Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta morte. Mostra tutti i post

mercoledì 2 settembre 2015

Spettacolarizzare l'orrore. Pensieri sparsi.

Per scrivere questo post ci vorrebbero una preparazione e una conoscenza che io non ho, ma provo comunque a dire quello che ho in mente.

È qualcosa che mi gira in testa da un po' di tempo e una conversazione con Jo mi ha portata ad altre riflessioni riguardo l'uso e la condivisione di certe immagini, nello specifico quelle delle violenze dell'Isis.

Ha senso, in sostanza, continuare a condividere sui social teste mozzate e corpi bruciati?
È solo "diritto di cronaca" o dobbiamo porci altre domande?

Io per prima ho spesso condiviso e continuo a condividere immagini forti, immagini che io stessa facevo e faccio fatica a guardare.
Penso ai bimbi massacrati a Gaza, ai morti in Siria, ai migranti in mare.
Ho difeso la mia scelta di condividere certe immagini, ne ho parlato a lungo con amiche e amici, a volte anche animatamente e non sempre abbiamo trovato un punto di incontro.
L'ho fatto perché credevo (e credo) che guardare in faccia l'orrore possa essere a volte necessario.
Speravo che in qualche modo l'empatia che non può non nascere guardando certe cose avrebbe potuto spingerci ad interrogarci, a documentarci, a muoverci.
Non sono certa che questo sia avvenuto, ma a volte mi piace essere ingenua. 

Ho visto fino alla nausea i corpi massacrati degli ebrei nei lager nazisti, dei partigiani ammazzati dai fascisti, delle partigiane torturate e umiliate, i loro corpi esposti in strada.
Ho guardato con terrore e pietà i volti sfigurati dai machete nelle guerre africane, i corpi martoriati di uomini e donne vietnamiti, i morti in mezzo alle macerie delle loro case.
Non sono la forza o la crudezza di un'immagine a spaventarmi.

Stavolta, però, mi pare ci sia qualcosa di diverso.

Come dice Jo, non si tratta più di un servizio fotografico, per quanto crudo, in una zona di guerra o di un reportage sui migranti che muoiono nel deserto e in mare; non sono più semplicemente immagini che denunciano l'orrore.
L'Isis fa un uso delle immagini "nuovo".
Usa l'orrore delle sue azioni per propaganda, per terrorizzarci, per mostrarci quanto avanti sanno spingersi.
Manco i nazisti, che pure erano bravini in certe cose hanno buttato in faccia al nemico i filmati delle torture, delle uccisioni, delle devastazioni.
Quelle sono arrivate dopo e con uno scopo ben preciso: far conoscere al mondo quanto era successo, cosa era stato quel regime, cosa si era fatto col silenzio e la complicità di mezzo mondo.

Loro, invece, si filmano mentre distruggono città, decapitano prigionieri, li bruciano vivi.
Con le armi bene in vista, i visi coperti, la dinamite in vita, i vestiti scuri, le bandiere.
È tutto studiato nei dettagli, ogni fotogramma, ogni gesto. Tutto quello che ci viene mostrato deve portarci un messaggio, deve farci vedere quanto possono superare il comune senso dell'orrore.

E più il nostro sguardo si dimostrerà avido di morte e barbarie, più loro si filmeranno.
Quasi un circolo vizioso.

Come dice Jo: prima di ogni cosa loro "cercano un pubblico e quel pubblico siamo noi".

E siamo un pubblico schizofrenico ed esigente. 
Ma anche profondamente razzista.
Chiediamo pietà e rispetto per chi è simile a noi, ma non lo mostriamo per chi ci pare lontano, diverso, altro

Ci viene chiesto continuamente di non mostrare le foto delle donne massacrate dai loro compagni, ma il corpo  della guerrigliera Kurda martoriato e buttato in terra era ovunque.
Ci viene chiesto di non mostrare il video della decapitazione del fotoreporter statunitense, ma si condivide la terribile sorte dei quattro uomini iracheni bruciati vivi.

"Colonizzare la morte", ha detto Jo.

La pietà che si manifesta chiedendo rispetto per i morti e per chi li sta piangendo vale solo per quelli come noi. 
Gli altri sembrano essere parte di un film. 
Quindi la loro sofferenza, la loro morte può essere esibita ovunque, tra un micetto puccioso e una frase divertente su facebook. 
Senza chiedersi niente.
Senta sentirci in dovere di mostrare quel "rispetto" con cui ci piace riempirci la bocca.

Non scinderei dal discorso, poi, anche il fattore "carnefice". 
Se questi fossero simili a noi, la smania di condivisione sarebbe la stessa? 
I commenti a corollario di video e foto sarebbero gli stessi? 
Oppure questa sorta di bulimia da immagini cruente dipende anche dal fatto che i cattivi stavolta sono musulmani?

L'assassino bianco, quello che ci somiglia è "un pazzo", lo stigma e la condanna sono tutti per lui.
Dopo che Breivik ha ammazzato 77 persone, nessun*, che io sappia, ha inneggiato alla distruzione della Norvegia. Non ci sono stati auguri di morte e stupri e torture all'intera popolazione norvegese.
Qui, ora, si chiede la distruzione di una religione (come se fosse possibile, ma tant'è), di interi popoli. Solo così qualcun* pretende di sentirsi al sicuro.
Indignazione un tanto al chilo e che, trattandosi di aguzzini musulmani, viene anche parecchio facile.