lunedì 22 settembre 2014

Da Intersezioni: Deconstructing l’istinto naturale.

Lorenzo Gasparrini (leggetevi tutti i suoi blog, è uno che scrive tanto e bene), alle prese con l'anonimo commentatore del post precedente.
QUI l'articolo originale.

Buona lettura a voi e grazie a lui.



Capita raramente che un commento a un post sia particolarmente interessante, perché in genere chi vuole argomentare bene in risposta a qualcuno sceglie di farlo o sul proprio blog o su un social network; i commenti intelligenti sono sempre più rari, ma quelli lunghi, argomentati e completamente idioti sono ancora più rari. Quindi quando ne capita uno, va immortalato.
 
Premessa: non importa se l’anonimo commentatore è un troll in vena di fini ragionamenti. Importa – ecco perché ce lo rileggiamo – che questi siano i ragionamenti di una maggioranza di bei maschioni. Quindi non sarà inutile dargli una spolveratina, e fregarsene se poi l’autore legge, risponde, ricommenta, e così via.
Spero che tutti voi conosciate già il blog
Ci riprovo, che vi consiglio di frequentare spesso e volentieri. Sotto questo post – che necessariamente dovete leggere prima di continuare – è apparso un commento notevole, che sarà un piacere rileggere insieme a voi.

Lola, non te la prendere per il mio modo provocatorio di affrontare la questione. [E' sempre carino cominciare così, è la versione retorica di "io non sono razzista ma" – predispone alla gioia, proprio]. Premesso che non so nemmeno come ci sono capitato qui [figurati noi, ma grazie lo stesso]: in genere mi occupo di discussioni di tutt’altro tipo [attenzione: ha premesso lui che non se ne occupa di certe cose, eh, ricordiamocene], sono stato catturato [il linguaggio già denuncia l'atteggiamento giusto: lui se ne andava per fatti suoi nel web ed è stato catturato. Sempre per continuare a predisporre Lola alla gioia] dalla tua tesi sulla necessità di educare i maschi [lo avete letto il post, vero? Ce l'avete trovata questa tesi sulla necessità di educare i maschi? Io no, e manco Lola, ma lui, che in genere si occupa di discussioni di tutt'altro tipo, sì]. Dove per “educare” sembra che tu voglia intendere “addestrare”, o “ammaestrare” [sembra solo a chi non sa leggere o a chi ha dei pregiudizi grossi come la galassia, ma vabbè], secondo una concezione pseudofemminista di concepire i rapporti tra i sessi [ma non era uno che si occupava di discussioni di tutt'altro tipo? Se già è in grado di riconoscere ciò che sarebbe pseudofemminista, allora ne sa. Che giocherellone].

Una concezione che fondamentalmente si regge sulla negazione, o sulla diminuzione, di una verità fondamentale [attenti, arriva la verità fondamentale! Pronti?]: noi umani siamo animali [e fin qui c'ero arrivato pure io], siamo organismi soggetti all’imperativo naturale della riproduzione [e che sarebbe un imperativo naturale? Non c'è su Wikipedia, mannaggia, e adesso come facciamo? Pure quel filosofo, come se chiamava, Kant, non poteva metterci questo, tra gli altri imperativi?], come tutti i viventi. L’istinto riproduttivo è talmente primitivo e fondamentale che ci accomuna ai lombrichi e con altri viventi ancora meno evoluti di loro [condividiamo anche lo stesso pianeta e siamo entrambi soggetti alla forza di gravità – e potrei continuare all'infinito a trovare comunanze a cacchio con i lombrichi: rimane il fatto che non hai detto cosa sarebbe un imperativo naturale. Perché se fosse l'istinto riproduttivo, diciamo che tra l'avercelo – sempre tutto da dimostrare – e il come usarlo, qualche differenza tra i vari animali io la vedo. Per esempio, se fosse tanto imperativo, a che scopo i diversi, complicati e spesso fallibilissimi "rituali di corteggiamento"? (Grazie Volpe.) Oppure perché scegliere il partner invece di riprodursi con qualunque esemplare femminile fertile? Tipo, che ne so: tua madre, tua sorella… no, quelle l'imperativo naturale le dichiara off limits, almeno per te. Lo hai detto alle sorelle dei tuoi amici? Provaci, magari in presenza dei fratelli, vedi se sono d'accordo anche loro co' st'imperativo naturale].

