giovedì 28 agosto 2014

Manicure antistupro.

E così hanno inventato lo smalto antistupro, salutato con grida di gioia da tutte le donne del mondo: ora abbiamo La Soluzione!
Sei in discoteca o a cena con un nuovo amico, bevi un drink e il tuo smalto cambia colore. È semplice come un gesto quella che potrebbe diventare una potente arma anti stupro. Lo smalto "intelligente", inventato da Undercover Colors, la prima compagnia completamente dedicata alla prevenzione della violenza sulle donne, cambia colore se la donna assume la cosiddetta "droga dello stupro" o Ghb. Il prodotto, per la cui produzione Undercover Colors sta raccogliendo fondi, è stato messo a punto da 4 studenti della NC State University che hanno unito conoscenze farmacologiche e cosmetica tradizionale. Una vera rivoluzione che potrebbe mettere al sicuro milioni di donne e ragazze. Lo vogliamo in profumeria. Subito.
Finalmente le donne potranno evitare di essere stuprate quando vanno a ballare la sera, nel caso siano state talmente sciocche da accettare un drink da uno sconosciuto (come se non lo avessimo sentito dire per una vita intera che "non si accetta niente dagli sconosciuti").
In pratica questa splendida invenzione cambia colore se un simpatico ragazzotto cui nessuno ha mai spiegato che lo stupro è una cosa brutta mette un po' di Ghb, la "droga dello stupro" nella nostra bibita.
Non vale, ovviamente, se ti stuprano in ufficio, al supermercato, a scuola, a casa, in palestra. Per quello prima o poi ci si attrezzerà con adeguati capi di abbigliamento.

Ora, provando ad evitare acidità e sarcasmo, io non ne posso più.

Smalto antistupro, magliette antistupro, mutande antistupro. Addirittura una "fashion company" la cui missione è permettere alle donne di "prevenire gli assalti sessuali". 
Inventeranno le mutande dentate? Un profumo uomo-repellente? Una crema urticante per l'assalitore?

Insegnare ai maschi a non stuprare non se ne parla, eh?
Certo, certo, non è compito loro, mi pare scontato e non è questo il punto: ben venga lo smalto cambiacolore, ma l'enfasi con cui lo si è accolto mi devasta. 
Io non ne posso più, io vorrei cominciare a sentire parlare di altro.
Anzi, no, non voglio sentirne parlare più: io voglio sapere che si fanno ovunque dei seri programmi di educazione. 
Voglio sapere che nelle scuole si insegna il rispetto reciproco, che si parla di differenza di genere, di affettività, di sessualità consapevole, di rispetto per tutte e tutti.

Lo pretendo.
Sono gli uomini che vanno educati a non stuprarci, non siamo noi che dobbiamo imparare come non farci stuprare.
 
Vivere sempre attente a "dove vai con chi vai come ti sei vestita" non è vivere. 
Vivere dovendo evitare luoghi, orari, strade, non è vivere.
Vivere pensando a cosa mettermi per essere "al sicuro" ogni volta che esco non è vivere.
Vivere pensando che non devo tenere la testa troppo alta, che non devo incrociare gli sguardi altrui, che non devo rispondere, non devo parlare, non devo girare sola la sera, non è vivere.

mercoledì 30 luglio 2014

Io ho bisogno di femminismo.

Tempo fa è nata la campagna "Who Needs Feminism?", che raccoglie le testimonianze di tante donne (e qualche uomo) che raccontano perché hanno bisogno di Femminismo:

Identify yourself as a feminist today and many people will immediately assume you are man-hating, bra-burning, whiny liberal. Perhaps a certain charming radio talk show host will label you as a “Feminazi” or “slut.” Even among more moderate crowds, feminism is still seen as too radical, too uncomfortable, or simply unnecessary. Feminism is both misunderstood and denigrated regularly on a broad societal scale.

We, the 16 women of Professor Rachel Seidman’s Women in the Public Sphere course at Duke University, have decided to fight back against these popular misconceptions surrounding the feminist movement. Our class was disturbed by what we perceive to be an overwhelmingly widespread belief that today’s society no longer needs feminism. In order to change this perception, we have launched a PR campaign for feminism. We aim to challenge existing stereotypes surrounding feminists and assert the importance of feminism today. We feel that until the denigration surrounding feminism and women's issues is alleviated, it will be hard to achieve total gender equality, both statistically and socially.

