devono essere, appunto, femminili, in quanto nostra espressione e prodotto delle nostre menti e dei nostri cuori di donne. 
E il femminismo, piaccia o no, ci ha insegnato che le donne sono tante, che siamo diverse, che ognuna ha le proprie idee, i propri pensieri, i propri modi che in nessun caso possono essere incasellati in quella non ben specificata "femminilità naturale" che tanto sembra ossessionare certi uomini. 
Non c'è senso di inferiorità e non c'è scimmiottamento: non è roba che ci interessa. Siamo parecchio oltre.

Spiace dover far presente a Gritti che non sta dicendo niente di nuovo, niente di “dissidente” (si chiama così la rivista su cui scrive: L'intellettuale dissidente) o di scomodo, ma che anzi sta viaggiando in grande compagnia sui binari del più trito degli stereotipi, per il quale il femminismo insegnerebbe alle donne a comportarsi come i maschi, a copiarne le dinamiche, a imitarne i comportamenti (per bieca promozione personale rimando al mio elenco in continuo aggiornamento sugli stereotipi e i luoghi comuni su femminismo e femministe).

Il femminismo, cui se non altro qui pare essere riconosciuto il merito di aver "consentito a sempre più donne di guadagnare autonomia ed indipendenza economica dagli uomini", ormai sarebbe nient’altro che un'ideologia "insensata e incomprensibile", che si allontana dalla sensibilità e dall'indole della maggioranza del gentil sesso", con la sua "volontà di sottrarre alla donna le sue caratteristiche più proprie attribuendole caratteri e modi maschili".

In tutta onestà io non so bene quali sarebbero le mie caratteristiche più proprie ed è un peccato che, mentre ci chiama "gentil sesso", Gritti non sia riuscito a trovare un attimo per spiegarci quali sarebbero le nostre caratteristiche più proprie. 
Io ci provo a capire quale debba essere la mia indole in quanto rappresentante del gentil sesso, io voglio tantissimo evitare di “scimmiottare” gli uomini, ma da sola proprio non ci arrivo.

Ho chiesto lumi su Twitter al diretto interessato (o quantomeno all'account della rivista per cui scrive), ma mi è stato risposto che per spiegarmi certe cose non basterebbero "10 anni di analisi, figuriamoci 140 caratteri". 

Mi sa che il problema è che sono obnubilata dalla fica e quindi non ci arrivo.

Io giuro che ce la metto tutta, ma non r
iesco in alcun modo ad afferrare una volta per tutte quali siano le mie caratteristiche più proprie in quanto donna. 

Io, per dire, non sapevo  che pretendere di essere trattata alla pari degli uomini, pretendere i loro medesimi diritti e doveri, pretendere di non vedermi negato nulla perché non ho un pene fosse attribuirmi “caratteri e modi maschili”. 

Davvero, io non lo sapevo. 

Se ho sbagliato e mi sono allontanata dalla mia vera natura di gentil sesso chiedo scusa e cercherò di imparare e di lavorare per avvicinarmi sempre di più alla mia "femminilità naturale".



venerdì 11 novembre 2016

Accoglienza.

Tra le millemila analisi del voto americano, quella di Gramellini non spicca certo per originalità. 
Della "mascolinità" di Cilnton come concausa di una -prima possibile, poi reale- sconfitta si è parlato praticamente da subito.

Ogni volta che una donna si affaccia sulla scena politica, ogni volta che una donna di potere prende pubblicamente la parola, la prima e più facile accusa che le viene mossa è quella di non essere abbastanza femminile e, chiaramente, abbastanza materna. 
Di "tradire" il suo essere donna in nome della ricerca, appunto, di un potere che continua ad essere peculiarmente maschile.

A meno che non si intenda applaudire al suo saper "tirare fuori le palle", dal momento che, per moltissime e moltissimi, per essere forti, indipendenti e determinate noi donne dobbiamo dimostrare di avere attributi maschili.

Insomma, dicevo, non c'è niente di particolarmente nuovo nel Buongiorno di ieri, "Donna di picche". Al contrario.

Dopo aver sostenuto che Clinton si sarebbe vergognata "del suo essere femmina", Gramellini ci spiega cosa devono fare le donne per
infrangere il «soffitto di cristallo» della politica, le signore farebbero bene a estrarre da se stesse l’unica risorsa che le renderebbe davvero invincibili presso l’elettorato di entrambi i sessi: un approccio accogliente.
La nostra unica risorsa è avere un approccio accogliente.