Guarda che carini…

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f6/Mating_earthworms.jpg/1024px-Mating_earthworms.jpg [illustrazione a uso e consumo, evidentemente, di chi vi trova somiglianze nell'imperativo naturale.]

Questo per dire che il richiamo sessuale in sé non è per nulla educato, anzi: è maleducatissimo e, a volte, anche violento [attenzione, adesso parla del richiamo sessuale, non più dell'imperativo naturale. E questo che sarà? Ce lo spiegherà? Proseguiamo fiduciosi, dopo aver assistito a “come ti spiego lo stupro con cause naturali”. E' proprio una gioia leggerlo]. Gli individui di alcune specie (qualche volta anche gli umani lo fanno) mettono a repentaglio la loro stessa vita per seguire questo istinto [ah, qualche volta, quindi non sempre e non tutti, e non di tutte le specie. Ma non era imperativo, non era violento? E come mai qualcuno se ne sottrae? E scusa, ma individui di tutti i sessi o solo di uno? Così, per sapere].

Certo, noi umani siamo evoluti [ah, ecco]: abbiamo imbozzolato questo istinto selvaggio in una serie di condizionamenti che ci consentono di vivere in società anche molto complesse [come? Quando? Il nostro etologo non ce lo dice, continua a fidarsi dell'evidenza di ciò che dice. Che non è evidente per niente: per esempio, perché ci sarebbero questi condizionamenti? Paragonandolo all'istinto di nutrirsi – oh, mi pare fondamentale e imperativo pure questo – com'è che invece non è poi tanto selvaggio e non fa incazzare la sorella del tuo amico? E poi, quale sarebbe il motivo di avere società anche molto complesse? L'imperativo naturale è scopare, mica costruire automobili]. Ma bisogna fare attenzione, perché a volte la necessità di dominare l’istinto con norme e condizionamenti di vario genere può spingersi fino alla sua negazione, e allora saltano fuori le nevrosi e talvolta le psicosi [ma perché c'è questa necessità, se c'è l'istinto? Intanto avete assistito anche a “lo psicologo dilettante”, gioco in voga da quando il pòro Freud pensò di pubblicare le sue cose e farle leggere a tutti. Da quel giorno, tutti pensano di poterle capire al volo]. E la negazione può diventare violenza brutale [di chi? Io mi nego le cose e poi divento brutale? Verso chi? Com'è che divento brutale verso l'altro sesso e non contro il mio, visto che i condizionamenti me li sono negati da solo? Oh, l'ha detto lui eh].

L’istinto lo si può e lo si deve controllare [e allora che istinto è? Perché chiamarlo così? Chiamarlo bisogno no?], ma negarlo è ipocrita e controproducente [io trovo ipocrita parlare a vanvera di cose che non si sanno e non si capiscono, e pure usare apposta un termine per avallare senza ragionamenti né prove i propri deliri. Se quello sessuale fosse stato chiamato un bisogno e non un istinto sarebbe un errore lo stesso, ma intanto tutta la costruzione pippologica sulla violenza e sull'imperativo crollerebbe].

Per dire: puoi essere certa che il tuo ragazzo, o marito, guarderà il culo o le tette di qualunque bonazza gli passi a tiro [comportamento dovuto all'istinto imperativo? E perché – tanto per fare la prima obiezione facile – se è tipico della nostra specie tante altre culture non danno alcuna importanza allo sguardo, a ciò che si vede? E ancora: perché, se c'è un istinto, in anni diversi, in luoghi diversi, tra gruppi diversi le caratteristiche tipiche della bonazza cambiano?]. Senza darlo a vedere, ovviamente: per non offenderti, perché il sesso è una cosa e l’amore è un’altra cosa [e adesso chi lo dice a Venditti?], ma lo farà [lui ne è certo, perché tutti i maschi di tutte le specie sono uguali: hanno l'imperativo naturale, no?].