has decided not to release a single, “official” definition of feminism. The goal of our project is to decrease negative associations with the word that would keep anyone from identifying with the movement. However, we encourage you all to keep defining it yourselves… you have given better answers than we could have ever imagined!
  [QUI il link]
Identificati oggi come  femminista e moltissima gente immediatamente darà per scontato che sei una odiatrice di uomini, una brucia reggiseni e una liberale piagnona. Forse qualche affascinante talk show in radio ti etichetterà come “nazifemminista” o “puttana”. Perfino tra i più moderati, il femminismo è visto ancora come troppo radicale, troppo scomodo o semplicemente inutile. Il femminismo è allo stesso tempo incompreso e denigrato con regolarità su larga scala.
Noi, le 16 donne del corso alla Duke University “Donne nella sfera pubblica” della Prof. Rachel Seidman, abbiamo deciso di combattere contro i pregiudizi che circondano il movimento femminista. La nostra classe è stata turbata da ciò che crediamo essere una schiacciante credenza diffusa che sostiene che la società odierna non abbia bisogno di femminismo. Per cambiare questo punto di vista, abbiamo lanciato una campagna per il femminismo. Il nostro scopo è combattere gli stereotipi esistenti che circondano le femministe e affermare l’importanza del femminismo oggi. Crediamo che fino a quando la denigrazione che circonda il femminismo e le istanze delle donne non saranno attenuate, sarà difficile raggiungere una reale eguaglianza di genere, sia da un punto di vista statistico che sociale.

ha deciso di non rilasciare una singola e “ufficiale” definizione del femminismo. Lo scopo del nostro progetto è di diminuire le associazioni negative del termine che impedisce a qualcuna di identificarsi col movimento. Comunque, vi incoraggiamo tutte a continuare a darne una vostra definizione… avete dato le migliori risposte che avremmo potuto immaginare!
[Traduzione mia, come sempre, siate comprensive/i.] 
Moltissime hanno risposto alla campagna, sfidando lo stigma secondo il quale "l'identificarci oggi come femministe" fa di noi delle strane persone che odiano gli uomini, non si depilano e probabilmente non fanno abbastanza sesso.

Ormai quasi tre anni fa ho iniziato a raccogliere i luoghi comuni sulle femministe, un po' per divertimento, un po' per dimostrare come evidentemente ci sia un'enorme ignoranza in merito a cosa sia  il femminismo e di cosa si parli quando parliamo di questione di genere.
Ho ritrovato la maggior parte di quegli stereotipi nei cartelli di alcune donne che hanno voluto rispondere a "Who needs Feminism?". Decine di giovani donne hanno preso carta, penna e macchina fotografica per dire che no, loro non hanno bisogno di femminismo, anzi, loro sono "Women against Feminism" (QUI la gallery condivisa da La Repubblica).

I luoghi comuni ci sono proprio tutti.

Alcune sono contrarie al femminismo perché "mascolinizza le donne e cerca di femmilinizzare gli uomini", altre tirano in ballo il relativismo morale (!), altre non hanno bisogno di femminismo perché "adorano gli uomini" e "chiedere gli stessi diritti è mancanza di fantasia e ambizione" e poi è molto meglio rimanere a casa a cucinare per il proprio marito piuttosto che andare a lavorare come fa lui.

Le guardo attonita.
Vorrei rispondere, ma non ne sono capace.

Io non saprei dire con un cartello perché invece ho (parecchio) bisogno del Femminismo.
Sarà che mi manca il dono della sintesi, sarà che, come scrissi tempo fa, essere femminista mi è venuto quasi naturale. O meglio, man mano che ho studiato, letto e ascoltato, ho capito che "quella cosa lì" che mi girava nella testa e che diceva che nessuno potrà mai impedirmi nulla in quanto donna, che nessuno può permettersi di usarmi come un oggetto in quanto donna, che nessuno mai potrà mai permettersi di decidere sul mio corpo in quanto donna era già femminismo. Molto "primitivo", ma tant'è. Si cresce, si migliora, si comprende.
E il femminismo mi ha aiutato - e mi sta aiutando - moltissimo.

Tra le tantissime risposte alle "donne contro il femminismo", c'è la lettera aperta di Laurie Penny (QUI la traduzione de Il Ricciocorno).

Laurie dimostra di essere decisamente migliore di me. Io avrei risposto acida e arrabbiata, dimenticando per un momento qualcosa di fondamentale, che invece non devo dimenticare mai: le femministe sono sempre qui per noi, anche per quelle che il femminismo lo schifano.
Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte.
Ma continuo a non saper dire con un cartello di poche righe perché ho bisogno di femminismo.
Ancora una volta prendo a prestito le parole di Carla Lonzi, che spiega benissimo quello che ho provato (e che so per certo hanno provato tante mie sorelle) quando ho incontrato per la prima volta il femminismo:
Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando andavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato.
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978
Ecco, uno choc tonico e salutare. 

Forse dovrei scriverlo su un cartello:
Io ho bisogno del Femminismo perché è bello, tonico e salutare.









giovedì 24 luglio 2014

Di donne, guerra e "provocazioni".

In questi giorni terribili, tra aerei che cadono, migranti che muoiono in mare, la guerra in Siria che continua ad uccidere e Gaza di nuovo e sempre sotto attacco, mi sembra folle, inutile e ridicolo scrivere di donne e di parole.
Ma è più forte di me.
Alcune cose lette negli ultimi giorni mi spingono a farlo. Per me, ovviamente, per cercare di capire dove vivo, chi mi circonda.