Possiamo studiare, impegnarci, fare qualsiasi cosa, ma l'unica risorsa che ci resta, a conti fatti, è un approccio accogliente.
Perché questi sono gli attributi che tutte noi dobbiamo dimostrare di avere: femminilità e animo materno. Qualsiasi cosa questo significhi.

Un approccio accogliente.
Ad essere onesta non so bene cosa si intenda per "accogliente".

Forse Gramellini vuole dirci che dobbiamo essere più sorridenti, remissive, dolci, amabili.

Magari dobbiamo vestirci in un certo modo, usare un trucco leggero, portare i capelli sciolti, ma sempre in ordine, di un colore neutro e non troppo appariscente.
Dovremmo usare un tono di voce basso, non dire parolacce, sorridere, sbattere le ciglia quel tanto che basta per essere ammiccanti senza essere zoccole.

Come dice la mia amica Elo: fragile e decorativa.
Ma non troppo, mi raccomando, che poi diventiamo fregne mosce e ai maschi spesso non piace.

Mi rendo ben conto che trovare il giusto mix è un lavoro difficile e laborioso, ma per far felice un Gramellini possiamo farcela, sorelle!

Comunque non è tanto il Buongiorno che mi crea problemi, quanto la "spiegazione" che Gramellini ha ritenuto di dover dare a chi, come me, gli ha chiesto lumi su come comportarsi per non rischiare mai più di essere una donna di picche, ma di cuori.
So di avere toccato un tabù ma è il pezzo più femminista che abbia mai scritto nella mia vita. Prima di pubblicarlo, l’ho fatto leggere a moltissime donne che lo hanno condiviso. La parola “accogliente”, per me, non ha un significato sessuale. Ribadisco il mio pensiero: la politica ha bisogno di femminile e il femminile è il contrario dell’aggressività. Questa è l’accoglienza, non essere né freddi né aggressivi. Accoglienti nei confronti del diverso, nei confronti della novità. È un atteggiamento che io riscontro ogni giorno in tantissime donne, con cui parlo e con cui lavoro. E sarei felice di ritrovarlo anche nelle donne che fanno politica perché ne trarremmo tutti beneficio. 
A Gramellini ho posto diverse domande, che purtroppo sono rimaste senza risposta.

In primo luogo proprio non riesco a capire quale sarebbe il tabù toccato spiegando alle donne come devono comportarsi. Insomma, dalla mia esperienza mi pare al contrario una prassi ben consolidata.
Io, per dire, sono 37 anni che ho a che fare coi vari mettiti la gonna, sciogli i capelli, truccati meglio, sei un maschiaccio, non fischiare, non dire parolacce. C'è sempre qualcuno che vuole spiegarci come dobbiamo vestirci, comportarci, parlare, essere per essere donna. E molto spesso quel qualcuno ha il pisello.

E ancora, cosa renderebbe quel pezzo addirittura femminista? Il fatto che parlasse di femmine?
No, perché l'idea che una donna debba essere accogliente per arrivare da qualche parte è tutto fuorché femminista. Per non dire di quanto poco sia femminista un uomo che spiega alle donne come vivere.
Qual è l'idea che Gramellini ha del femminismo? Cosa pensa che sia?

Ma soprattutto, chi dice che il problema in quell'approccio accogliente sia una presunta connotazione sessuale? Piuttosto mi pare si tratti della solita, pallosissima idea della donna/mamma/chioccia, che abbraccia, consola, aiuta, sempre col sorriso sulle labbra.

Ma la colpa, diamogliene atto, non è di Gramellini. Lui è così, proprio non ci arriva. 
Sono più che certa che lui sia profondamente convinto che dire "il femminile è il contrario dell'aggressività" sia qualcosa di profondo e in qualche strano modo addirittura provocatorio. 
E invece è solo quello che a noi femmine è insegnato fin da bambine e che molte, moltissime di noi combattono ogni giorno. Spesso fin da bambine.

Ma di Gramellini, drammaticamente, è pieno il mondo. Il gramellinismo è ovunque, siamo circondate.

Vi ricordate il libro di  Jacopo Fo: Sulla naturale superiorità della donna?
Lì ci si diceva che noi donne in quanto donne siamo sublimi, meravigliose, fantastiche. La delizia dell'universo, del creato. 
Ci diceva che siamo il meglio perché diamo la vita e il latte.