E lo stesso farai anche tu, in modo diverso, meno esplicito, più complesso: perché sei femmina, e la missione biologica delle femmine è più complessa [CALMA, fermi tutti, facciamo ordine. Allora: c'è l'istinto naturale, il richiamo sessuale e adesso la missione biologica. CHE CACCHIO SONO? DOVE LE HAI PESCATE QUESTE SCEMENZE? Un link, un cognome… niente, tutta scienza infusa]. Ad iniziare [qui due parole sulla d eufonica] dalla scelta del maschio più adatto per finire al parto e alla cura della prole [traiamone le conseguenze: se una donna vuole vivere per cavoli suoi e senza avere figli, tradisce la sua missione biologica. E le suore? No, dico: E LE SUORE?].

I maschi hanno una missione biologica molto più semplice [ma guarda un po', che culo]: possedere e inseminare quante più femmine possibile [deve averlo digitato usando il glande, a giudicare dal pacato climax retorico]. E anche nelle specie monogamiche come la nostra [ecco, qui basta Wikipedia per svelare la scemenza: la nostra non è affatto una specie monogamica, è solo un'opzione culturale di alcuni gruppi sociali] permane questo istinto primitivo alla promiscuità [ah, ecco, c'è un altro istinto: quello alla promiscuità. Ma sono due o è sempre quello di prima, meglio definito? Boh]. Anche nelle donne, eh? [oh, meno male, me stavo a preoccupa'.]

Dunque non ha senso proporre una educazione dei maschi [Lola non l'ha fatto, dovrebbe bastare saper leggere], e anche delle femmine [questo ancora meno], a partire dalla negazione di una realtà istintiva primaria [definizione del tutto personale: non c'è uno straccio di prova scientifica che lo sia, anzi che ne esista una] come l’attrazione sessuale [NO! Ma come l'attrazione? Ma hai parlato finora di riproduzione, promiscuità, sesso, violenza, e adesso te ne esci con una cosa moscia come l'attrazione?]: è ipocrita, nevrotizzante, controproducente [se gli effetti sono scrivere 'ste cose, comincio a crederti].

Ha invece senso farlo a partire dal riconoscimento pieno della natura profonda di maschi e femmine [con buona pace degli altri generi – a proposito, ma come fanno a esistere tutti quei generi se c'è un istinto primitivo?], perché solo in questo modo uomini e donne possono rispettarsi per ciò che sono [belve inevitabilmente assetate di sesso i primi, e creature vòlte al parto e alla cura della prole le seconde. Però, complimenti per la scienza infusa].

Il pistolotto mi è uscito un po’ lungo [grazie anche per aver evitato il doppio senso]. E prima che parta la strigliata farò bene ad allontanarmi [tranquillo, Lola pensa solo al al parto e alla cura della prole, è il suo istinto, non hai nulla da temere]. Ciao. [Ciaone proprio.]

mercoledì 17 settembre 2014

Della necessità di una nuova educazione.

Giorni fa scrissi un post sul nuovo miracoloso smalto antistupro.
In quell'occasione, come in molte altre, ho sottolineato come sia ormai sempre più importante pensare ad un serio programma di educazione, a partire dalle scuole.
Ho scritto, e lo ribadisco, che
Voglio sapere che nelle scuole si insegna il rispetto reciproco, che si parla di differenza di genere, di affettività, di sessualità consapevole, di rispetto per tutte e tutti.

Lo pretendo.


Sono gli uomini che vanno educati a non stuprarci, non siamo noi che dobbiamo imparare come non farci stuprare.
Tra i commenti a quel post, diverse persone hanno scritto che queste mie parole sono "inaccettabili e di una violenza inaudita", perché sottintenderebbero che per me gli uomini sono tutti stupratori. (Qui)
Come risposto lì, un'idea simile è talmente tanto lontana da me che trovo offensivo che me la si possa attribuire.

Ogni volta che si parla della necessità di un'educazione all'affettività e a una sessualità consapevole basata sul rispetto, ci si ritrova a doversi difendere dall'accusa di sostenere che gli uomini sono per natura tutti stupratori.

Come detto altrove, io penso che esista una cultura nella quale siamo immerse e immersi, che si chiama patriarcato e che è responsabile di ogni violenza e coercizione sulle donne e che fino a quando non le si opporrà un'altra cultura che parli di rispetto delle differenze, di uguaglianza nei diritti e nei doveri, allora non cambierà niente.

Continuare ad opporre a queste richieste (che grazie al cielo non sono solo uno strano parto della mia mente, ma anzi sono state portate in Parlamento) uno stantio "non tutti gli uomini" è inutile e fa scivolare ogni dibattito in merito in un continuo "io no/lui no" che non porta a nulla. 

