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giovedì 17 novembre 2022

Il privilegio a Bali


Sì, Meloni ha tutto il diritto di portarsi la pupa a Bali o dove meglio crede.
Ha ragione (che orrore le parole “ha ragione” riferite a Meloni!) quando dice che il modo che lei sceglie per essere madre è solo affar suo.

E però fa sorridere leggere alcune (niente schwa né maschile universale, proprio “alcune” al femminile) applaudire a questa scelta come fa Terragni, parlando addirittura (cito) di “un ottimo auspicio per tutte le madri”.

Quale auspicio per una madre che non gode del privilegio di potersi portare figlə e (presumibilmente) tata appresso (perché non credo che la piccola Ginevra abbia passato ore al tavolo del G20, né sola in albergo)?

Quale auspicio in un paese che quando ə figlə compiono di 3 anni pensa che è tutto finito, non si ammaleranno più, non avranno più bisogno di te e quindi ti “regala” 5 giorni all’anno di permesso (non retribuito) per “malattia bambino”? 

Quale auspicio in un paese che si bulla di aver innalzato a ben 10 giorni il congedo obbligatorio per i padri (da usufruire entro 5 mesi, perché poi tanto ci sta mamma)? 

Quale auspicio per noi che quando andiamo a fare un colloquio di lavoro ci sentiamo chiedere se abbiamo figlə, se ne vogliamo, come potremmo conciliare le loro vite col nostro lavoro?

Quale auspicio per una madre (perché è inutile essere ipocrita, è della madre, qua, che si parla. Madre di famiglia tradizionale, ovviamente) che non riesce a trovare posto al nido comunale e però deve tornare al lavoro perché uno stipendio serve sempre? O per quelle madri che vengono licenziate in quanto madri e non riescono a rientrare nel meraviglioso mondo del lavoro?

Meloni e Ginevra sono due privilegiate.
Beate loro.

Se proprio vogliamo parlare, parliamo del privilegio, piuttosto.

E soprattutto cominciamo a pretendere di più per tuttə noi.

mercoledì 26 maggio 2021

W la mamma

Può una madre dirsi “pentita” senza troppi giri di parole e nonostante tutto affermare altrettanto sinceramente di amare i propri figli e figlie?

O meglio, possiamo noi accettare una madre che lo affermi? La riconosciamo ancora come “simile” o è solo un mostro?

Mi è capitato davanti un pezzo de “Il milanese imbruttito” (mammamia, la monnezza) in cui si racconta la storia di Karla Tenório, che si dichiara, sulla sua pagina Instagram, “madre pentita”, @maearrependida.

Purtroppo è in portoghese, ma da quello che sono riuscita a capire da una rapida scorsa, parla di difficoltà, paure, depressione e di tutta quella marea di conseguenze legate alla maternità su cui troppo spesso non ci si vuole soffermare (poi, sì, ne st facendo un lavoro, ma saranno anche beatissimi cazzi suoi).

“[…] Capire il mio sentimento, accogliere il mio rimpianto, pensarci, assumere me stessa e il mondo e dire ad alta voce IO SONO UNA MADRE PENTITA è stato ciò che ha liberato lo spazio dentro di me per far emergere altri sentimenti. Con meno spazio occupato dal senso di colpa, è cresciuto l'amore, è cresciuta la felicità e ho capito che ho qualcosa da offrire al mondo. Può non essere perfetto, può non essere completo, ma è quello che ho! E lo trovo bellissimo. […] Abbiamo urgente bisogno di parlare della vera maternità, della romanticizzazione, della pressione sociale. Ah, c'è così tanto! […]”

Quello che mi interessa non è la pagina della tizia, la sua storia personale, ma se crediamo che una madre abbia il diritto di dire certe cose, esplicitare il tabù dei tabù: mi pento di essere madre, non mi piace essere madre, non mi riempie di gioia essere madre.