Ho trovato diversi post che raccontano di un professore israeliano dell'Università Bar-Ilan, tale Mordechai Kedar, che ha affermato che il modo migliore per stroncare la resistenza palestinese sarebbe far sapere al "terrorista" che "se tira il grilletto o si fa esplodere, la sorella, la moglie o la madre saranno stuprate".

Su un web magazine che si occupa (anche) di Palestina e Israele ho trovato una trascrizione in inglese dell'intervento e il link all'audio (in ebraico) della trasmissione.

Kedar: "A terrorist, like those who kidnapped the boys and killed them, the only thing that will deter them, is if they know that either their sister or mother will be raped if they are caught. What can we do? This is the culture that we live in –"
Interviewer, Yossi Hadar: “—Yes, this sounds bad, but…”
Kedar: “It sounds very bad, but this is a lesson. This is the Middle East. Only the knowledge that –
Hadar: “Well, we can’t do things like this –“
Kedar: “I’m telling you, I’m talking about them, I’m not talking about what we can do or not do. I’m telling you what they live in. This is the only thing that deters a suicide bomber. If he knows that when he pulls the trigger, or blows himself up, his sister will be raped. That’s it. That’s the only thing that will bring him back home, to keep the honor of his sister. This is the culture of the Middle East. I didn’t create it, but this is the situation.”
Keidar: "Per un terrorista, come quelli che hanno rapito e ucciso i ragazzi [i tre ragazzi rapiti e uccisi a Hebron], la sola cosa che potrebbe fare da deterrente, è che sappia che sua sorella o sua madre sarà stuprata qualora venisse catturato. Cosa possiamo farci? È la cultura in cui viviamo"
Intervistatore, Yossi Hadar: "Sì, suona male, ma..."
Keidar: "Suona molto male, ma è una lezione. Questo è il Medio Oriente. Solo la consapevolezza che..."
Intervistatore: "Be', non possiamo fare certe cose"
Keidar: "Sto parlando di loro. Non sto parlando di cosa possiamo o non possiamo fare noi. Ti sto parlando di come vivono loro. Questa è la sola cosa che potrebbe fermare un attentatore suicida. Sapere che quando premerà il grilletto, o si farà saltare in aria, sua sorella sarà stuprata. Tutto qui. È la sola cosa che lo farebbe tornare a casa, conservare l'onore di sua sorella. Questa è la cultura del Medio Oriente. Non l'ho creata io, ma questa è la situazione.
[Ho tradotto io, siate comprensive e comprensivi.]
A queste parole è seguito un comunicato dell'università Bar Ilan:
Dr. Kedar did not call and does not call to fight terror with anything but legal and moral means. Dr. Kedar wished to stress that there are no means to deter suicide bombers, and used the example of rape as an exaggeration. To remove any doubt whatsoever, there is no recommendation, God forbid, in Dr. Kedar’s words to do these horrific things. The purpose was to define the culture of death of the terrorist organizations. Dr. Kedar illustrated in his words the bitter reality of the Middle East and the inability of a modern and law abiding country to fight terror of suicide bombers.
Il dr. Kedar non incita a combattere il terrorismo con niente altro che mezzi legali e morali. Vuole enfatizzare il fatto che non esistono mezzi per fermare un attentatore suicida e ha usato l'esempio dello stupro come un'esagerazione. Comunque, per fugare ogni dubbio, non c'è alcun incitamento a compiere questi atti orrendi, Dio non voglia, nelle parole del dr. Kedar. Lo scopo era quello di definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste. Il dr. Kedar voleva sottolineare con le sue parole l'amara realtà del Medio Oriente e l'incapacità di uno stato moderno e rispettoso della legge di combattere il terrore degli attentatori suicidi.
[Ho di nuovo tradotto io, continuate ad essere comprensive e comprensivi.]

Quella dello stupro come arma di guerra non è una novità.

Di certo non è la brillante intuizione del professor Keidar, ciò che come per magia fermerebbe qualsiasi conflitto.

Durante ogni guerra, da sempre, le donne pagano sui loro corpi.
Sistematicamente.
Stuprate e uccise per punire il nemico, per impaurirlo, per domarlo, per fiaccarne la resistenza.
Usate come oggetti, come se bombardare una casa, bruciare una caserma e violentare una donna fossero la stessa cosa.
Gli esempi da portare sarebbero infiniti.
Ne sono piene storia di Roma, quella delle guerre mondiali, dei conflitti nella ex Jugoslavia, delle lotte di indipendenza, delle rivoluzioni.

Una rapida ricerca in rete produrrà centinaia di risultati egualmente terribili.

Nel suo "Against Our Will. Men, Women and Rape", Susan Brownmiller dedica alla guerra un lungo capitolo.
Nomina il Deuteronomio, la guerra di Troia e la schiava Briseide, il ratto delle Sabine, le guerre "moderne", per raccontare di una sorta di "accettazione" dello stupro in guerra.
Spiega dettagliatamente come le donne vengano considerate prede, "ricompense di guerra", fino ad arrivare esattamente a quello che dice Keidar:
Men of a conquered nation traditionally view the rape of "their women" as the ultimate umiliation, a sexual coup de grace.