Quello che è sempre più urgente fare è:
promuove(re) il cambiamento nei modelli di comportamento socio-culturali di donne e uomini per sradicare i pregiudizi, i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea di una differenzazione delle persone sulla base del genere di appartenenza o su ruoli stereotipati per donne e uomini, in grado di alimentare, giustificare o motivare la discriminazione o la violenza di un genere sull’altro. (QUI)
Eccola, l'educazione. E da nessuna parte è scritto che "gli uomini sono per natura tutti stupratori".

Poi leggo di un ventenne che, lasciato dalla ragazza, la getta dal terrazzo e poi si butta a sua volta.

Leggo stralci della lettera che ha scritto prima di ucciderla e di suicidarsi.

Dice che voleva che lei soffrisse, che provasse "terrore prima di dire addio a tutto".

Di nuovo un uomo che non accetta un "no", un uomo che non accetta che una donna voglia andarsene, un uomo convinto che quella era roba sua, che doveva essere punita per averlo lasciato, che meritava di soffrire, di perdere tutto.
Di nuovo un uomo che vede una donna come un oggetto di proprietà, una cosa che non ha diritti nemmeno sulla propria esistenza. 

Ecco a cosa serve l'educazione.

Serve a far crescere tutti e tutte nella consapevolezza che l'altro/a da noi non è una nostra proprietà, che i suoi bisogni, le sue aspirazioni, le sue scelte sono legittime e devono essere rispettate, anche quando lo/la allontanano da noi.

Serve, anche, ad impedire a giornalisti e opinionisti vari, di scrivere boiate come "raptus" davanti ad una simile notizia.

E se in questo volete continuare a leggere una mia "misandria" o la prova del mio "nazifemminismo", allora il problema è più grave di quanto io possa immaginare.

lunedì 1 settembre 2014

Siamo tutte lady Godiva

La Repubblica.
Riunione di redazione.

«Allora, ascoltate tutti: serve una foto per un articolo che parla di come gli animali aiutino a vivere meglio.»

«Uhm... vediamo un po'... si potrebbe mettere una foto di due vecchi al parco che guardano giocare i loro cani... un malato a letto col gatto sui piedi... dei bimbi circondati di pulcini... uhm...»

«Mah, tutto troppo scontato, ci vuole qualcosa di nuovo, di fresco, di coraggioso.»

«Che ne dite di una donna senza maglietta sdraiata sul cavallo? Anche perché le donne a cavallo ci vanno  sempre così, è ora che si sappia.»

http://d.repubblica.it/benessere/2014/08/29/news/animali_terapeuti_cani_gatti_cavalli_pappagalli_pesci_psicologia-2267026/

giovedì 28 agosto 2014

Manicure antistupro.

E così hanno inventato lo smalto antistupro, salutato con grida di gioia da tutte le donne del mondo: ora abbiamo La Soluzione!
Sei in discoteca o a cena con un nuovo amico, bevi un drink e il tuo smalto cambia colore. È semplice come un gesto quella che potrebbe diventare una potente arma anti stupro. Lo smalto "intelligente", inventato da Undercover Colors, la prima compagnia completamente dedicata alla prevenzione della violenza sulle donne, cambia colore se la donna assume la cosiddetta "droga dello stupro" o Ghb. Il prodotto, per la cui produzione Undercover Colors sta raccogliendo fondi, è stato messo a punto da 4 studenti della NC State University che hanno unito conoscenze farmacologiche e cosmetica tradizionale. Una vera rivoluzione che potrebbe mettere al sicuro milioni di donne e ragazze. Lo vogliamo in profumeria. Subito.
Finalmente le donne potranno evitare di essere stuprate quando vanno a ballare la sera, nel caso siano state talmente sciocche da accettare un drink da uno sconosciuto (come se non lo avessimo sentito dire per una vita intera che "non si accetta niente dagli sconosciuti").
In pratica questa splendida invenzione cambia colore se un simpatico ragazzotto cui nessuno ha mai spiegato che lo stupro è una cosa brutta mette un po' di Ghb, la "droga dello stupro" nella nostra bibita.
Non vale, ovviamente, se ti stuprano in ufficio, al supermercato, a scuola, a casa, in palestra. Per quello prima o poi ci si attrezzerà con adeguati capi di abbigliamento.