Cosa c'è di tanto diverso dall' "accoglienza" di Gramellini?

Le femmine non urlano, le femmine non fischiano, le femmine non picchiano, le femmine non lottano. 
Sono cose che impariamo alla materna. 
E che dalla materna impariamo a combattere.


Lagertha

giovedì 3 novembre 2016

Bono è Glamour

Bono Vox è tra le 100 donne dell’anno secondo la classifica della rivista (a me ignota, lo ammetto) Glamour. 
Pare abbia tutti i requisiti necessari per essere una delle donne dell'anno, che evidentemente non contemplano l'essere donna.

Intendiamoci: è molto bello che Bono abbia parlato di sessismo, di disparità salariale basata sul genere e che voglia impegnarsi per il superamento delle discriminazioni, ma non riesco a non pensare che inserire un uomo in una classifica che conta le 100 donne più influenti dell'anno non sia altro che l'ennesima prova che serve un pisello perché qualcosa venga percepita come "autorevole". 
È sempre bello e consolante quando gli uomini decidono di lottare accanto a noi, ma da qui a renderli delle specie di eroi ne passa. O almeno ne dovrebbe passare. Per parafrasare uno dei leitmotiv della mia infanzia: stanno a fa' metà del dovere loro.

Tempo fa l’informazione "social" sulla marcia cilena #NiUnaMenos è stata "monopolizzata" dal cartello di un tizio belloccio a torso nudo che recitava: "Sono seminudo circondato dal sesso opposto e mi sento protetto, non intimidito. Voglio la stessa cosa per loro". 
Su facebook l'immagine ha spopolato, anche tra molte femministe. 

Poi è venuto fuori che questo tizio che in molte abbiamo salutato come un compagno, non è proprio un bell'esempio e da lì Slavina ci ha posto una domanda che mi pare si possa adattare perfettamente anche a questa situazione: ma di una manifestazione di donne per le donne, con migliaia di donne e centinaia di cartelli ma proprio il messaggio di un maschio vi ha colpito e avete avuto voglia di ritrasmettere al mondo?

Ecco.

Ma di tante donne al mondo, proprio un uomo serviva per arrivare a cento?
Possibile che basti un uomo a renderci -ancora una volta- invisibili? 
Perché vi sfido a nominarmi le 99 donne di quell'elenco. 
Si parla di Bono e loro semplicemente non ci sono più.
Vuoi mettere col cantante fico?


Oppure la colpa è mia, che mi faccio troppe storie in testa e la verità è che serviva un po’ di testosterone per contrastare l’isterismo da sindrome premestruale delle 99 femmine in lista.

mercoledì 31 agosto 2016

Figli per la patria. Fertility day 2016.

Il prossimo 22 settembre si celebrerà il "Fertility day 2016", promosso dal Ministero della Salute nell'ambito del "Piano Nazionale per la Fertilità".

"Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro", si legge poco sotto il logo del Ministero.

E pare essere esattamente questo il tono di tutta la faccenda: fertilità-futuro-figli-patria.

A pagina 1, punto 4, si legge che è necessario 
Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità
come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo
un rinnovamento culturale in tema di procreazione.
Bisogno essenziale.
Come bere, mangiare, fare i bisogni, insomma.

E non solo per la coppia, ma per l'intera società.
In pratica torniamo all'Opera Nazionale Maternità e a quando Mussolini premiava le famiglie numerose.

Non è minimamente contemplata la possibilità che una donna e una coppia non sentano affatto la maternità come un bisogno. 
Se sei donna devi voler essere madre, quella è la tua natura, non hai scampo.
Se poi sei una donna e magari vivi in coppia (etero, ovviamente, non c'è nemmeno bisogno di specificare), dovete voler essere genitori.
Questa, secondo il Ministero della Salute, sarebbe addirittura una "rivoluzione culturale".

Donna=madre e coppia=figli sarebbe una rivoluzione culturale. Nel 2016.

Che poi più che "rivoluzione culturale" qua pare che il nodo della questione siano i soldi:
L’attuale denatalità mette a rischio il welfare. [...] Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva. (pag. 2)
Insomma, noi donne dobbiamo fare figli per tenere su l'economia. 
Altro che desiderio. 

Il "bisogno essenziale" di cui si parla sembra essere piuttosto quello dello Stato. La maternità, lo abbiamo detto, è un "bene comune", come l'acqua.

