mercoledì 30 aprile 2014

Il mio primo ciclo. Maria Pina.


Io non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo e con il mio ciclo.
Sapevo già a grandi linee cosa fossero le mestruazioni, vedevo mia madre in bagno che me lo raccontava e io le dicevo:"Davvero è normale? Anche tizia ce l'ha?" e lì facevo esempi di persone che conoscevamo perché mi sembrava strano che tutte le donne avessero il ciclo.
La mia prima volta è stata nell'aprile 2000, avevo dieci anni ed ero in quinta elementare.La mattina mentre mi facevo il bidet, ricordo che trovai un pezzo di pelle (??? Non so cosa potesse essere) ma non ci avevo fatto molto caso.
A scuola facevo il rientro, nel pomeriggio andai in bagno e vidi le mutandine abbastanza sporche di sangue scuro e ricordo di aver chiuso gli occhi e aver pensato "No!". Ritornai in classe senza dire niente a nessuno e quando arrivai a casa non lo dissi a mia mamma perché c'era mio padre e quindi mi vergognavo, e rimasi con questo "segreto" tutta la notte.La mattina dopo nascosi le mutandine nel cesto della roba sporca e andai a scuola pensando che magari non si sarebbe ripresentato. E invece eccolo lì! Allora poi sono tornata a casa e a mia madre ho detto "Ho le mutande sporche di sangue" tutta imbarazzata.Lei ha capito,ha sorriso e mi ha portato in bagno dove mi aveva spiegato come mettere l'assorbente.
Di avvertenze ricordo solo:"Ora potrai rimanere incinta" (Ma la spiegazione dei rapporti sessuali avvenne a 12/13 anni quando ormai già sapevo), "Non dirlo ai compagnetti maschi". Anche io ho avuto le mutande plastificate (mi sono venute in mente proprio l'altro giorno) che facevano caldissimo e quegli assorbenti bruttissimi, senza ali che si rompevano subito.
In classe mia ero l'unica che l'aveva avuto e mi vergognavo tremendamente, infatti quando mi chiedevano negavo xD anche se mia madre l'aveva detto a tutte le altre madri.
Non ricordo un giro di telefonate ai parenti, ma peggio, quando li incontravamo veniva detto. Ah, mio padre lo seppe il giorno stesso in cui lo dissi a mia madre, io ero lì davanti mentre glielo diceva e facevo finta di non sentire, mentre lui le diceva:"Adesso le hai spiegato tutto si?" e lei" Certo, certo!"
Mostrai interesse verso gli assorbenti interni verso i 15 anni e mia madre non li prese mai (forse li trovava strani perché si infilano o.O , infatti ricordo che lo disse in modo imbarazzato a mia madrina che li volevo e quella le rispondeva "è normale, li uso anche io.), tutt'ora,a 24 anni, non li ho mai provati.
Anche a me fa schifo il sangue in generale, quindi tutto quello che ha a che fare con il sangue e il ciclo mi fa schifo, e poi per almeno 5/6 anni l'ho avuto super dolorosissimo, con conseguenti bestemmie, pugni sul letto e sperare che il tempo passasse in fretta e la menopausa fosse vicina.
Comunque in casa mia è sempre stata una cosa imbarazzante,mia madre che non aveva avuto una spiegazione dalla madre, ai suoi tempi a 15 anni, ma dalla sua datrice di lavoro sicuramente l'ha vissuto sempre come un tabù e mio padre che è di quegli uomini che si schifano quando sentono parlare di ciclo e cose simili.
Si chiamano "quelle cose" e non mestruazioni, anche con mia sorella non ne parliamo.
Per anni ho provato imbarazzo nello comprare gli assorbenti (anzi, non li compravo proprio.Mandavo mia madre.) e infatti, quando mi sono messa con il mio ragazzo a 16 anni e ho saputo che l'argomento non gli faceva né caldo né freddo sono rimasta meravigliata e anzi, è bello adesso parlarne con lui o parlarne con amici maschi apertamente e normalmente, come dovrebbe essere.
Oppure bello scoprire che un assorbente o uno slip macchiato leggermente di sangue non da fastidio! Io realmente sono rimasta meravigliata, infatti al mio ragazzo dicevo "Mi vergogno più io di te di comprare gli assorbenti."
Comunque ripensando alla mia esperienza e leggendo le altre, mi fa capire cosa non farò se e quando avrò una figlia. [Maria Pina]

Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it  

martedì 15 aprile 2014

Pillole e sciacalli.