Che non vuol dire odiare i propri figli e figlie, ma essere più o meno consapevoli di trovarsi strette in un ruolo che non ci appartiene veramente, o comunque non del tutto. Anzi, come afferma Tenório, arrivare a questa presa di coscienza potrebbe addirittura essere salvifico, cancellare il senso di colpa "per fare emergere altri sentimenti", per fare spazio a una nuova consapevolezza, a un nuovo modo di essere madri, il migliore per noi e per i nostri figli e figlie.

Indubbiamente la cosa può essere disturbante, non possiamo evitare di metterci immediatamente nei panni delle figlie e dei figli di queste madri, ma loro?
Queste donne esistono e non possiamo ignorarle o limitarci a giudicarle nel migliore dei casi delle stronze egoiste che stanno rovinando la vita del frutto del loro ventre e che non sono altro che un insulto alle donne sterili del mondo intero.

Al contrario, io sono convinta che vadano ascoltate con attenzione e che il loro vissuto possa essere importante e di aiuto per tutte, perché affermazioni tanto forti si scontrano con l’idea che la maternità sia il nostro unico destino in quanto donne e che necessariamente sarà la cosa più bella che potrà mai capitarci. L’unica cosa bella che potrà capitarci. E che ci renderà finalmente complete e realizzate, delle vere Donne.
L’idea rosea della maternità, il perenne racconto quasi mistico della gravidanza, dell’allattamento, dei primi sorrisi e delle prime parole: “ma davvero non hai pianto quando ti hanno detto “mamma” la prima volta?”

Se davvero vogliamo (vogliamo?) portare avanti una lotta ad una certa retorica sulla maternità, che ci divide senza appello in angeli amorevoli, pronte al sacrificio e all’annullamento della nostra persona in nome di un amore più grande o in orrendi mostri e potenziali assassine, allora anche le voci di queste donne, per quanto possano sembrarci stonate e disturbanti, meritano di essere ascoltate.

Penso anche che la presa di coscienza che può scaturire da questo ascolto potrebbe essere di aiuto a madri e figli/e, perché il non detto, col suo portato di astio, risentimento, rabbia, non può che condurre a un conflitto difficile se non impossibile da risolvere.
Parlare invece davvero di quello che succede a una donna che diventa madre e che per motivi che sono solo i suoi, che nessuna può giudicare, arriva a dichiararsi “pentita”, può forse aiutare a comprendere e comprendersi. O quantomeno a offrire uno sguardo diverso a quelle che non riescono a trovare la propria collocazione in un mondo in cui la maternità ci trasforma da “persone” in qualcosa di diverso, che trascende (dovrebbe trascendere) il nostro stesso essere.

Prima di essere madri siamo donne, col nostro vissuto, i nostri desideri, le nostre paure e continuare a nasconderci o vergognarci di parlare sinceramente di quello che ci succede non potrà che isolarci e intrappolarci in un ruolo, quello della Mamma amorevole e perfetta, che non sempre ci appartiene e nel quale non tutte ci riconosciamo.

Sono convinta sempre di più, soprattutto da quando sono madre, che nulla possa farci bene quanto parlare sinceramente della nostra esperienza, anche quando sappiamo che la reazione di chi ci ascolta sarà di orrore, scherno, disprezzo.
Parlare della fatica, della tristezza, delle difficoltà senza vergognarci, senza pensare a come potrebbe reagire chi abbiamo davanti perché a volte essere madri non è abbastanza, non è tutto, non è la sola cosa che vogliamo dire come risposta a “chi sei tu?”


 

 

 

mercoledì 18 novembre 2020

Tipo Magda

Mi sento come Magda. 

Non ce la faccio più.

Il licenziamento, il lavoro che  non trovo, la pandemia, tutto.

Sono esausta. 

Stare a casa senza uno scopo.

Studiare per un concorso che non vincerò mai.

I bambini che mi monopolizzano, la solitudine, l'ansia.

Non avere tempo per le mie cose, la piscina, il cinema, la birra delle 18 al pub sotto casa, le amiche (sì, lo so, è cosa comune in questo periodo).

Sono esaurita, mi sento vuota, stanca, triste.

Passerà.

Passerà?

