lunedì 27 gennaio 2014

Il mio primo ciclo. Caterina.

Eccomi. Non ricordo se fosse la prima o la seconda media. Sapevo che prima o poi mi sarebbe capitato, ma preferivo ignorare la questione anche perché fra le mie amiche era un tabù e alle poche sventurate a cui si erano "sporcati i pantaloni" era toccata la vergogna sociale. Non ho avuto nessuna avvisaglia. Una sera prima di cena sono andata in bagno e ho fatto la scoperta. Ho chiamato mia mamma e con grave imbarazzo le ho chiesto se "magari le mutande si fossero macchiate col bucato". Ahimè no. Mia mamma mi ha spiegato come usare l'assorbente, ha osservato che aveva fatto bene a comprarmi un po' di biancheria più carina e colorata e poi mi ha chiesto se volevo dirlo io a mio padre o se preferivo ci pensasse lei. Il giorno dopo mi ha portato a comprare un orso di peluches che conservo ancora. Di lì in poi è stato un percorso lungo e travagliato con un ciclo nevrotico ed indisponente. Il tutto fino alla scoperta della pillola.

Per raccontarmi le vostre storie: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Il mio primo ciclo. Martina.

(Che poi io e Martina abbiamo fatto le medie insieme.)

Io ero in vacanza in Germania, Agosto 1993, a Novembre facevo 13 anni. 
Naturalmente ero sola da una mia amica di mia nonna in uno di quei bellissimi Agosto tutto merito di mio padre, in cui tutti andavano al mare ed io invece dalla vecchia amica di mia nonna a imparare tedesco, da sola se no parlavo italiano... ecco! 
Io sapevo già tutto perché più o meno tutte le mie amiche lo avevano già, ma io mi sentivo tanto fortunata a non averlo ancora! Poi mi toccò dirlo all'amica di mia nonna, poi quel giorno veniva mia nonna a riprendermi, insomma tutte sconvolte tranne me che ero solo incazzata, non era meglio se mi veniva in Italia al mare o a Poggio Murella dove io volevo fare le vacanze? Va be'!
Da lì lo sconvolgente racconto di mia nonna: adolescenza vissuta nella Germania post guerra, che a 14 anni aveva scoperto la vera differenza tra uomo e donna e che a 17 non aveva avuto ancora il ciclo e che poverina lo desiderava tanto!


Per raccontarmi le vostre storie: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Il mio primo ciclo. Daniela.

Dunque: avevo 10 anni e mezzo.
Era un sabato pomeriggio ed ero alla Coin con mia zia e le mie cugine. Ho avuto per tutto il pomeriggio un mal di pancia terrificante e mia zia, credendo si trattasse presumibilmente di un problema di stomaco, mi prese un gelato al limone (???). 
Tornata a casa, andai in bagno e feci l'aberrante scoperta! 
Ovviamente mia nonna, che viveva con noi, telefonò a tutte le sue sorelle gridando "Daniela è diventata signorina!!!", mentre io imploravo l'angelo della morte di venirmi a prendere (solo qualche anno più tardi scoprii che non c'è fine al peggio. Sì! Quando, subito dopo aver avuto mio figlio, mia nonna chiamava le sue sorelle gridando "Daniela ha SGRAVATO"). 
La sera successiva, papà mi portò a mangiare la pizza e io capii che nulla sarebbe stato come prima.

Per raccontarmi le vostre storie: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Il mio primo ciclo. Ovvero, chi ha paura delle mestruazioni?

Grazie, grazie, grazie a Val! http://www.lesignorinedival.com/
Dopo aver condiviso il post precedente, c'è stato uno scambio di aneddoti tra amiche.

Insomma, un primo ciclo ce lo abbiamo avuto tutte.

Ci siamo sentite dire "sei diventata signorina!", abbiamo sentito le nostre madri e nonne commentare la cosa con le loro amiche e parenti (rigorosamente donne). Abbiamo combattuto coi crampi e con padri che non capivano bene come funzionava la faccenda (il mio in un momento pieno di pathos -vomitavo a fontanella e piangevo dal dolore- arrivò a chiedere a mamma se doveva portarmi al pronto soccorso. Papà, lo so che leggi: non negare, me lo ricordo benissimo: alla fine io andai a dormire nel lettone con mamma e tu in camera mia coi miei pupazzi). Ci hanno detto di non toccare le piante, di non  affaticarci troppo, manco fossimo malate, e roba del genere.

Martina raccontava che sue amiche le dicevano che non si poteva fare il bagno al mare perché sarebbero arrivati gli squali (!), Rossella che le dissero che "in quei giorni lì non avrebbe potuto giocare con gli altri bambini", Valerie che suo fratello era "un po' sconvolto e un po' curioso", mentre lei se ne fotteva.

