È da un po' di tempo che pare diventato di moda chiamare "mammo" un padre attento, premuroso, consapevole e collaborativo.
Niente di trascendentale, semplicemente uno che accompagna i figli in piscina, che si sveglia la notte per la poppata, che cambia pannolini, che scarrozza la prole in giro la domenica mattina.
Uno che fa il suo mestiere, insomma, un padre.
Credo (temo) sia indicativo che per descrivere un "padre" si sia dovuti ricorrere ad un (orrendo) neologismo, come ha fatto ieri Io Donna (inserto femminile de Il Corriere della Sera) parlando di un
calciatore molto fico che porta a pranzo la figlia. Ed evito di soffermarmi sulla motivazione data alla presenza del babbo: "
Forse perchè mamma Victoria era troppo impegnata a stare in equilibrio sui dei tacchi 18?", per quanto anche questo meriterebbe qualche parola.
Grazie al cielo siamo nel 2012 e, per quanto possa essere sfuggito a Io Donna, e ci sono decine e decine di padri che pigliano in braccio i figli anche se le mamme indossano comodissime Birkenstock. E -udite, udite- ce ne stavano anche negli anni '80, quando mio padre mi portava in giro in bici per chilometri e chilometri la domenica. O quando mi portava al Pigorini, al cinema, a scuola. O quando mi faceva il bagno nella bacinella in cucina e giocava con la pista Polistil.
E mamma i tacchi nemmeno li portava.
Insomma, se siamo arrivati al punto di dover storpiare il nome della madre per descrivere la paternità, evidentemente c'è un problema alla base, che continua ad immaginare il padre come un qualcosa di esterno alla relazione con i figli, come se fosse speciale prendere la propria figlia e portarla a mangiare fuori.
Rimaniamo fermi a quell'immaginario anni '50 del papà che torna la sera stanco dal lavoro, si siede a capotavola e mentre la moglie, madre, badante, amante, sguattera gli serve la cena chiede ai pargoli come è andata a scuola e chi se ne discosta è talmente strano da meritare una parola nuova per essere detto.
Mi chiedo se anche articoli e parole ridicoli come questo contribuiscano all'idea che se sei un buon padre sei un uomo a metà.
E mi rispondo di sì e penso che fino a che non si dirà di un bravo padre che "è un padre" non riusciremo ad uscire dal circolo che vuole ancora la donna chiusa nel proprio ruolo di madre e l'uomo come una presenza quasi esterna, pena la castrazione e la scomparsa del maschio.
Eppure di uomini che fanno i papà se ne vedono parecchi in giro e solo i media sembrano non accorgersene, stupiti e forse spaventati dalla figura mitologica del "mammo".
Chissà, magari mio mammo è semplicemente un padre.
Certo che se poi c'è gente fiera di scrivere certe stronzate, allora la faccenda è grave davvero.