 

domenica 19 aprile 2020

Poramamma in quarantena

La prendo alla lontana, mi sono resa conto che non scrivo da un anno. 
Come passa in fretta il tempo quando ci si diverte, signora mia!

Lo scorso ottobre sono stata licenziata.
Qualche mese prima il Consorzio per cui lavoravo ha perso un'importante commessa a Roma e ha comunicato a me e a una trentina di colleghe e colleghi il trasferimento coatto presso la sede centrale di Bologna. 
Ci hanno trasferiti in massa, donne incinte, genitori di bimbi sotto i tre anni, gente che accudiva familiari con gravi patologie, a più di 400 km da casa, senza possibilità di appello. 
Con due bimbi che all'epoca avevano un anno e spicci, per me quella lettera è stata di fatto un licenziamento.
Mi sono rivolta al sindacato, ho impugnato il trasferimento e a Ottobre sono stata licenziata. La mia vertenza è insieme a tanto altro ferma per il lockdown.

"Se non altro potrai goderti i tuoi cuccioli", mi sono sentita dire.
Perché a quanto pare, nonostante i progressi della scienza e della tecnica, ancora non pare essere chiaro a tutte/i che per una donna, ancorché madre, il lavoro non è un capriccio, un hobby che può essere messo da parte senza drammi per fare “la mamma a tempo pieno”. 

Lavorare mi manca tantissimo. Nonostante facessi un lavoro di merda.

Comunque, a quel tempo i miei figli (gemelli) andavano al nido e passato un momento di completo sconforto, ho cominciato a cercare un nuovo lavoro e –orrore! Certe cose una mamma non le deve dire mai!- a a fare cose che con la loro nascita avevo abbandonato. Robe banali, tipo la piscina e il cinema sola una volta a settimana, magari con una birra scura prima di tornare a casa.

Poi è arrivato il virusdemmerda.

Nido chiuso.
Tutti a casa con mamma.

E per l’ennesima volta da quando ho fatto le prime beta, qualcun* è accorso per spiegarmi come devo comportarmi e cosa devo pensare per non essere una madredimerda.
Una brava madre non si deve lamentare mai.

Non hai tempo per cacare in pace?
“Allora non dovevi fare figli.”

Sogni di farti una doccia come Cristo comanda, con l’acqua bollente in testa per più di cinque minuti?
“Allora non dovevi fare figli.”

Ti sei stufata di fare lavatrici, preparare pranzi e cene, pulire cessi, passare aspirapolvere?
“Allora non dovevi fare figli.”

E se per caso in un momento di scazzo ti esce un “aridateme il nido!”, non solo “allora non dovevi fare figli”, ma sicuro come la cacca dopo  il caffè arriva qualche stronz* a dirti che “vuoi il parcheggio”.

Se poi siamo madri disoccupate siamo considerate “da rinchiudere. Senza se e senza ma.” 
Perché a quanto pare una volta che diventiamo madri cessiamo di essere anche persone, con necessità e desideri che non sempre contemplano la presenza della prole h24.

Ecco, no.

Va bene tutto, e con la maternità e la disoccupazione ho imparato a non rispondere a chi rompe i coglioni (più o meno), ma la storia della scuola come parcheggio davvero mi fa uscire di testa.

No, stronz*, non voglio un parcheggio per i miei figli.

Il nido, la scuola, non è un “parcheggio” dove noi madri, addirittura “quelle che non lavorano” vogliamo mollare i nostri figli e figlie per poter andare “tranquille a lavoro/estetista/leggere un libro.

Voglio un posto sicuro, stimolante, adatto a loro dove possano imparare a fare cose nuove e a convivere con bimbe e bimbi.

Se avessi voluto un parcheggio mi sarei risparmiata i soldi della  retta mensile del nido.

Ah, volutamente non mi infilo in un discorso su "se le scuole chiuse chi sta a casa?", perché lo sappiamo tutte e tutti che il lavoro domestico e di cura in questo paese è praticamente tutto e sempre sulle spalle delle donne.

[Tutto quello che è virgolettato mi è stato detto/scritto testualmente.]