Ora, provando ad evitare acidità e sarcasmo, io non ne posso più.

Smalto antistupro, magliette antistupro, mutande antistupro. Addirittura una "fashion company" la cui missione è permettere alle donne di "prevenire gli assalti sessuali". 
Inventeranno le mutande dentate? Un profumo uomo-repellente? Una crema urticante per l'assalitore?

Insegnare ai maschi a non stuprare non se ne parla, eh?
Certo, certo, non è compito loro, mi pare scontato e non è questo il punto: ben venga lo smalto cambiacolore, ma l'enfasi con cui lo si è accolto mi devasta. 
Io non ne posso più, io vorrei cominciare a sentire parlare di altro.
Anzi, no, non voglio sentirne parlare più: io voglio sapere che si fanno ovunque dei seri programmi di educazione. 
Voglio sapere che nelle scuole si insegna il rispetto reciproco, che si parla di differenza di genere, di affettività, di sessualità consapevole, di rispetto per tutte e tutti.

Lo pretendo.
Sono gli uomini che vanno educati a non stuprarci, non siamo noi che dobbiamo imparare come non farci stuprare.
 
Vivere sempre attente a "dove vai con chi vai come ti sei vestita" non è vivere. 
Vivere dovendo evitare luoghi, orari, strade, non è vivere.
Vivere pensando a cosa mettermi per essere "al sicuro" ogni volta che esco non è vivere.
Vivere pensando che non devo tenere la testa troppo alta, che non devo incrociare gli sguardi altrui, che non devo rispondere, non devo parlare, non devo girare sola la sera, non è vivere.

mercoledì 30 luglio 2014

Io ho bisogno di femminismo.

Tempo fa è nata la campagna "Who Needs Feminism?", che raccoglie le testimonianze di tante donne (e qualche uomo) che raccontano perché hanno bisogno di Femminismo:

Identify yourself as a feminist today and many people will immediately assume you are man-hating, bra-burning, whiny liberal. Perhaps a certain charming radio talk show host will label you as a “Feminazi” or “slut.” Even among more moderate crowds, feminism is still seen as too radical, too uncomfortable, or simply unnecessary. Feminism is both misunderstood and denigrated regularly on a broad societal scale.

We, the 16 women of Professor Rachel Seidman’s Women in the Public Sphere course at Duke University, have decided to fight back against these popular misconceptions surrounding the feminist movement. Our class was disturbed by what we perceive to be an overwhelmingly widespread belief that today’s society no longer needs feminism. In order to change this perception, we have launched a PR campaign for feminism. We aim to challenge existing stereotypes surrounding feminists and assert the importance of feminism today. We feel that until the denigration surrounding feminism and women's issues is alleviated, it will be hard to achieve total gender equality, both statistically and socially.

has decided not to release a single, “official” definition of feminism. The goal of our project is to decrease negative associations with the word that would keep anyone from identifying with the movement. However, we encourage you all to keep defining it yourselves… you have given better answers than we could have ever imagined!
  [QUI il link]
Identificati oggi come  femminista e moltissima gente immediatamente darà per scontato che sei una odiatrice di uomini, una brucia reggiseni e una liberale piagnona. Forse qualche affascinante talk show in radio ti etichetterà come “nazifemminista” o “puttana”. Perfino tra i più moderati, il femminismo è visto ancora come troppo radicale, troppo scomodo o semplicemente inutile. Il femminismo è allo stesso tempo incompreso e denigrato con regolarità su larga scala.
Noi, le 16 donne del corso alla Duke University “Donne nella sfera pubblica” della Prof. Rachel Seidman, abbiamo deciso di combattere contro i pregiudizi che circondano il movimento femminista. La nostra classe è stata turbata da ciò che crediamo essere una schiacciante credenza diffusa che sostiene che la società odierna non abbia bisogno di femminismo. Per cambiare questo punto di vista, abbiamo lanciato una campagna per il femminismo. Il nostro scopo è combattere gli stereotipi esistenti che circondano le femministe e affermare l’importanza del femminismo oggi. Crediamo che fino a quando la denigrazione che circonda il femminismo e le istanze delle donne non saranno attenuate, sarà difficile raggiungere una reale eguaglianza di genere, sia da un punto di vista statistico che sociale.