Una donna muore nell'ospedale Martini di Torino (dove c'è un solo ginecologo non obiettore) dopo la seconda parte della procedura per l'aborto farmaceutico.

Facile intuire la reazione dei media: è morta per la RU486.

È bastato un attimo per trovare il colpevole di quella morte, non c'è nemmeno stato bisogno di aspettare l'autopsia: notizia troppo ghiotta in un paese in cui la legge che tutela le donne che vogliono ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza è costantemente sotto attacco.

I prolife gongolano felici: finalmente hanno la loro martire e non hanno paura di camminare sul suo corpo pur di attaccare di nuovo e con maggiore forza il diritto di ciascuna donna all'autodeterminazione.
"Tuttologi" più o meno famosi cavalcano volentieri la battaglia antiabortista per recuperare una notorietà quasi perduta e il processo è già chiuso: la RU486 è colpevole, non c'è bisogno di sapere altro.


Il dottor Viale, responsabile IVG del Sant'Anna di Torino, ha detto che la morte di Anna Marchisio non è ascrivibile alla RU486, che si è tratta di una "tragica fatalità" che potrebbe al massimo essere ascrivibile alla somministrazione di altri farmaci, usati in tutte le procedure abortive, ricordando che ormai questa è una partita "politica" prima ancora che scientifica e che invece sarebbe il caso di riportare il dibattito ad un livello scientifico e medico, in primo luogo per tutelare la salute delle donne.

Vale la pena leggere per intero la nota che ha rilasciato (il grassetto è mio):
Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che impone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.”
Ovviamente non voglio, né tantomeno posso, entrare nel merito clinico della morte di Anna Marchisio: non sono un medico. 

Ciò che mi preme è vedere come la notizia sia stata data in pasto all'opinione pubblica.
clicca per ingrandire
Tre tra i più importanti quotidiani nei titoli immediatamente successivi all'uscita della notizia, sembrano ascrivere oltre ogni dubbio la morte di Anna alla somministrazione della RU486, anche se nel corpo dell'articolo si accenna alla necessità di attendere l'autopsia prima di poter mettere il punto. 

Niente di nuovo, dopo tutto la maggioranza delle persone si ferma al titolo e non ha voglia di perdere tempo a leggere un articolo per intero: scegliere il titolo "giusto" porta click, condivisioni, facile indignazione. 
Poco importa che ci siano altri fattori in gioco, come ricorda Viale. 
Poco importa che l'autopsia, ad oggi, non ha saputo dire perché è morta Anna e si debbano aspettare i risultati degli esami tossicologici. 
Ormai Anna è morta "dopo aver assunto la RU486". 
Bel regalo a chi la combatte da sempre blaterando di "aborto facile" e di "fai da te".

E se si dovesse scoprire che la RU486 non ha avuto alcun ruolo nella morte della donna, quanti tra quelli che ora tuonano contro "l'aborto facile" sarebbero pronti a rettificare le proprie affermazioni con la medesima forza che stanno usando in questo processo alla pillola abortiva?
La notizia avrebbe lo stesso spazio sui media? Ci sarebbero gli stessi titoli urlati dai toni apocalittici?

Anche in questo caso, come quando si parla di femminicidio o di violenza di genere, sarebbe auspicabile una presa di coscienza da parte dei media, del ruolo che hanno nella formazione delle opinioni.
Le parole, come diceva Moretti, sono importanti e quando raccontano un fatto di cronaca delicato come questo, dovrebbero essere ben misurate, per evitare di ridurre il tutto una "lotta" tra diverse fazioni e di dare il via a facili strumentalizzazioni.

