mercoledì 10 luglio 2013

Non essere personaggio dominante, sennò ti sgozzo.

Nonostante il rischio concreto di sentirmi fare la solita critica, anche oggi non riesco a non commentare quello che mi circonda.

La notizia è drammaticamente comune: l'ennesima donna uccisa dal marito, l'ennesimo femminicidio.
Ho perso il conto, o forse non voglio contare.
Perché quei numeri sono un cazzotto nello stomaco ogni volta, perché poche ore dopo che Tiziana è stata sgozzata e lasciata in una pozza di sangue dal marito a Landriano (Pavia), Rosi è stata accoltellata dall'ex convivente a Palermo.
Perché per alcune di noi dire "siamo tutte parte lesa" non è uno sterile slogan da gridare ai cortei.

La notizia, dicevo, è una notizia come troppe.

Quello che mi fa male, che mi fa montare una rabbia che non fa che crescere, è il modo di raccontarla, di nuovo, come sempre.

Il Giorno di Pavia, ospita un articolo di tale Gabriele Moroni, che dimostra tutta la sua capacità retorica riuscendo a presentare l'assassino come una povera vittima di una donna "leader, personaggio dominante" nella coppia.
«Mi ha detto che mi avrebbe lasciato. Me lo diceva da tempo. Mi ha insultato. Mi ha tirato uno schiaffo. Non ci ho visto più. L’ho uccisa». La ribellione di un uomo debole, fragile, dominato per anni dalla personalità ben più forte della moglie. Per la prima volta Marco Malabarba, 39 anni, da compiere il mese prossimo, si ribella e lo fa nel modo più sanguinoso, quando ancora è notte. Balzato dal letto, si precipita in cucina, afferra un coltello con una lunga lama seghettata. Un colpo al ventre di Tiziana Rizzi, 36 anni, altri due alla gola, vibrati di taglio, prima da una parte e poi dall’altra. La donna si accascia nel piccolo corridoio di casa, all’altezza della cucina. Muore quasi subito, sgozzata. [Il grassetto è dell'autore dell'articolo.]
Un uomo debole, fragile, dominato, che trova la forza di alzarsi dal letto, andare in cucina, prendere un coltello e sgozzare la moglie.
Una coppia dove è la donna a essere leader, personaggio dominante. Marco Malabarba è stato barista a Milano, poi ha trovato lavoro nella legatoria Lem di Landriano. Un uomo descritto come mite, fragile, una grande passione per il motociclismo condivisa per qualche tempo dalla moglie, entrambi sono iscritti al gruppo Ctbk di Torrevecchia Pia. È Tiziana, impiegata a Milano, a guidare la vita di coppia fin dal tempo del fidanzamento, prima ancora del matrimonio celebrato otto anni fa. Lo fa, secondo il racconto del marito, ricorrendo agli schiaffi. Anni fa i primi gravi dissapori. «La crisi - dice il sindaco di Landriano Roberto Aguzzi - è stata circa tre anni fa, superata con la nascita del bambino». Il rapporto è deteriorato. Tiziana non regge, minaccia a più riprese il marito di andarsene. Marco china la testa, subisce. Fino all’altra notte. Quando qualcosa si rompe.
È un uomo stranito, maglietta bianca, bermuda, mocassini, quello che entra in mezzo ai carabinieri negli uffici della Procura di Pavia. Le indagini sono coordinate dal pm Roberto Valli, coordinate dal procuratore Gustavo Cioppa. Per quasi tre ore Marco Malabarba risponde alle domande del pm, assistito da difensori Simone Marconi e Gianluca Barbieri. È in stato di fermo. «Ho sempre sopportato», si prova a dire. Con voce bassa, tono umile, racconta il suo ménage familiare, finito nel dramma, nel sangue, in un torrida notte dell’estate pavese.
Ora, di donne stronze ne ho conosciute a decine, ma scrivere un articolo del genere, insistendo sul carattere dominante di lei e sull'umile sopportazione di lui, veicola un messaggio.

E il messaggio è che può succedere che un uomo sgozzi la moglie se per anni ha "chinato la testa e subito".
Se ha "sempre sopportato".

Davanti a certe cose io penso che non basti commentare "guarda 'sto stronzo".
O almeno non basta a me.

Io voglio spiegare perché certe parole mi feriscono, perché penso che siano pericolose e perché credo necessario un ripensamento del modo in cui i media raccontano certe storie.