A pagina 37 si legge (il grassetto è mio):
La maternità non è più un destino biologico, pure se recentemente viene desiderata e conquistata oltre i limiti della natura.

Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità?
La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le
competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili.

Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle
bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale.
Nel paese degli stereotipi di genere, quello “mammone”, dei “bamboccioni” e della
pubblicità con il “mulino”, una donna su cinque non fa più figli.
Cioè, questi dicono che le donne sono state "scortate fuori di casa", che sono state "sospinte verso ruoli maschili" e poi parlano di di sterotipi di genere?
Mi pare ci sia parecchia confusione.

Quali sarebbero questi "ruoli maschili"?
Quelli di fatica? Quelli di responsabilità?
Sarebbe stato più femminile continuare a fare le lavandaie o le balie? Forse che fare la cameriera in una casa di ricchi avrebbe garantito un tasso di natalità più elevato? L'infermiera vale come ruolo femminile o visto che ora tocca laurearsi è diventata una cosa troppo da maschi? Sono perplessa.

Quello che leggo è che la nostra indipendenza, cui siamo arrivate non perché "scortate" dalla società, ma perché tante donne prima di noi hanno alzato la testa e sono andate a prendersela, negherebbe alla società, prima ancora che a quelle di noi che lo desiderano, di essere madri.

Sono l'unica che legge queste frasi con la voce tipica dei documentari Luce?

Ma è alla pagina successiva che si rasenta il ridicolo (il grassetto continua ad essere mio):
Ma qualsiasi scelta fatta avrà come conseguenza un senso di incompiuto. Sia che si
insegua un’affermazione professionale o che si scelga la via dell’essere mamma a tempo
pieno (non lavorando), sia che si tenti la strada della “mammamogliemanager” la
conseguenza sarà - comunque - un senso di perdita o di inadeguatezza.
Certo è già abbastanza difficile essere una buona moglie, una buona madre, una donna in carriera; lo è ancora di più essere tutte queste cose contemporaneamente. Le donne che dicono un “no” a priori alla maternità sono, comunque, una minoranza. L’evoluzione recente non sembra delineare uno scenario in cui la donna oppone un no definitivo; si tratta piuttosto di un rinvio.
“Non è ancora il momento”!
Ed è proprio su questo momento di sospensione che bisogna incidere.
In passato, l’orologio biologico delle donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva insistentemente novità alla sposina. Oggi in periodo di comunicazione politically correct occorre spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come una opportunità. (pag. 38)
Capito? In assenza della vecchia cacacazzi vicina di casa noi non facciamo figli. Prima pur di levarci quell'impicciona di torno ne sfornavamo almeno uno l'anno. E io che alle mie continuo a rispondere "no, ma noi c'abbiamo già il cane"? Sono una nemica della patria? La mia curva gaussiana come la prende?

Giova ricordare che queste sono parole scritte in un documento di un Ministero, non su un blog personale come questo.
Non riesco a pensare che fior di professioniste e professionisti si siano davvero sedute e seduti al tavolo e abbiano tirato fuori l'esempio della "vicina/parente impicciona" che chiede "novità alla sposina". La sposina! Nel 2016! In un documento ministeriale!

Sono incredula nel leggere dell'"Importanza di conoscere la fisiologia maschile e femminile della fertilità" quanto viviamo in un paese che è riuscito a censurare un fumetto che spiegava come non prendere l'AIDS e che -a quanto ne so- continua a non fare alcun tipo di programma serio di educazione sessuale nelle scuole.
Ah, sì, poco dopo scrivono che sarebbe necessario introdurre l'educazione sessuale (e alla fertilità) nelle scuole.

Ma che non si parli di robe come l'educazione alle differenze, la lotta agli stereotipi di genere o il terribile gioco del rispetto. Quella è roba gender e a noi ci fa schifo.

Leggere le 137 pagine del documento è un'esperienza che consiglio, ma per chi fosse pigra/o, è possibile volare a pagina 122, "Abrstact & key messages", dove in poche, semplici parole è riassunto brillantemente il tutto.


Qualche key, però, ve la voglio segnalare:


I figli sono il futuro della società.

Essere madri da giovani è più facile.
Il rinvio porta al figlio unico, se arriva.

Ah, e fatevi un giro sul sito del Fertility day, c'è pure il #fertilitygame, dove tu puoi decidere se essere spermatozoo o ovulo e devi superare gli ostacoli per arrivare alla meta.


mercoledì 13 luglio 2016

Di mele e cellulite.