Gli uomini di una nazione conquistata vedono tradizionalmente lo stupro delle "loro donne" come l'ultima umiliazione, un "colpo di grazia" sessuale.
Non so se come sostiene la sua Università Kedar con quelle parole volesse solo provocare per definire la cultura della morte delle organizzazioni terroriste.

Di fatto, ha nominato qualcosa che esiste da sempre, da quando l'uomo ha scoperto che può stuprare perché l'anatomia glielo consente.
Di nuovo uso le parole di Brownmiller:
La scoperta dell'uomo che i suoi genitali potevano servire come arma per generare paura deve essere annoverata tra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l'uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni - è mia convinzione - lo stupro ha svolto una funzione critica. Si tratta né più né meno che di un consapevole processo d'intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura.
In tempi di guerra lo stupro o la sua minaccia serve a mantenere in uno stato di paura e sottomissione il nemico. 
Non c'è bisogno di scomodare "la realtà del Medio Oriente": è un dato di fatto.

Ho sempre enormi problemi quando ascolto o leggo parole troppo "leggere" sulla violenza sessuale. 

Evidentemente è un mio limite, ma proprio non riesco a percepire nulla di "provocatorio" nell'uso troppo elastico e superficiale della parola "stupro".

Continuo imperterrita a sognare un nuovo linguaggio, che finalmente userà le parole per quello che sono, che abbandonerà ogni tipo di sessismo, che smetterà si usare battute su stupri e femminicidi come fossero divertenti motti di spirito.

È faticoso, lo sto sperimentando in prima persona, ma si può fare.



Prima che partano le polemiche, che probabilmente non toccheranno minimamente il mio disagio nel sentire certe parole, ma saranno basate sull'assenza in questo post di una presa di distanza da Hamas: sì, credo che Israele sia uno stato assassino e che a Gaza sia in corso un genocidio; sì, conosco le idee di Hamas e no, non sono una fan; no, non sono antisemita. Per quanto riguarda i vari "e allora la Siria? L'Ucraina? L'Iraq?", nemmeno perdo tempo a rispondere.






martedì 1 luglio 2014

Sirenetto a chi?

La Repubblica dedica una galleria fotografica a Giorgio Minisini, diciottenne di Ladispoli, campione di nuoto sincronizzato. 
Ovviamente non ha potuto evitare di presentarlo come "il sirenetto", pur sottolineando, poche righe più in basso, come il "sirenetto che batte le donne" non voglia essere chiamato così, magari perché questo appellativo in qualche modo sembra sminuire la fatica, il sudore, il talento di un ragazzo che sta dimostrando (da qualche anno, peraltro) di essere qualcuno.

Anni fa scrissero di lui anche sul Corriere della Sera. Anche quella volta si raccontò del "sirenetto del nuoto sincronizzato".

Diverso invece fu l'approccio del blog syncdifferent, che lo presentava semplicemente come un "sincro-man agonista".

Molto meno "pruriginoso", in effetti, ma decisamente più adatto.

Peccato che uno tra i più importanti (ci piaccia o no) quotidiani nazionali abbia preferito il solito taglio gossipparo che ormai lo contraddistingue.

Peccato perché i successi di Minisini avrebbero potuto regalarci un interessnate articolo sugli stereotipi di genere nello sport, sulla fatica che qualsiasi agonista deve affrontare per poter ottenere risultati, su uno sport che troppo spesso viene raccontato esclusivamente attraverso immagini di trucchi improbabili e acconciature perfette, alla faccia degli sforzi, delle rinunce, del duro lavoro che c'è dietro ognuno di quei gesti perfetti e bellissimi.

Che poi sarebbe bastato andare su wikipedia per sapere che il nuoto sincronizzato maschile è una realtà ormai da anni.

Perfino in Italia.




mercoledì 25 giugno 2014

Cosa sarà* - Di femminicidio, mestruazioni, camomilla e "problemi reali".

Il post precedente pubblicato su Globalist non è piaciuto a qualcuno che si firma "negazionista del femminicidio" o "negazionista confesso".

Per colpa del mio "grido di rabbia" uno è stato lasciato dalla moglie, che lo schifa in quanto femminicida.
La stessa sorte sarebbe toccata a suo cognato, sempre per colpa del mio "latrato".