A conferma, poi, delle parole di Viale su come in Italia la questione dell'aborto sia politica prima ancora che medica, arrivano le dichiarazioni di chi, come Eugenia Roccella, conduce una lotta senza quartiere al diritto all'aborto sostenendo che "questo evento tragico deve ricordare a tutti che l’aborto non si può affrontare in modo ideologico e sbrigativo, magari anche privilegiando un metodo abortivo perché libera le strutture sanitarie dal peso dei ricoveri", riconducendo così tutta la questione a una mera faccenda di soldi e posti letto.


Consigli di lettura:



Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf
Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf
Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf
Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf
Il ginecologo torinese, responsabile del servizio per le IVG del più grande ospedale ostetrico italiano (7336 nati e 2490 IVG), ha diffuso la seguente nota:
“In meno di un mese due donne sono morte per aborto. Per Maria Cariello, 35 anni, una figlia di 7 anni, morta il 16 marzo scorso a Nocera Inferiore dopo un aborto chirurgico, la vicenda non è andata oltre la cronaca locale. Per Anna Marchisio, 37 anni, una figlia di 5 anni, morta mercoledì scorso a Torino dopo un aborto medico, il caso è subito rimbalzato in Parlamento. Non so se il ministro abbia mai aperto un’inchiesta anche per la morte di Maria Cariello, ma non sarò certo io a temere ogni inchiesta sulle IVG e sul mifepristone, il vero nome della RU486. Nel caso di Anna Marchisio la RU486 è innocente, perché è certamente il fattore meno sospettabile per l’arresto cardiaco che ha determinato la morte. Nel caso di Maria, se fosse stata utilizzata la RU486 – è una indicazione AIFA – si sarebbero ridotti i rischi dell’intervento chirurgico e delle complicazioni che hanno determinato la morte. Entrambi i casi rientrano in quella fredda statistica che ogni anno vede una quarantina di donne morire in gravidanza o per la gravidanza. Anna e Maria ci hanno tragicamente ricordato che si muore in gravidanza e che anche di aborto si muore, sebbene molto meno che in passato. E’ una realtà cruda che si tende a negare per la gravidanza e che inevitabilmente sorprende per gli aborti, ma due donne morte per aborto in un mese sono uno shock che impone di parlare di aborti fuori dagli schemi delle polemiche rituali. Uno shock che mpone di parlare di RU486 come di un farmaco che riduce i rischi degli aborti, perché riduce l’uso di farmaci più rischiosi e diminuisce i rischi durante gli interventi chirurgici. Uno shock che impone di parlare di tanti aspetti che relegano le IVG, come un fastidio, ai margini della sanità, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. Io, che ho scelto di aiutare le donne che vogliono abortire, credo che si debbano garantire quel confronto scientifico, quell’aggiornamento e quegli standard organizzativi minimi che la politica e il sistema sanitario hanno sempre trascurato: non è accettabile che in un ospedale un solo medico in solitudine si occupi di aborto. Le morti di Anna e Maria, ma anche delle altre di cui non abbiamo saputo o non ci ricordiamo, ci impongono di uscire dal silenzio colpevole e dall’ignavia. Forse Gasparri e Roccella, dopo le pronte dichiarazioni sulla vicenda di Anna Marchisio, dovrebbero recuperare qualche parola anche per Maria Carielllo.” - See more at: http://www.radicali.it/comunicati/20140412/aborto-viale-due-donne-morte-un-mese-sono-uno-shock-che-impone-parlare-aborti-ru#sthash.sXRGc5tY.dpuf

venerdì 11 aprile 2014

Di capoliste, veline, culi&tette.