Perché in questo paese viene ammazzata una donna ogni tre giorni e io trovo inaccettabile leggere parole come quelle di Moroni e dei tanti (e, ahimè, tante) come lui che scrivono di raptus, di gelosia, di malattia, di amore, di crisi, mentre quello che resta è una donna sgozzata in corridoio.

martedì 9 luglio 2013

Shhh! Non fargli pubblicità. Di sfoghi e critiche.

Le reazioni di tante e di qualcuno alle parole di Cubeddu hanno portato molte e molti a dire quello che ci viene detto sempre in questi casi: "ignoratelo, così gli state facendo pubblicità".

Ce l'hanno detto quando La Russa, in perfetta sintonia col suo capo, sosteneva che le donne di sinistra sono delle cozze.

L'hanno ripetuto quando Toscani ha fatto quell'orrendo calendario per il consorzio Vera Pelle Conciata al Vegetale.

L'hanno detto ancora quando Massimo Fini  chiamava "vispe terese sculettanti" tre ragazze aggredite in Abruzzo (due di loro vennero uccise, una dopo essere stata stuprata. "Le inchiappettò", furono le testuali parole di Fini).

Ce lo dicono ogni volta che ci troviamo a dover spiegare cosa sia a spingerci a protestare contro un certo uso del corpo femminile nelle pubblicità o in televisione, quando stigmatizziamo parole e immagini usate dai media per parlare alle e delle donne.

Ormai pare che criticare qualcosa o qualcuno, citando le altrui argomentazioni per cercare di portare avanti un'idea e un discorso di senso più o meno compiuto si sia trasformato in un semplice "fare pubblicità".

E allora ecco che arriva puntuale l'esortazione: tizio ha detto che le donne sono tutte mignotte?
Ignoralo!
Caio sostiene che una quattordicenne con gli shorts non può lamentarsi se poi la stuprano?
Ignoralo!
Quel fotografo famoso dice che le donne italiane fanno schifo perché non si depilano?
Ignoralo!
E via di seguito.

Ma fateci caso: l'invito ad ignorare per "non fare pubblicità" sembra valere solo se sei una donna che sta parlando di sessismo, se sei una donna che sta criticando le esternazioni di chi fa discorsi misogini, violenti, sessisti.

Sulle donne si può dire tutto il peggio, ma guai a criticare quel peggio: troverai sempre qualcuno che ti dirà che così stai facendo pubblicità, che fai "il loro gioco", che è "quello che vogliono".

E poco importa se hai in testa mille idee che girano e la necessità di parlare, di spiegare e di spiegarti. 
Meglio il silenzio, chissà, magari il sessismo sparirà da solo.

Gli shorts di Margherita.

Che vi avevo detto?
In questo paese quando qualcuno dice o scrive una stronzata sessista e viene criticato, tra le più classiche delle reazioni c'è dare la colpa alle femministe, strane donne su cui ciascuno si sente in diritto di sputare sentenze, ma di cui in linea di massima non conosce nulla.

Dopo le polemiche per l'articolo sugli shorts (in particolare su quelli che vanno appena sopra le chiappe delle quartine), Cubeddu  gongola sulla sua bravura di "provocatore", e sul moralismo di chi non ha compreso.
Lo scopo di “Intransigenze”, non troppo mascherato, era quello della polemica. Missione compiuta. Il tono delle critiche e degli insulti che ho ricevuto è classico del moralismo al contrario.
Insomma, lui era lì volutamente a provocare (che cosa voglia provocare uno che parla di tette, magliette bagnate e  "ragazzine, giovanissime, con una parte consistente di chiappe in vista" non è dato sapere), ma è stato criticato e insultato da gentaccia moralista al contrario (?) che non ha capito il messaggio sotteso nelle sue parole.

Lui non voleva parlare delle chiappe in vista, ma voleva proporci un profondissimo discorso sulla consapevolezza del sé.