Il "grido di rabbia" di Lorenza Valentini non è stato inutile.
Proprio ora è iniziato il "cambio di cultura alla base".
Mia moglie ha letto questo manifesto, è furiosa anche lei, e ha divorziato. Giustamente odia me in quanto uomo e quindi femminicida per natura e cultura. Odia anche mio figlio decenne in quanto femminicida futuro. Odia suo padre, femminicida anche lui... e anche la madre perché ha convissuto con un femminicida per 40 anni senza reagire. Mia cognata, convinta da mia moglie, da ora odia suo marito, femminicida, e ha cacciato di casa il sedicenne moroso femminicida della figlia, mia nipote.
Adesso io e mio cognato, femminicidi, siamo qui in cucina, a farci da mangiarementre: ne porteremo un po' anche al femminicida suocero e al femminicida genero, il bimbo femminicida laverà i piatti. Insieme ci malediremo per l'odio che abbiamo suscitato con il nostro essere maschi (e quindi femminicidi). Ci guarderemo nel profondo, e ci sarà chiaro che noi, proprio noi, dal Pleistocene abbiamo continuato ad ammazzare donne, stuprarle e massacrarle, tanto che esse si sono estinte. E tutto perché siamo maschi e dai maschi ci è stato insegnato che la donna va uccisa e violentata (anzi prima violentata, poi uccisa). È narrato in tutte le storie, è scritto su tutti i libri... è nel nostro DNA. Non troveremo alibi, ma accoglieremo con fiducia questo cambio culturale, che arriva adesso, finalmente dopo millenni di stupri e violenze, grazie a Lorenza Valentini, la Paolo di Tarso (Paola di Tarsa) della religione del "genere".
Colei che con l'odio riscrisse la storia dei sessi.
Un altro mi accusa di godere di ogni femminicidio, perché mi permetterebbe di soddisfare il mio amore per lo splatter e la mia "fame di visibilità".
Oltre al reato di femminicidio adesso costei vuole anche il reato di "negazionismo del femminicidio". Cosa sarà il prossimo? Concorso esterno in femminicidio? Favoreggiamento del negazionismo di femminicidio"?
Il femminicidio è un po' in ribasso da sei mesi a questa parte e lo spazio in prima pagina della povera Valentini (e anche delle altre giornaliste specializzate in femminicidio) si riduce: deve rilanciare.
Anzi, meno male che un pazzo ha sterminato la famiglia: finché c'è sangue c'è speranza per questa moderna schiatta di opinion leaders.
Loro non si pentono di certo a buttarsi sui cadaveri delle donne per soddisfare la loro fame di visibilità, di odio e di titolazzi splatter. Anche questa è una pratica sociale truculenta.

Uno mi consiglia di curarmi, di bere camomilla e di "non scrivere col ciclo mestruale", perché abbiamo problemi ben più gravi e "REALI" di un centinaio di donne ammazzate ogni anno, poche rispetto al resto del mondo, quindi di che ci lamentiamo?
Siamo isteriche arriviste con la licenza di uccidere. Nientemeno.
curatevi, bevete molta camomilla ed evitate di scrivere quando avete il ciclo mestruale. l'italia è il paese AL MONDO con minor numero di "femminicidi" http://www.unodc.org/.../en/data-and-analysis/homicide.html Abbiamo moltissimi problemi REALI per cui indignarci, non ci servono quelli inventati da isteriche arriviste. Ad esempio io trovo aberrante il diritto di aborto libero senza nessun vincolo; licenza di uccidere che il movimento femminista ha ottenuto. Pensate a tutti quei poveri bambini che non sono nati per l'egoismo e la cattiveria di moltissime donne, OMICIDI VERI non INVENTATI
Chissà cos'è che vi (uomini e, ahimè, donne) spaventa così tanto quando sentite o leggete la parola "femminicidio".
Chissà cos'è che vi sovrasta al punto di spingervi in negazioni al limite del ridicolo, ad insultare, ad irridere, spesso a minacciare chi quella parola invece la dice con forza.

Me lo chiedo spesso e giorni fa il mio amico Lorenzo ha provato a darmi/darci una risposta:

Proviamo con l'elenchino, al volo proprio.
1) Nomina il femminile, e questo già al maschio potere costituito dà fastidio.
2) Specifica una modalità/motivazione per un reato che non può piacere a chi femmina non è.
3) Rende ambiguo/generico/superficiale il termine "omicidio", cosa che può essere intesa come una perdita di valore.
4) Introduce un nuovo simbolo che evidentemente non è "maschio", cosa che nell'immaginario virile certo non può essere considerata positiva.
5) Si prende spazio e visibilità sui media, costringendo il maschio lettore a occuparsi di cose ritenute "di donne" anche fuori dagli spazi rosa.
6) Catalizza l'interesse di un pubblico finora silenzioso, costringendo il lettore uomo a farsi qualche domanda - e magari a dover rispondere.
7) Introduce forzatamente, per il solo motivo di esistere ed essere usato, questioni di genere nella cronaca.
Così, al volo.
Forse vi fa paura scoprirvi intrisi fino al midollo di quella cultura machista, maschilista e violenta che è causa delle discriminazioni e della violenza di genere, che troppo spesso in Italia si traducono, appunto, in femminicidio. 