Renzi è il perfetto prodotto di vent'anni berlusconismo. 
Come Berlusconi, anche lui prima che un politico è un venditore e a differenza dei suoi compagni di partito sembra essere capace di fare del "buon" marketing. 
I suoi reboanti annunci piacciono molto, la sua aria tronfia e il suo atteggiamento strafottente lo hanno portato a diventare segretario di partito e poi Presidente del Consiglio in tempi brevissimi. 
Le battute, la mimica, i tweet alle 7 del mattino, il discorso a braccio con le mani in tasca al Senato... tutto è studiatissimo, non c'è nulla di spontaneo, ma evidentemente funziona.

Dice Ida Dominijanni che Renzi centellina una sorpresa al giorno e ha bisogno di un titolo al giorno, quindi la sopresa di questa settimana, dal momento che in questo paese una legge decorosa sulla rappresentanza di genere pare non essere nemmeno immaginabile, il Presidente del Consiglio fa la sua mossa a effetto, candidando tutte donne capolista per le elezioni europee.

Si sa, alcuni maschi, soprattutto quando comandano, ci tengono molto a mostrarsi illuminati e lo spottone delle donne capolista alle Europee pare stia dando i primi frutti.
Leggo di uomini che si sentono parecchio fichi per il loro essersi fatti "da parte" e di donne che ringraziano felici la cortese elargizione del capo.

"Come è buono e moderno il nostro segretario presidente! Lui sì che ci tiene a noi donne."

Il fatto che mettere cinque donne capolista non abbia niente a che vedere con una seria presa di posizione sulla democrazia paritaria non pare essere un problema.
Quello che conta è lo spot, l'immagine, il titolone in prima pagina.

Vent'anni di berlusconismo, appunto.

A me non resta che prendere atto che a molte donne queste cortesi elargizioni piacciono: sono molto meno faticose che uscire e prendere quello che spetta loro e  spesso non sono troppo impegnative.

Tanti applausi, dunque, e poco conta, ad esempio, che in Europa il PD sia quel partito che ha aiutato ad affossare la Risoluzione Estrela : ci sono cinque donne capolista, vuoi mettere? 

Sì, c'è quella storia delle preferenze, ma Matteo (Matteo come Silvio, non c'è nemmeno più bisogno del cognome) ha dato visibilità a cinque donne! 

Oh, certo, c'è sempre questa storiaccia della disoccupazione e dell'inoccupazione femminile, dell'attacco continuo all'autodeterminazione delle donne, alla Legge 194, dei compiti di cura della famiglia che continuano a ricadere solo sulle donne come da italica tradizione, ma ci sono cinque donne capolista. 
Cinque. Mica una!

Comunque, Beppe Grillo, che usa volentieri l'insulto sessista come arma politica, che invita la parte peggiore del suo elettorato a insultare, delegittimare e minacciare l'avversaria politica usando battute da bulletto di terza media, deve aver apprezzato parecchio l'assist del suo nemico giurato e quindi le cinque capolista diventano "veline".

Interessante notare che nel fotomontaggio (bruttino, ad essere sincera: con tutti quei soldi Beppe potrebbe assumere grafici migliori), ci siano solo quattro delle capolista del PD.

Non c'è, infatti, Caterina Chinnici, magistrata, figlia di Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia nel 1983. Mi chiedo se nell'assenza di Chinnici/velina si debba ravvisare il segno di un qualche tipo di rispetto o se invece questa mancanza sia semplicemente dettata dalla minore avvenenza di quest'ultima rispetto a Picierno, Moretti, Mosca e Bonafè, più giovani e quindi più "adatte" al ruolo e certamente più facili da dare in pasto ai commentatori del sacro blog.

Ovviamente il PD non ci sta: le nostre non sono veline come quelle di Berlusconi, sono donne preparate, che fanno politica seria, e poi... 

Ecco, "e poi". 

Perché non bastava "difendere" le candidature, magari elencando, ove presenti, tutti i meriti politici delle cinque candidate: bisognava rispondere. 

E rispondere a tono. Usando le stesse armi e la stessa volgarità. Rispondere alla "pancia del paese", insomma, come va di moda adesso.