ha deciso di non rilasciare una singola e “ufficiale” definizione del femminismo. Lo scopo del nostro progetto è di diminuire le associazioni negative del termine che impedisce a qualcuna di identificarsi col movimento. Comunque, vi incoraggiamo tutte a continuare a darne una vostra definizione… avete dato le migliori risposte che avremmo potuto immaginare!
[Traduzione mia, come sempre, siate comprensive/i.] 
Moltissime hanno risposto alla campagna, sfidando lo stigma secondo il quale "l'identificarci oggi come femministe" fa di noi delle strane persone che odiano gli uomini, non si depilano e probabilmente non fanno abbastanza sesso.

Ormai quasi tre anni fa ho iniziato a raccogliere i luoghi comuni sulle femministe, un po' per divertimento, un po' per dimostrare come evidentemente ci sia un'enorme ignoranza in merito a cosa sia  il femminismo e di cosa si parli quando parliamo di questione di genere.
Ho ritrovato la maggior parte di quegli stereotipi nei cartelli di alcune donne che hanno voluto rispondere a "Who needs Feminism?". Decine di giovani donne hanno preso carta, penna e macchina fotografica per dire che no, loro non hanno bisogno di femminismo, anzi, loro sono "Women against Feminism" (QUI la gallery condivisa da La Repubblica).

I luoghi comuni ci sono proprio tutti.

Alcune sono contrarie al femminismo perché "mascolinizza le donne e cerca di femmilinizzare gli uomini", altre tirano in ballo il relativismo morale (!), altre non hanno bisogno di femminismo perché "adorano gli uomini" e "chiedere gli stessi diritti è mancanza di fantasia e ambizione" e poi è molto meglio rimanere a casa a cucinare per il proprio marito piuttosto che andare a lavorare come fa lui.

Le guardo attonita.
Vorrei rispondere, ma non ne sono capace.

Io non saprei dire con un cartello perché invece ho (parecchio) bisogno del Femminismo.
Sarà che mi manca il dono della sintesi, sarà che, come scrissi tempo fa, essere femminista mi è venuto quasi naturale. O meglio, man mano che ho studiato, letto e ascoltato, ho capito che "quella cosa lì" che mi girava nella testa e che diceva che nessuno potrà mai impedirmi nulla in quanto donna, che nessuno può permettersi di usarmi come un oggetto in quanto donna, che nessuno mai potrà mai permettersi di decidere sul mio corpo in quanto donna era già femminismo. Molto "primitivo", ma tant'è. Si cresce, si migliora, si comprende.
E il femminismo mi ha aiutato - e mi sta aiutando - moltissimo.

Tra le tantissime risposte alle "donne contro il femminismo", c'è la lettera aperta di Laurie Penny (QUI la traduzione de Il Ricciocorno).

Laurie dimostra di essere decisamente migliore di me. Io avrei risposto acida e arrabbiata, dimenticando per un momento qualcosa di fondamentale, che invece non devo dimenticare mai: le femministe sono sempre qui per noi, anche per quelle che il femminismo lo schifano.
Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte.
Ma continuo a non saper dire con un cartello di poche righe perché ho bisogno di femminismo.
Ancora una volta prendo a prestito le parole di Carla Lonzi, che spiega benissimo quello che ho provato (e che so per certo hanno provato tante mie sorelle) quando ho incontrato per la prima volta il femminismo:
Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando andavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato.
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978
Ecco, uno choc tonico e salutare. 

Forse dovrei scriverlo su un cartello:
Io ho bisogno del Femminismo perché è bello, tonico e salutare.









giovedì 24 luglio 2014

Di donne, guerra e "provocazioni".

In questi giorni terribili, tra aerei che cadono, migranti che muoiono in mare, la guerra in Siria che continua ad uccidere e Gaza di nuovo e sempre sotto attacco, mi sembra folle, inutile e ridicolo scrivere di donne e di parole.
Ma è più forte di me.
Alcune cose lette negli ultimi giorni mi spingono a farlo. Per me, ovviamente, per cercare di capire dove vivo, chi mi circonda.

Ho trovato diversi post che raccontano di un professore israeliano dell'Università Bar-Ilan, tale Mordechai Kedar, che ha affermato che il modo migliore per stroncare la resistenza palestinese sarebbe far sapere al "terrorista" che "se tira il grilletto o si fa esplodere, la sorella, la moglie o la madre saranno stuprate".