Vorrei poter credere che la vostra negazione e la vostra derisione derivino dall'orrore che nasce dalla comprensione di essere parte di quella cultura, di sguazzarci e -in fondo- di avervi trovato un posto comodo. 
Magari per non ammettere di essere pieni di quell'orrore siete portati a negarlo e a ridere di chi lo denuncia.
Una sorta di rimozione, insomma.

Se fosse così, forse, ci sarebbe una speranza. 
Magari vi svegliereste una mattina e provereste ribrezzo per la società che ci circonda e magari comincereste a lottare per cambiarla e renderla migliore, per tutte e tutti.

Chissà cos'è che vi spinge a negare che esiste un problema che parte dalla rappresentazione del femminile e che spesso si conclude in qualche casa di qualche anonima famiglia "per bene" o in un qualche Centro Antiviolenza che lavora nonostante la latitanza dello Stato, la carenza di fondi e strutture, o ancora in un funerale a telecamere accese e nei dibattiti in prima serata tv.

Invece la foga che mettete nel dire, spesso con scarse argomentazioni, ammettiamolo, che no, il femminicidio non esiste e se esistesse discriminerebbe i maschi, che allora dobbiamo parlare anche del "maschicidio", delle madri che uccidono i figli, che questa cosa del femminicidio è una balla inventata dalle femministe che scomodano un "patriarcalismo da soap opera che non è mai esistito" (sic.), mi puzza.
Puzza di complicità con un sistema che ha scientemente messo qualcuno sul gradino più alto del podio senza che ci sia nemmeno stato bisogno gareggiare, ma solo in virtù di un pene.
Siamo oggettive: quando si comanda si sta bene, perché mai mettere in discussione lo status quo?


http://tmblr.co/Z73_Aw1C3XEgm

* Dalla-De Gregori- Ron,  1979 "a dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato"

martedì 17 giugno 2014

Vi odio.

Vi odio perché quando hanno ammazzato una ragazzina vi siete affannati/e a dare la colpa ai migranti.
Vi odio perché davanti a un uomo che sgozza moglie e figli vi lanciate in ardite analisi psicologiche che non tengono conto di quella cultura schifosa in cui nasciamo e cresciamo che si chiama patriarcato.
Vi odio perché cercate un altro nome per qualcosa che esiste e che si chiama "femminicidio".
Vi odio perché arrivate a mettere in prima pagina foto di minorenni la cui "colpa" è avere un padre indagato per un orrendo delitto.
Vi odio perché andate a prendere le foto dai profili facebook di chi ha ucciso e di chi è stato ucciso per darle in pasto ai vostri affezionati, necrofili lettori.
Vi odio per le vostre trasmissioni piene di lacrime e falsa empatia.
Vi odio perché cercate continuamente attenuanti e scuse.
Vi odio perché "ha perso la testa".
Vi odio perché "si sentiva soffocare".
Vi odio perché quando parliamo di educazione sentimentale voi ridete.
Vi odio perché quando diciamo "femminicidio" rispondete "non esiste".
Vi odio perché la vostra reazione alle nostre parole e alle nostre denunce sono lo scherno e l'insulto.
Vi odio perché condividete status indignati per i femminicidi e le violenze in India e poi girate la testa davanti alle violenze di casa vostra.

Sono furiosa.

Motta Visconti, Pietra Ligure, Canicattini Bagni.

Apro il giornale e leggo di tre donne e due bimbi ammazzati per mano maschile.
Uccise da mariti e conviventi, non da un "orco" venuto da chissà dove.

E i vostri giornali continuano a parlare di "raptus", di "lite", di "lucida follia", di "gelosia".
Addirittura entrate nella vita della donna che avrebbe fatto "perdere la testa" a un uomo che ha sgozzato prima la moglie, poi la figlia di cinque anni e poi il bimbo di venti mesi, considerati un "ostacolo alla felicità": Certo, allo stato degli accertamenti non risulta nemmeno che l'abbia mai insultato o allontanato o che abbia segnalato la situazione ai suoi superiori, ma di queste situazioni border-line, talvolta sottovalutate, se ne trovano tutti i giorni ovunque.  [Il Messaggero]

Vi odio perché quello che davvero volete, quello che cercate, quello che vi piace è il sangue. È l'orrore. Sono i corpi sgozzati, le ragazzine massacrate, le donne prese a picconate, violentate, umiliate, devastate.

Non vi interessa provare ad indagare davvero da dove venga tutto questo odio, da dove venga il sangue, cosa sia che uccide una donna ogni tre giorni in un paese che si dice civile.

Non vi interessa capire che fino a che sarà normale considerare le donne come merce, oggetti da possedere, esseri inferiori e senza dignità, allora il femminicidio continuerà ad esistere e altre donne verranno ammazzate per aver detto "no", per aver deciso di vivere le proprie esistenze, per essersi imposte come esseri senzienti e liberi.

Non vi interessa, perché tutto questo vi porterebbe a dover fare i conti con la vostra schifosa cultura patriarcale, che ci vuole zitte e sempre pronte ad accudire e ad annullarci per qualcun altro.