Quindi L'Unità pubblica un pezzo in cui ci fa sapere che "Grillo candida la "sexy maestra" e la "sexpolitika"", con immancabile corredo fotografico (le tette vendono, lo sanno tutti).

E qui succede qualcosa di bellissimo, che conferma in un momento anni di belle parole su sessismo, misoginia e tutto il corollario: i nemici si trovano uniti da qualcosa che va oltre la politica, la misoginia e il sessismo più beceri.

Grillini e piddini finalmente possono sfogarsi, c'è il capro espiatorio perfetto: un corpo di donna.

E sui social networks da un paio di giorni è tutto un rimpallarsi fotomontaggi e culi, insulti e tette, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta, quello che vado ripetendo (in ottima compagnia, per fortuna) ormai da anni: il sessismo è davvero la sola cosa bipartisan in Italia.

lunedì 24 marzo 2014

Mestruazioni, corpo femminile e tabù. Domande.

Allora, due amiche hanno in progetto un (nuovo) libro. Nemmeno a farlo apposta, si parlerà anche di mestruazioni.

Il titolo non ce lo vogliono ancora dire (ma io ho delle anticipazioni che ovviamente terrò per me, ah ah ah!), ma vi riporto quanto scrivono a presentazione del loro lavoro:
La donna ha gradualmente perso le sue competenze, il suo sapere rispetto al proprio corpo e, di conseguenza, ha perso il controllo della propria esistenza. Non sai più come partorire? Ti lasci gestire, col risultato che perdi a poco a poco il diritto di essere libera e consapevole nelle tue scelte perché si pensa che non debba essere tu a decidere, dato che non sai, non conosci. Spesso la medicina non ritiene che tu debba sapere, è lei che sa e decide per te.
Affronteremo tutto il tema dell’emancipazione negativa: ad esempio, la stiratura dei seni così come l’infibulazione durante la fase preadolescenziale o puberale avviene spesso nell’ambito di un circuito tutto femminile; in pratica sono le madri, le nonne ad infliggere questa barbarie alle bambine ma, paradossalmente, nel loro interesse: le vogliono difendere dagli stupri e dal disonore. Le donne si difendono così perché hanno imparato a pensarsi come oggetti sessuali anziché persone. Infatti, queste donne non lottano per sconfiggere la violenza, che è la radice del problema, ma si limitano,da dentro al sistema culturale patriarcale, a muoversi  per tutelarsi come meglio possono. Anche la velina fa questo, la donna col burka, la datrice di lavoro che sottopone alla candidata una lettera di licenziamento firmata in bianco.Pensiamo alla storia di Santa Lucia: è diventata santa perché, importunata da un pretendente stalker, per preservare la sua verginità che voleva donare a Dio, si è cavata gli occhi per risultare meno appetibile agli occhi degli uomini. Orrore! La Chiesa l’ha fatta beata!

Non solo mestruazioni, quindi, ma tanto lavoro sulla percezione che noi stesse abbiamo del nostro corpo e di quello che gli accade.
Judith mi ha girato tre domande, cui vi invito a rispondere qui o, meglio ancora, sulla pagina Il Mio Primo Ciclo.


Hanno bisogno delle risposte di donne entro i 40 anni.

  1. quali sono i "tabù" che ti sei sentita dire tu (quindi non in generale) relativi al ciclo mestruale? Ad esempio non ti puoi fare il bagno in mare/la doccia; la maionese impazzisce ecc.
  2. Tu con quali termini ti riferisci abitualmente al ciclo mestruale? Ad esempio le mie cose, quei giorni, mestruazioni ecc.
  3. Se soffri di dolori o anche solo fastidi mestruali (descrivili) che cosa fai per avere sollievo (comportamenti, abitudini, manie, farmaci ecc)?
Comincio io:
  1. Niente bagno al mare, stare poco al sole, non toccare le piante sennò muoiono, non fare la maionese che altrimenti impazzisce (i grandi classici).
  2. "Mestruazioni" o "ciclo" e mi rendo conto di averlo fatto quasi con spavalderia, perché volevo distinguermi dalle mie compagne di scuola che "in quei giorni" si nascondevano quasi fosse una cosa brutta da tenere segreta.
  3. Antidolorifici come se piovesse per il mal di pancia. Dopo anni di pillola anticoncezionale per fortuna non soffro più i dolori dell'adolescenza, che interessavano non solo la pancia, ma anche la zona dei reni e che erano spesso accompagnati da vomito.