Da chi si fa la cresta e chi veste Armani, ciascuno comunica un’identità in cui si riconosce. L’abito, qualsiasi cosa scrivano i sostenitori di una presunta libertà di pensiero, fa il monaco. Ma il monaco, in questo caso, è quasi nudo. Perché svestirsi se non per farsi vedere? E cosa vuol far vedere, precisamente, chi si sveste, se non la parte che scopre? Cosa dovrebbe comunicare un gluteo al vento? Risulta a qualcuno che Einstein, Margherita Hack, Stephen Hawking, Rita Levi Montalcini, Maria Callas, Frank Sinatra indossassero pantaloncini inguinali? Oggi è la moda dominante e c’è chi sostiene che assoggettarvisi sia un modo di esercitare la propria libertà.
Mah, chi legge questo blog lo sa, io tendo a partire da me.
E io mi metto gli shorts semplicemente perché ho caldo e perché mi piacciono le gambe abbronzate, quindi quando posso ne approfitto per prendere colore.
Il "gluteo al vento"  delle quattordicenni contrapposto a Einstein, Montalcini, Hack e via dicendo, poi, è quanto di più idiota e retoricamente noioso si possa immaginare.
La contrapposizione tra il corpo e il cervello non è proprio una grande novità e se di mestiere io facessi la scrittrice cercherei in tutti i modi di non scivolare in simili banalità.
Che poi c'ho come l'idea che Margherita Hack o Rita Levi Montalcini avrebbero avuto da ridire nel leggere il loro nome in una frase che serve a giustificare un testo che recita: "non possono lamentarsi se poi le stuprano".
Si è liberi di fare tante cose, in questo mondo. Ma non è detto che sia vantaggioso. Credo che per le donne e gli uomini di domani, oggi ragazzi, sia importante soffermarsi a riflettere su quale tipo di persone vogliono diventare.  
Ecco, dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei.
Pare di essere tornati ai tempi del liceo, quando qualche prof. particolarmente infame ti giudicava a priori perché avevi la testa rasata e portavi i pantaloni larghi (ogni riferimento è puramente casuale...).
Insomma, indossando una gonna troppo corta, tu stai dicendo quale tipo di persona vuoi diventare. E lo sappiamo tutte quale tipo di ragazza mette le gonne sopra il ginocchio!
Di certo nessuna di quelle quartine che facevano a gavettoni in pantaloncini sarà mai una brillante giornalista, una cantante lirica, una scienziata.
Se solo avesse pensato bene a come vestirsi prima di uscire a divertirsi con amiche e amici!
Se avesse messo una bella gonna sotto al ginocchio, allora sì che sarebbe stato vantaggioso.
La consapevolezza è l’unica vera libertà. Non credo, francamente, che si possa attribuire molta consapevolezza a chi si sveste facendosi oggetto sessuale per lo sguardo lupesco degli altri e pretende allo stesso tempo di non venir giudicato per come appare.
A parte il fatto che lo sguardo lupesco è esattamente quello che si legge nel suo articolo precedente e la cosa è quasi comica, davvero questo tizio ci vuole convincere che una donna che si sveste quando ci sono trenta gradi all'ombra lo faccia per farsi oggetto sessuale?
Ma sopratutto, uomini, non vi manda in bestia essere descritti come delle specie di bestie che se intravedono un centimetro di coscia hanno un'erezione e sono presi dall'irefrenabile impulso a pizzicare chiappe e toccare tette?
Io al posto vostro sarei offesa, giuro.

E poi, davvero questo, che è più giovane di me, ancora giudica la gente per come appare?
Ma dai, manco mia nonna, classe 1934 la pensa così. 
Io, le quartine, perfino Cubeddu, abbiamo il diritto di non essere giudicate e giudicati per come ci vestiamo.
Credevo che questa cosa fosse ormai un dato di fatto per ogni persona sotto i 60 anni.
C'è sempre da imparare.
Le femministe di oggi sono maschiliste inconsapevoli. Difendono il particolarismo di genere per un insano bisogno di autoemarginazione. Penso si dovrebbero abbandonare le fruste retoriche dell’ipocrisia e convenire sul fatto che la maggior parte delle persone che si sveste non ha molti altri strumenti culturali e fa dell’apparenza la sua sostanza. Siamo di fronte a una grande opportunità: sentirci umani e abbandonare le ridicole logiche che vogliono dividerci gli uni dagli altri sulla base di differenze marginali (ieri i pigmenti della pelle, oggi i gusti sessuali o i generi di appartenenza). Servirebbe una maggiore onestà intellettuale e una dissociazione da prebende e cadreghe che si poggiano su queste assurdità. Non sarà facile. Ma, se non ora, quando?
Eh?
Maschiliste inconsapevoli?
Insano bisogno di autoemarginazione?
Fruste retoriche dell'ipocrisia?
Roba da fare impallidire la mia collezione di stereotipi inventata al volo giusto per dire, quasi di sfuggita, che chi si sveste è un'imbecille incolta?
Wow.
Questo sì che si chiama sforzo retorico!