Affrontare davvero il problema vi porterebbe a dover fare i conti con le vostre complicità con ogni assassino, perché ogni volta che scrivete "raptus", "gelosia", "follia", gli state fornendo delle attenuanti, state dando la colpa a qualcosa di "altro", lo state sgravando dalle sue responsabilità.

Ci vuole un cambio di cultura dalla base.

È ora di smetterla di cercare alibi, è ora di dire tutte e tutti, pubblicamente, che il femminicidio è "l'esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine."

Ed è, soprattutto, 
«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». [QUI]

#NonSonoUnMediacomplice

martedì 10 giugno 2014

Metti una sera coi Pittori Anonimi Trullo.

Quando dici che abiti al Trullo la gente fa una specie di smorfia, è un gesto involontario, certo, ma c'è.

Il Trullo, la periferia, la borgata, la criminalità, la banda della Magliana, la droga, che orrore.

Pochi sanno che al Trullo Pasolini ci veniva a girare i film e giocava a pallone coi ragazzini del quartiere.
Pochissimi sanno che Gianni Rodari ha scritto "La Torta in Cielo" con i bimbi e le bimbe delle «scuole elementari Collodi, borgata del Trullo, Roma, tra gli scolari della Signorina Maria Luisa Bigiaretti che hanno finito la quinta nel ‘64».

Poi ci sono stati i comitati proletari, le lotte per il diritto alla casa, le occupazioni, le associazioni che rendono alla comunità luoghi altrimenti abbandonati al degrado e all'oblio, come la ex scuola Baccelli, il cinema Faro, la BiblioTrulloTeca.
E le decine di aree archeologiche e culturali che circondano il quartiere, che io nemmeno conosco e che da quando è in pensione mio padre visita una volta a settimana con un'associazione che organizza visite guidate.

Dice il mio vicino di casa che negli anni '70 sono successe tante cose qui e prima o poi me le farò raccontare tutte, anche perché lui ha un archivio fotografico sul quartiere da fare invidia, come quella con i ragazzini di Monte delle Capre che tengono una torta con scritto "W il proletariato infantile" o qualcosa del genere.

E però la gente questo non lo sa.
Per molti siamo una borgata triste e dimenticata, buia, sporca, malfamata, pericolosa.

E invece no.

Certo, non è mica rose e fiori, eh.
Il degrado, la sporcizia, l'incuria e l'assenza delle istituzioni ci sono eccome e a volte non rendono facile vivere qui.

Però c'è anche vivacità, c'è voglia di migliorare, di portare il Trullo fuori dallo stereotipo che lo accompagna. 

I primi a farsi conoscere credo siano stati i Poeti der Trullo, ragazzi del quartiere che scrivono i loro versi sui muri, raccontando le loro e le nostre vite.

E poi da qualche tempo sono arrivati i colori.

Colori bellissimi, allegri, che cancellano il grigio dei lotti delle case popolari, nate per volontà fascista come dimore per gli italiani che tornavano in patria alla vigilia della guerra e per i romani cacciati dai loro quartieri, rasi al suolo in nome della "grandezza" di Roma.

Non si sa chi sia, ma c'è qualcuno che la notte prende pennellessa e secchi e colora i palazzi, le scale, i muri del quartiere.

Sono i Pittori Anonimi del Trullo e sulla loro pagina facebook scrivono una cosa semplice e fondamentale:
"un tocco di colore un colpo di ramazza al Trullo. Non cambiamo quartiere. Cambiamo il quartiere per chi ci vive, per chi ci passa, per me, per te, per loro, per tutt*".


Lola e il cucciolo sulla piazzetta della chiesa
Non è come a Testaccio, Pigneto o san Basilio: non ci sono nomi importanti, niente associazioni, niente tg, ma solo gente del quartiere che lo vuole diverso, bello, colorato, pulito e accogliente e che la sera si mette una tuta bianca e comincia a colorare. 

Stasera sono stata con loro.

Come al solito arrivo in anticipo.
Mi siedo sui gradini della chiesa per avere la massima visuale sulla piazza. 
Alla mia destra c'è una fila di case popolari.
Odore di cibo, rumore di piatti, televisori che cantano "Luglio col bene che ti voglio", qualcuno suona. Mi pare un basso.

Sono le 21.
Una signora mi spia dalla finestra: che vorrà quella lì vestita di nero seduta a scrivere?
Mi guardo intorno e non passa nessuno. Mi sento sola e osservata, come nei piccoli paesi.
Due signore attraversano la piazzetta: "Guarda qui come hanno fatto bello" e non si ricordano a che piano sta la loro amica.

Io abito più su e qui sembra davvero un altro mondo.

C'è calma, ci sono alberi e panchine, ci sono spazi per "socializzare", quelli tipicamente voluti dal regime per controllare e indottrinare, per crescere bravi camerati pronti ad obbedire.