Su un web magazine che si occupa (anche) di Palestina e Israele ho trovato una trascrizione in inglese dell'intervento e il link all'audio (in ebraico) della trasmissione.

Kedar: "A terrorist, like those who kidnapped the boys and killed them, the only thing that will deter them, is if they know that either their sister or mother will be raped if they are caught. What can we do? This is the culture that we live in –"
Interviewer, Yossi Hadar: “—Yes, this sounds bad, but…”
Kedar: “It sounds very bad, but this is a lesson. This is the Middle East. Only the knowledge that –
Hadar: “Well, we can’t do things like this –“
Kedar: “I’m telling you, I’m talking about them, I’m not talking about what we can do or not do. I’m telling you what they live in. This is the only thing that deters a suicide bomber. If he knows that when he pulls the trigger, or blows himself up, his sister will be raped. That’s it. That’s the only thing that will bring him back home, to keep the honor of his sister. This is the culture of the Middle East. I didn’t create it, but this is the situation.”
Keidar: "Per un terrorista, come quelli che hanno rapito e ucciso i ragazzi [i tre ragazzi rapiti e uccisi a Hebron], la sola cosa che potrebbe fare da deterrente, è che sappia che sua sorella o sua madre sarà stuprata qualora venisse catturato. Cosa possiamo farci? È la cultura in cui viviamo"
Intervistatore, Yossi Hadar: "Sì, suona male, ma..."
Keidar: "Suona molto male, ma è una lezione. Questo è il Medio Oriente. Solo la consapevolezza che..."
Intervistatore: "Be', non possiamo fare certe cose"
Keidar: "Sto parlando di loro. Non sto parlando di cosa possiamo o non possiamo fare noi. Ti sto parlando di come vivono loro. Questa è la sola cosa che potrebbe fermare un attentatore suicida. Sapere che quando premerà il grilletto, o si farà saltare in aria, sua sorella sarà stuprata. Tutto qui. È la sola cosa che lo farebbe tornare a casa, conservare l'onore di sua sorella. Questa è la cultura del Medio Oriente. Non l'ho creata io, ma questa è la situazione.
[Ho tradotto io, siate comprensive e comprensivi.]
A queste parole è seguito un comunicato dell'università Bar Ilan:
Dr. Kedar did not call and does not call to fight terror with anything but legal and moral means. Dr. Kedar wished to stress that there are no means to deter suicide bombers, and used the example of rape as an exaggeration. To remove any doubt whatsoever, there is no recommendation, God forbid, in Dr. Kedar’s words to do these horrific things. The purpose was to define the culture of death of the terrorist organizations. Dr. Kedar illustrated in his words the bitter reality of the Middle East and the inability of a modern and law abiding country to fight terror of suicide bombers.
Il dr. Kedar non incita a combattere il terrorismo con niente altro che mezzi legali e morali. Vuole enfatizzare il fatto che non esistono mezzi per fermare un attentatore suicida e ha usato l'esempio dello stupro come un'esagerazione. Comunque, per fugare ogni dubbio, non c'è alcun incitamento a compiere questi atti orrendi, Dio non voglia, nelle parole del dr. Kedar. Lo scopo era quello di definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste. Il dr. Kedar voleva sottolineare con le sue parole l'amara realtà del Medio Oriente e l'incapacità di uno stato moderno e rispettoso della legge di combattere il terrore degli attentatori suicidi.
[Ho di nuovo tradotto io, continuate ad essere comprensive e comprensivi.]

Quella dello stupro come arma di guerra non è una novità.

Di certo non è la brillante intuizione del professor Keidar, ciò che come per magia fermerebbe qualsiasi conflitto.

Durante ogni guerra, da sempre, le donne pagano sui loro corpi.
Sistematicamente.
Stuprate e uccise per punire il nemico, per impaurirlo, per domarlo, per fiaccarne la resistenza.
Usate come oggetti, come se bombardare una casa, bruciare una caserma e violentare una donna fossero la stessa cosa.
Gli esempi da portare sarebbero infiniti.
Ne sono piene storia di Roma, quella delle guerre mondiali, dei conflitti nella ex Jugoslavia, delle lotte di indipendenza, delle rivoluzioni.