    Lola, quasi 35 anni.


giovedì 20 marzo 2014

Ancora sulla Regione Lazio e la violenza di genere.

A commento del post precedente, pubblicato su globalist, mi hanno fatto sapere che la Legge Regionale 19 marzo 2014, n. 4, "Riordino delle disposizioni per contrastare la violenza contro le donne in quanto basata sul genere e per la promozione di una cultura del rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna" è stata promulgata e pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio oggi.

Me la sono letta, col terrore di trovare i deliri di Santori sulla "tutela della donna nel matrimonio tradizionale", la difesa di omofobia e transfobia o l'idea che gli studi di genere rappresentino "un filone di pensiero minoritario, idealmente violento, segregazionista dei generi e totalitario nei metodi".




L’Art. 1 nel suo primo punto rimarca immediatamente la recezione da parte della Regione Lazio della “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1979” e “della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa, firmata ad Istanbul l’11 maggio 2011” e sottolinea il riconoscimento da parte della Regione stessa, che “ogni forma e grado di violenza contro le donne rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali ed ostacola il raggiungimento della parità tra i sessi”. [Da qui in avanti tutte sottolineature sono mie.]



Senza indulgere in facili paternalismi, si mette nero su bianco l’ovvio: essere vittima di violenza porta le donne a non godere appieno dei propri diritti umani fondamentali. Il diritto alla vita prima di ogni altro.



Come era nella Proposta di Legge 33, sono presentati una serie di interventi che la Regione prevede e sostiene a prevenzione e contrasto della violenza di genere e per farlo la stessa



a) promuove interventi volti a diffondere la cultura del rispetto e della dignità della donna, anche in collaborazione con le istituzioni e le associazioni delle donne, le associazioni di volontariato e il terzo settore, che abbiano tra i loro scopi il contrasto alla violenza contro le donne ed i minori, la sua prevenzione e la solidarietà alle vittime;

b) promuove campagne di sensibilizzazione sulla pari dignità, sulla valorizzazione e sul rispetto tra uomo e donna;

c) promuove, presso le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, specifici progetti e interventi, anche rivolti a docenti e genitori, per la diffusione di una cultura dei diritti umani e del rispetto dell'altro, con particolare riferimento alla prevenzione e al contrasto della violenza e al superamento degli stereotipi di genere nonché all’acquisizione di capacità relazionali dirette al miglioramento dell’autostima, attraverso specifici percorsi di educazione all’affettività;

d) promuove interventi, con particolare attenzione a quelli rivolti e posti in essere dagli uomini, per agevolare la comprensione del fenomeno della violenza contro le donne e i minori;

e) sostiene e valorizza le esperienze di aiuto e automutuoaiuto, nonché le forme di ospitalità fondate sull’accoglienza, sulla solidarietà e sulle relazioni, in particolare, tra donne;

f) sostiene e potenzia strutture e servizi di presa in carico, di accoglienza e di reinserimento sociale e lavorativo delle donne vittime di violenza e dei loro figli;

g) promuove e rafforza le reti locali, ove presenti, idonee a prevenire e a contrastare gli episodi di violenza nei confronti delle donne;

h) promuove interventi volti a sostenere l'autonomia economica e psicologica della donna vittima di violenza, ai fini dell’inserimento lavorativo, anche attraverso forme di sostegno a iniziative imprenditoriali;

i) può individuare, nell’ambito del proprio patrimonio, immobili da concedere in comodato d’uso alle strutture di cui all’articolo 4;