Due giornalisti diversi, un uomo e una donna.

Lui scrive su un quotidiano che reclama a gran voce la propria indipendenza dai partiti (ahahahahah!), l'altra su uno dei maggiori quotidiani nazionali.

In comune hanno l'ossessione.

Lui, Travaglio, comincia la sua brillante e fulminante carriera pubblica "grazie" all'ossessione per Berlusconi e i suoi traffici, per poi passare ad occuparsi delle magagne del PD e -ultimamente- di Maria Elena Boschi.

Lei, Terragni, si dice femminista, scrive su Il Corriere della Sera, scrive libri ed è ossessionata dalla GPA e in particolare da Vendola, Testa e il loro figlio, Tobia.

In questi giorni l'ossessione di entrambi si è manifestata prepotentemente.

Travaglio ha potuto sfogarla invitando la ministra Boschi ad occuparsi di cose più consone alla sua persona, tipo la prova costume o la cellulite e lasciare stare quelle serie, tipo le riforme costituzionali ("Ma papà ti manda sola?" - editoriale del 12 luglio 2016- qui un estratto, per l'articolo completo tocca pagare).


Terragni, dal canto suo, è riuscita ad usare 27 morti di un disastro ferroviario per attaccare la GPA e in particolar modo, ovviamente, Vendola, rifacendosi ad un'intervista in cui questi raccontava la sua vita da padre, dicendo che se l'ex governatore della Puglia non ha fatto dichiarazioni sull'incidente è perché forse stava "grattugiando una mela" al figlio Tobia. Casualmente questo simpatico post è scritto proprio mentre Terragni va in giro per il suo prossimo libro, "Temporary Mother. Utero in affitto e mercato dei figli."


Tanto Travaglio quanto Terragni non si sono inventati niente di nuovo anzi. 
Quello che stanno facendo è ciò che meglio riesce a certo giornalismo (e a certa politica) italiano: insultare, denigrare, prendere in giro l'avversario politico. 
In fondo è facile e non serve nemmeno entrare nel merito delle questioni: quello che conta (e che paga) è ridicolizzare l'avversario. 

Boschi è la bella scema che gioca a fare la donna in carriera, Vendola il frocio che si comporta da femmina grattugiando mele al figlio.

Ma forse sono strana io, che vedo sessismo e omofobia ovunque.

venerdì 8 luglio 2016

Mandanti.

Ha ragione l'avvocato del fascista assassino di Emmanuel Chidi quando dice che "scimmia" viene detto ovunque, in tv e in Parlamento come se fosse una cosa normale e che quindi c'è poco da stupirsi se una persona con "livelli culturali non elevati" si sente in diritto di usarlo.

Certo, per lui è una strategia difensiva come un'altra, un po' come il tizio che dopo aver ammazzato la moglie disse "c'ho avuto il raptus perché ho problemi sul lavoro" o il tassista stupratore che ha avuto il raptus pure lui. Magari a furia di parlare di "livelli culturali non elevati " ci scappa uno sconto di pena. O quantomeno si scongiura l'aggravante razzista. 

Mica scemi questi assassini e i loro avvocati.

Si guardano intorno, vedono come funziona il paese e agiscono di conseguenza.

Non è roba da femministe annoiate chiedere e pretendere un uso attento e responsabile delle parole. 

Se si accetta pacificamente l'uso di un certo tipo di linguaggio, se non ci si interroga sulle conseguenze che ogni parola e ogni frase hanno sulla vita di ciascuna e ciascuno di noi, se si accetta che un politico dica di una sua collega che è "un orango" durante un comizio giustificandolo perché stava esercitando "le sue funzioni di parlamentare", allora non ci si deve in alcun modo stupire o indignare se un tizio si sente in diritto di chiamare "scimmia" una donna in strada e poi ammazzi di botte l'uomo che la difende.

I mandanti dell'omicida razzista e fascista di Emmanuel (non un ultrà, non uno con "livelli culturali non elevati": un razzista e un fascista) sono allora proprio i vari Salvini e Calderoli, i Grillo che chiamano "puttana" le avversarie politiche e permettono ai suoi di augurare a Boldrini di essere stuprata, gli sportivi che chiamano "frocetti" quelli che usano le protezioni in campo e che ce l'hanno con gli "zingari di merda", quelli che "io non sono razzista ma..."

Emmanuel lo avete ammazzato voi. Mancini vi ha solo prestato il pugno.