Una rapida ricerca in rete produrrà centinaia di risultati egualmente terribili.

Nel suo "Against Our Will. Men, Women and Rape", Susan Brownmiller dedica alla guerra un lungo capitolo.
Nomina il Deuteronomio, la guerra di Troia e la schiava Briseide, il ratto delle Sabine, le guerre "moderne", per raccontare di una sorta di "accettazione" dello stupro in guerra.
Spiega dettagliatamente come le donne vengano considerate prede, "ricompense di guerra", fino ad arrivare esattamente a quello che dice Keidar:
Men of a conquered nation traditionally view the rape of "their women" as the ultimate umiliation, a sexual coup de grace.

Gli uomini di una nazione conquistata vedono tradizionalmente lo stupro delle "loro donne" come l'ultima umiliazione, un "colpo di grazia" sessuale.
Non so se come sostiene la sua Università Kedar con quelle parole volesse solo provocare per definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste.

Di fatto, ha nominato qualcosa che esiste da sempre, da quando l'uomo ha scoperto che può stuprare perché l'anatomia glielo consente.
Di nuovo uso le parole di Brownmiller:
La scoperta dell'uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l'uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni - è mia convinzione - lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta né più né meno che di un consapevole processo d'intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura.
In tempi di guerra lo stupro o la sua minaccia serve a mantenere in uno stato di paura e sottomissione il nemico. 
Non c'è bisogno di scomodare "la realtà del Medio Oriente": è un dato di fatto.

Ho sempre enormi problemi quando ascolto o leggo parole troppo "leggere" sulla violenza sessuale. 

Evidentemente è un mio limite, ma proprio non riesco a percepire nulla di "provocatorio" nell'uso troppo elastico e superficiale della parola "stupro".

Continuo imperterrita a sognare un nuovo linguaggio, che finalmente userà le parole per quello che sono, che abbandonerà ogni tipo di sessismo, che smetterà si usare battute su stupri e femminicidi come fossero divertenti motti di spirito.

È faticoso, lo sto sperimentando in prima persona, ma si può fare.



Prima che partano le polemiche, che probabilmente non toccheranno minimamente il mio disagio nel sentire certe parole, ma saranno basate sull'assenza in questo post di una presa di distanza da Hamas: sì, credo che Israele sia uno stato assassino e che a Gaza sia in corso un genocidio; sì, conosco le idee di Hamas e no, non sono una fan; no, non sono antisemita. Per quanto riguarda i vari "e allora la Siria? L'Ucraina? L'Iraq?", nemmeno perdo tempo a rispondere.






martedì 1 luglio 2014

Sirenetto a chi?

La Repubblica dedica una galleria fotografica a Giorgio Minisini, diciottenne di Ladispoli, campione di nuoto sincronizzato. 
Ovviamente non ha potuto evitare di presentarlo come "il sirenetto", pur sottolineando, poche righe più in basso, come il "sirenetto che batte le donne" non voglia essere chiamato così, magari perché questo appellativo in qualche modo sembra sminuire la fatica, il sudore, il talento di un ragazzo che sta dimostrando (da qualche anno, peraltro) di essere qualcuno.

Anni fa scrissero di lui anche sul Corriere della Sera. Anche quella volta si raccontò del "sirenetto del nuoto sincronizzato".

Diverso invece fu l'approccio del blog syncdifferent, che lo presentava semplicemente come un "sincro-man agonista".

Molto meno "pruriginoso", in effetti, ma decisamente più adatto.

Peccato che uno tra i più importanti (ci piaccia o no) quotidiani nazionali abbia preferito il solito taglio gossipparo che ormai lo contraddistingue.

Peccato perché i successi di Minisini avrebbero potuto regalarci un interessnate articolo sugli stereotipi di genere nello sport, sulla fatica che qualsiasi agonista deve affrontare per poter ottenere risultati, su uno sport che troppo spesso viene raccontato esclusivamente attraverso immagini di trucchi improbabili e acconciature perfette, alla faccia degli sforzi, delle rinunce, del duro lavoro che c'è dietro ognuno di quei gesti perfetti e bellissimi.

Che poi sarebbe bastato andare su wikipedia per sapere che il nuoto sincronizzato maschile è una realtà ormai da anni.

Perfino in Italia.