j) promuove percorsi specifici per agevolare i figli delle donne vittime di violenza in un adeguato sostegno psicologico, nel diritto allo studio, anche attraverso l’erogazione di borse di studio, nonché azioni per il loro inserimento nel mondo lavorativo;

k) sostiene la formazione rivolta agli operatori pubblici e del privato sociale, compresi quelli che operano nell’ambito della comunicazione, e in particolare quelli facenti parte delle reti locali;

l) promuove, anche attraverso la sottoscrizione di appositi protocolli d’intesa, la formazione di agenti delle forze dell’ordine e operatori sanitari del pronto soccorso coinvolgendo, tra i soggetti formatori, anche il personale qualificato dei centri antiviolenza al fine di incentivare il lavoro in équipe multidisciplinare;

m) promuove, nel settore della comunicazione, dei media e dei new media, campagne informative e azioni di sensibilizzazione della popolazione e degli operatori del settore volte a proporre, in particolare, modelli positivi nelle relazioni tra uomo e donna;

n) promuove percorsi formativi nell’ambito della comunicazione, anche istituzionale, dei media e dei new media, avvalendosi anche della collaborazione di università, istituti di ricerca, organismi professionali e associazioni di categoria;

o) sostiene attività dirette al potenziamento della sicurezza diurna e notturna di parchi, giardini e altri luoghi pubblici a rischio di violenza, mediante sistemi di illuminazione e l’utilizzo di nuove tecnologie volte ad esercitare efficaci forme di controllo del territorio;

p) promuove appositi programmi, anche all’interno delle carceri, per il recupero delle persone maltrattanti su indicazione degli organi giudiziari o dei servizi sociali competenti e a favore di coloro che li richiedano.



Trovo molto interessante, importante e in qualche modo rassicurante l’aver sottolineato più volte la volontà di avvalersi delle associazioni e delle esperienze di “aiuto e automutuoaiuto” e delle “forme di ospitalità fondate sull’accoglienza, sulla solidarietà e sulle relazioni, in particolare, tra donne”. 
Mi sembra il giusto e dovuto riconoscimento a chi negli anni combatte in prima linea, e spesso nonostante la latitanza delle istituzioni, la violenza sulle donne.

Penso immediatamente ai centri antiviolenza, alle Case rifugio, agli sportelli antiviolenza, come quello di Befree, che da anni accoglie le donne all'ospedale San Camillo di Roma e alle tante realtà che ogni giorno lavorano anche per sopperire alle mancanze dello Stato. Associazioni che sono chiamate a far parte della “Cabina di regia per la prevenzione ed il contrasto della violenza contro le donne” (Che sarà nominata tra centoventi giorni. cfr. Art. 3)



La Regione, inoltre, acquisisce con questa Legge la facoltà di “costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati nel suo territorio aventi ad oggetto reati che presuppongono l’esercizio di condotte violente, anche di carattere morale, ai danni delle donne e dei minori”.



Interessante è anche la (abbastanza) puntuale descrizione delle strutture antiviolenza nominate nell’articolo 4 e il sottolineare come la “metodologia di accoglienza è basata sulla solidarietà e sulle relazioni tra donne accolte e tra le stesse e il personale professionale”.

Ancora una volta si parla di relazioni. 
Non so se sia voluto, ma l’idea che ne ho è di luoghi in cui la donna accolta cessi di essere considerata (e di considerarsi) sempre e solo una “vittima”, ma cominci a riprendere coscienza di sé e possa instaurare una serie di relazioni che saranno fondamentali perché possa recuperare i propri “pieni diritti”.

Non solo vittima, quindi, ma anche e soprattutto soggetto attivo.


I punti 6 e 9 dell’art. 4 recitano:

“Il centro antiviolenza viene istituito, almeno in ogni capoluogo di provincia, come centro di sostegno, soccorso e ospitalità per donne, anche straniere, con figli minori, vittime di violenza fisica, sessuale e maltrattamenti.”