Dicono che quando Mussolini venne al Trullo, che allora si chiamava "Borgata Costanzo Ciano", padre di Galeazzo e tra i fondatori del partito fascista, diverse persone, notoriamente antifasciste, vennero fatte "sparire" per un po', per precauzione. L'Italia stava per entrare in guerra e i primi segni di cedimento del regime cominciavano a non poter essere più ignorati.

Dove sto io, invece, di panchine non c'è nemmeno il pensiero: l'abusivismo compulsivo non le ha previste.

Mi piace quaggiù.

Finalmente arrivano. Sono certa che siano loro.
Rimango al mio posto e li osservo. Aspetto che facciano qualcosa che li "sveli", perché un po' mi vergogno di andare e dire "ciao, siete i Pittori?".

Mi guardo intorno sperando di essere vista.

Giro una sigaretta. "Fumo questa a vado".

"Ehm... non so se sono nel posto giusto..."
"Se hai un appuntamento con noi sì. "

Fatto.  
Sono loro, mi stringono la mano, ricordano il mio nome perché gli ho scritto su Facebook.
"Di chi sei figlia? Di chi sei nipote?"
Spiego che non sono di qui, che sono "adottata" dal quartiere. 
"Bene".
Mi dicono che c'è uno col mio stesso cognome che abita proprio lì dietro.

"Stasera facciamo tutto quello" e mi indicano una palazzina.

Due chiacchiere mentre i Pittori Anonimi preparano secchi, teli e pennelli e si comincia. Ci danno pure la tuta per non sporcarci. Arrivano anche mia cugina e il suo compagno e una ragazza di un altro quartiere, anche lei ha visto le foto su facebook e vuole dare una mano.

Uno dei Pittori mi racconta che l'idea gli è venuta dopo un funerale.
La piazzetta davanti alla chiesa era sporca, triste, gli alberi non potati, le piante dell'aiuola secche, sporcizia, erbacce.
E quindi che si fa? Piangi e ti arrabbi o cambi le cose con le tue mani?
Loro hanno deciso di rimboccarsi le maniche e "cambiare il quartiere" per tutti e tutte. 

Arrivano i primi secchi di vernice: rosa, verde, giallo, lilla.

Lavoriamo tutte e tutti, chi pulisce il marciapiede dalle erbacce, chi stende i teli, chi prende misure, chi dipinge.

È faticoso, la pennellessa pesa, si sta in ginocchio (noi "nuovi" ci occupiamo del muretto), ma la soddisfazione nel vedere il colore è tanta.
Passano dei ragazzi e chiedono se vogliamo il caffè; sul muretto ci sono coca cola e limoncello.

Mentre lavo la pennellessa alla fontanella si avvicina un gruppo di ragazzini.
Una di loro, faccia da furbetta e vestito a fiori si gira verso gli altri: "Ah, io lo so chi sono questi: sono i Pittori Anonimi! Loro colorano di notte." e comincia farmi mille domande: "siete i Pittori Anonimi, vero? Che dipingete? Possiamo farlo anche noi?" 
"Ti piacciono questi muri colorati?" 
"Tanto!"
Un altro, invece, trova che siano "colori di merda".
Uno dei Pittori Anonimi gli offre una bella lezione: magari non ti piacciono e va bene, ma dire "di merda" offende chi sta lavorando per rendere più bello il quartiere in cui lui vive. Il ragazzino è perplesso e intimidito: fare una pessima figura davanti agli amici e alle amiche a dodici anni è pesante. Credo che se ne ricorderà. E poi è in netta minoranza, ai suoi amici il lavoro piace eccome.

È bello sentirsi parte di qualcosa, fare qualcosa di concreto e immediato per il proprio quartiere e per la gente che ci vive.

Oh, certo, non tutti sono d'accordo e c'è chi non vuole che la facciata della propria casa venga colorata: meglio il grigio ingiallito, le svastiche scritte sui muri, le parolacce, strati di manifesti strappati, non sia mai che un bel muro rosso possa svalutare l'appartamento!

Scalette
Ma il colpo d'occhio, quando si passa davanti alla piazza della chiesa di san Raffaele è bellissimo. E le scalette che portano a Monte Cucco sembrano di un'altra città.

Provate a vedere con la street view di google e poi passate a via del Trullo, a viale Ventimiglia, all'VIII lotto e capirete quanto è importante il lavoro dei Pittori Anonimi.

Mi hanno insegnato che Politica è  mettere le proprie energie, le proprie competenze, i propri desideri a disposizione di tutte e tutti, è mettersi in gioco, è sudore, è condivisione.
Anche questo, per me, è un atto politico.
Ecco, noi ieri non abbiamo semplicemente dipinto e pulito: noi ieri abbiamo fatto Politica per il quartiere e per chi lo abita. E abbiamo dato una bella lezione a Comune e Municipio, che spesso dimenticano i quartieri periferici.




Quando ieri sono andata via ho ringraziato: "Che bel lavoro che state facendo, grazie".
"Be', ci stai pure te, l'hai fatto pure te."

E quanto è bello fare!