E allora ho pensato che sarebbe divertente raccogliere le nostre storie, anche perché c'è ancora chi crede che le mestruazioni siano una malattia o che ci siano cose che una donna con le mestruazioni non possa/debba fare.

Se vi va, scrivete il vostro primo ciclo nei commenti o scrivete a ritentasaraipiufortunato@outlook.it, così ne facciamo una "rubrica" tutte insieme.

Storie di vita vissuta: il mio primo ciclo.

23 gennaio 1991.
Dopo scuola vado a pranzo da nonna Adriana, come ogni giorno. Doveva essere un lunedì o mercoledì, perché poi dovevo andare a scuola di inglese.

Comunque, arrivo a casa e vado a fare pipì.
Guardo in basso e vedo una macchia scura sulle mutande.
Porcazozza, penso, cosa è successo? Perché le mutande sono sporche di cacca? 
Sono troppo imbarazzata per dirlo a nonna: ho pur sempre quasi dodici anni, quindi mi cambio, mangio e poi vado a inglese.

I miei mi vengono a riprendere, finalmente torno a casa mia, vado in bagno e di nuovo quella macchia.

A quel punto è il panico: quale strana malattia sicuramente incurabile ho, che mi fa fare la cacca sotto senza che io me ne accorga? Come dire a mia mamma del mio dramma?

"Ehm... mamma, ho un problema... cioè... mi sono fatta la cacca sotto da nonna... e pure ora... ma io non me ne sono accorta..."

Mamma, per fortuna, non ha creduto alla morte imminente della sua unica figlia, quindi ha esclamato: "Ma non è cacca! Ti sono venute le mestruazioni!"

Non capivo bene il perché di tanto entusiasmo, quindi ero perplessa mentre lei chiamava le sue sorelle e mia nonna per condividere quella che evidentemente doveva essere la notizia dell'anno, che peraltro non mi sembrava entusiasmasse mio padre allo stesso modo. Mi pare che chiamò pure qualche altra zia, ma potrei sbagliare.

Comunque, il giorno dopo non sono andata a scuola (avevo mal di pancia) e mamma è rimasta a casa con me, poi ha portato me e mio cugino a vedere "Robin Hood" ed era il compleanno di nonna (nonna Elsa, non quella del pranzo), cosa che mamma ha tenuto a ricordare ogni volta che si parlava di mestruazioni e figlie.

Il giorno seguente, però, è quello che ricordo meglio e con maggiore gioia: mamma e zia Rossella in cucina mi hanno spiegato "come funziona il corpo delle donne" e quella faccenda del "diventare signorina", che ci faceva tanto ridere, aiutate anche dal fatto che pure la cana Lilly aveva avuto il primo ciclo.


Libro alla mano, mi sono stati spiegati i misteri del corpo femminile, il funzionamento dell'utero, il senso delle mestruazioni e soprattutto il modo corretto di usare e smaltire gli assorbenti (mai e poi mai buttarli nel water!), che a quei tempi non erano quei cosetti fini fini con le ali cui siamo abituate oggi, ma del cosi alti almeno un centimentro che ti facevano camminare a gambe larghe (ma questa magari è sempre stata solo una mia sensazione). Quelli per la notte, poi, erano pure lunghissimi, una tragedia.

Mi ricordo delle risate di cuore, mentre commentavamo le pubblicità degli assorbenti "e io che pensavo che fossero per le donne che si pisciano sotto" nella cucina della nostra vecchia casa.

C'è stato anche un momento quasi mistico, con mamma e zia che ricordavano quando usavano i panni di cotone perché gli assorbenti usa e getta non c'erano o comunque a casa loro non si usavano e giù a ridere a pensare chissà cosa aveva usato nonna da ragazza, per poi passare alla denuncia sociale: gli assorbenti costano troppo, come fa una famiglia con due figlie a permetterseli? (Da questo, poi, la grande fissazione che ho sempre condiviso con mamma: quando ci sono raccolte di generi di prima necessità, tipo dopo calamità naturali, quando ci sono le collette per il banco alimentare e roba simile, compro sempre qualche pacco di assorbenti, perché sicuramente ci sarà qualcuna col ciclo che non ne ha a portata di mano e vorrei vedere voi al suo posto.)

Lo so che non ve ne importa niente, ma proprio ieri ho avuto un ciclo dolorosissimo, da quindicenne e qualcuna mi diceva che è solo un disturbo psicosomatico e allora mi è tornato in mente quel giorno e penso che aver avuto una mamma come la mia mi ha messa al riparo da tante cose, anche dall'associare le mestruazioni a qualcosa di brutto, di sporco, di sbagliato.
Ah, mi ricordo che a scuola una mia amica mi disse che non avrei dovuto toccare le piante, altrimenti le avrei uccise. Mamma mi spiegò che era una sciocchezza e mi raccontò altri simpatici aneddoti sulle "cose da non fare se hai il ciclo", tipo la maionese o la tinta ai capelli. Ovviamente giorni dopo toccai tutte le piante di mia nonna, che continuarono a crescere rigogliose.



venerdì 10 gennaio 2014

Di cognomi e rabbia.