“Nei comuni con popolazione superiore a trentamila abitanti ed, in particolare, a Roma capitale, può essere prevista l’apertura di più centri antiviolenza utilizzando sedi di proprietà pubblica.”

Inoltre, nell’art. 6, si parla di istituire “case della semiautonomia”, ovvero strutture di ospitalità temporanea per le donne e i minori che non vivono in una situazione di pericolo immediato, che stanno compiendo il “percorso di uscita dalla violenza” o che, seppure uscite dai centri antiviolenza, ancora non sono pienamente autonome, a livello psicologico e/o economico.



Con questo la Regione prende un impegno preciso, che spero non verrà disatteso.



Con l’Art. 8 si intende istituire un Osservatorio regionale sulle pari opportunità e la violenza sulle donne, che

a) provvede alla rilevazione, all’analisi, anche comparativa, e al monitoraggio dei dati inerenti lo stato di applicazione delle politiche di pari opportunità, la violenza sulle donne e assistita, gli interventi di contrasto alle stesse negli Stati membri dell’Unione europea, su tutto il territorio nazionale con particolare riferimento alla regione;

b) svolge indagini, studi, ricerche e attiva collaborazioni in materia di politiche di pari opportunità e di contrasto alla violenza sulle donne, anche in relazione ai dati ed alle analisi di cui alla lettera a);

c) elabora proposte e progetti per l’effettiva realizzazione del principio di pari opportunità;

d) promuove e diffonde la cultura delle pari opportunità, del rispetto, della libertà e della dignità della donna, anche attraverso l’attività di informazione socioeconomica e l’organizzazione di seminari e convegni di studio;

e) svolge attività di monitoraggio degli effetti delle politiche intraprese, anche nel mondo del lavoro, valutando l’efficacia degli interventi regionali.

“Finalmente”, ci si impegna ufficialmente a riferire non solo in merito alla realizzazione di quanto previsto da questa specifica legge, ma anche in merito “all’andamento del fenomeno della violenza di genere indicando le capacità dei servizi delle reti locali di accogliere in modo adeguato le donne vittime e di rispondere alle loro necessità di sostegno e autonomia.”


Può sembrare forse banale, ma se si pensa che i numeri della violenza sono quelli forniti dalle varie associazioni e che i dati ISTAT in merito alla violenza di genere non vengono aggiornati da troppo tempo, il passo risulta invece essenziale.



Finalmente si parla di fondi: dall’esercizio finanziario 2014 verrà istituito un “Fondo per il contrasto alla violenza di genere e per la promozione dellepari opportunità”, nel quale confluiscono le risorse pari ad euro 1.000.000,00”, che andranno ad aggiungersi a quelle già stanziate per le strutture nominate nella Legge, che è entrata in vigore oggi stesso.



Un paio di considerazioni ancora.


Sono felice che nel testo si parli poco di “sicurezza” intesa come repressione (anche il punto o dell’art. 2 è decisamente meno "forcaiolo" dei tanti sbandierati interventi oppressivi particolarmente in voga negli ultimi tempi).

Sono soprattutto felice e speranzosa, lo ripeto, dopo aver letto che saranno potenziati centri e sportelli antiviolenza, case delle donne e case rifugio, che saranno previsti percorsi di formazione per il personale e di informazione nelle scuole e di “educazione all’affettività” come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.
Lo abbiamo detto mille volte: l'educazione è fondamentale per contrastare ogni forma di prevaricazione e di violenza. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze a rispettarsi a vicenda, spiegare ai giovani uomini che le donne non sono pezzi di carne da possedere e alle giovani donne che possono essere tutto ciò che vogliono, che nulla può essere loro precluso perché sono nate femmine è il primo, fondamentale, passo per creare una società più giusta.

Certo, dovremo vigilare con la consueta attenzione tutte (e tutti) affinché quanto scritto non resti solo lettera morta, belle parole da dimenticare in fretta, ma le donne in questo sono bravissime.