Non voglio entrare nella polemica sul diritto di ogni madre di dare il proprio cognome alle proprie figlie e figli: vi rimando volentieri al post della mia amica Sud De-Genere, "ri-nominarsi".

Ha ragione Doriana:  
Resta comunque il fatto che il cognome che potrei far assumere a mio figlio rimarrebbe SEMPRE un cognome di provenienza maschile ( sarebbe quello di mio padre, o di mio nonno, o di un bisnonno e così all’infinito). Dal punto di vista simbolico, nel mio personale immaginario, non ne usciremo fuori finchè qualcuna ( particolarmente coraggiosa, che abbia  a cuore questo discorso, che non soffra di nostalgia e non se ne sentirebbe sradicata) non deciderà un giorno di trovarselo da sé, un cognome. Uno “nuovo”, nuovo di zecca.

Mi limito a riportare pensieri sparsi che mi hanno assalita con rabbia leggendo i commenti tra il derisorio e il paternalista di tanti uomini su facebook, che ci stanno facendo notare quanto poco importante sia la questione del cognome.

Sono quelli che se ne fregano dei "problemi delle donne", quelli che ci dicono che siamo "vetero femministe" ogni volta che parliamo di questione di genere, di autodeterminazione e di diritti.

Sono quelli che ci tengono a farci sapere quanto sia inutile, ridicolo e (sic) dannoso per le donne il termine femminicidio.

Sono quelli che distinguono tra donne e Donne, quelle con la "D" maiuscola, che non si perdono in chiacchiere che puzzano di anni '70 come il femminismo.

Ridacchiano, ci filosofeggiano su e mi dicono che  "le donne hanno altri problemi" (e cristo santo, tu sei donna? No. E allora che cazzo ne sai dei miei problemi?) e ci tengono a dettare loro l'agenda delle mie lotte. 

E le donne, poi, che sostengono tesi agghiaccianti che manco un vecchio patriarca montanaro di inizio '800. Le guardo, le leggo e penso che decisamente non è una vagina a farci sorelle.

Si chiama "patriarcato", care e cari, e mi opprime da più o meno tremila anni perché non ho il pisello.

Come scriveva Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile:
Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!

Alle nostre spalle sta l'apoteosi della millenaria supremazia maschile. Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo. E il concetto di "genio" ne ha costituito l'irraggiungibile gradino.

La donna ha avuto l'esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.

Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili.

Nulla o male è stato tramandato della presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.

La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica.
 

Quando la storia vi cancellerà perché non avete la vagina, quando sarete sfruttati, umiliati, chiusi in casa, quando vi sarà negata l'istruzione, quando dovrete firmare le dimissioni in bianco perché avete un utero, quando per tremila anni sarete trattati da poveri mentecatti ritardati perché avete il pisello, allora, forse, potrete parlare.

sabato 4 gennaio 2014

Di preghiere, solitudine e delusioni.

Come nel 2013, anche questo primo sabato di Gennaio si è aperto con la preghiera contro aborto ed eutanasia da parte del comitato no194 davanti a diversi ospedali del paese.

A Roma quest'anno erano davanti al san Giovanni.
Come l'anno scorso, anche stavolta c'erano cinque uomini e una donna e al solito la cosa è parecchio indicativa.



Purtroppo, neanche stavolta a Roma si è organizzato niente.

Mentre in città come Milano e Firenze diverse donne (e qualche uomo) sono andate a presidiare gli ospedali per disturbare il delirio prolife, a Roma mi sono ritrovata sola davanti ai pregatori per un bel po', fino all'arrivo di una compagna che non se l'è sentita di abbandonarmi lì.

Seminascosto dalle piante che coprono il muro di via dell'Amba Aradam, un volantino dei CARC di Roma.

Fortunatamente la pioggia è riuscita in quello che avrebbero dovuto fare le donne e le femministe, mandando via i sei devoti antiabortisti.

Devo dire che sono rimasta parecchio delusa, perché fino all'ultimo ho sperato in un comunicato, in un invito, in un qualsiasi segno di vita da parte di associazioni e collettivi e mi chiedo se per Marzo saremo in grado di organizzarci. 

Inutile dire cosa penso succederà.

Davvero, non so se sono più depressa o incazzata.

Soprattutto dopo che, guardando alle manifestazioni spagnole contro una legge vergognosa che di fatto impedisce alle donne di abortire, sembrava che finalmente avessimo tutte la voglia e le energie per muoverci.



AGGIORNAMENTO:

Ho appena letto un post dei CARC di Roma, con le foto di uno striscione affisso sul muro del san Giovanni stamani.
Purtroppo, quando sono arrivata io (poco prima delle 11) non c'era nulla.