Ah, tanti complimenti a chi pubblica 'sta roba.






lunedì 8 luglio 2013

Di culi, spot, galera e tennis.

Venti giorni dall'altra parte del mondo, poi torni qui e ricominci con lo stesso schifo.

Leggo un articolo delirante su Il Secolo XIX (Ragazze in shorts, vi siete viste?) di tale Marco Cubeddu, scrittore non ancora trentenne che pare ossessionato dai culi e dalle magliette bagnate delle "ragazzine di 2a e 3a media" che si fanno i gavettoni di fine anno e che frequenta donne "non esattamente bigotte"  che alla sua domanda sugli shorts delle ragazzine in questione rispondono "non possono lamentarsi se poi le stuprano", scrivendo però subito dopo (in grassetto) che "La violenza sulle donne è disgustosa".
Merita di essere citata la frase che segue il "disgustosa": quell' "anche se" dice molto più di mille parole.
"Anche se, personalmente, penso che femminicidio sia una parola idiota. Ogni omicidio è un omicidio. E dovremmo condannarlo senza ricorrere a ridicole discriminazioni di genere. Inoltre, anche se impopolare, bisogna dirlo: spesso, le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma."
Insomma, tutto il campionario di sempre: le donne che provocano mostrando i loro corpi, il femminicidio che non si deve nominare altrimenti discrimina i poveri maschi e le donne colpevoli di farsi picchiare e uccidere da trogloditi perché hanno "scarsa personalità".

Poi c'è la questione pubblicità, con quattro geniali donne del PD che presentano un ddl «Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media», cosa che avrebbe pure un gran senso in un paese come il nostro, se non fosse che pare si propongano multa e carcere per chi mette un culo per pubblicizzare una penna a sfera. 

Le compagne di Un altro genere di comunicazione fanno notare che tra le quattro c'è pure tale Silvana Amati, quella che sostiene l'enorme portata storico-artistico-culturale di Miss Italia, che negli ultimi anni ha fatto campagne contro l'abbandono dei cani e ha permesso a quelle lardose taglia 44 di sfilare con le altre.
Quando si dice la genialità.

Vabbè, è quasi consolante ritrovare tutto esattamente come lo hai lasciato.
Tanto quanto sapere che il becero sessismo non è esclusiva di questo paese (che manco puoi più dire sia "di merda" che pare sia "vilipendio" e quindi rischi una multa per avere offeso la nazione con "un'espressione di ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l'onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall'autore"), ma sta anche fuori, per esempio negli studi della BBC, dove un commentatore sportivo interpreta un fantomatico dialogo padre-figlia riferito alla campionessa di Wimbledon, Marion Bartoli, colpevole di "non essere una Sharapova" e quindi costretta ad eccellere nello sport, data l'impossibilità di avere "gambe lunghe" e capelli biondi.
"Do you think Bartoli's dad told her when she was little: 'You're never going to be a looker, you'll never be a Sharapova, so you have to be scrappy and fight'"
Certa monnezza è ovunque. Solo che la BBC ha chiesto scusa, cosa che qui capita di rado e -se capita- c'è sempre di mezzo un "siamo stati fraintesi", "non ci avete capito", "reazioni esagerate ad una provocazione", "le solite femministe".




martedì 11 giugno 2013

L'ExSindacoDegliAltri, Isabella e la lotta che continua.

Il martedì successivo all'elezione di Alemanno (ora posso nominarlo) a Sindaco sono andata dal mio amico Lele a farmi fare questa maglietta:



Dopo 5 lunghissimi anni posso metterla in fondo all'armadio.

Ora tocca mettersi a controllare cosa combina il ChirurgoDiGenova.

Comunque, la pessima notizia è che Isabella, moglie di quello con la celtica al collo, figlia di Pino Rauti, è stata nominata da Alfano consigliera per le violenze di genere (grazie, Pd, 'ste larghe intese riescono sempre ad essere peggio di quanto ci si possa aspettare).

La stessa Isabella Rauti che marcia per la vita contro la mia libertà di scegliere, chiedendo l'abrogazione di una legge che consente alle donne di abortire in sicurezza.
La stessa Isabella Rauti che ha messo la sua firma subito dopo quella di Olimpia Tarzia, aderendo ad una proposta di legge che vuole devastare i consultori pubblici, considerati come mere "fabbriche di aborti" e non come centri di aiuto, ascolto e cura per tantissime donne.
La stessa Isabella Rauti che tuona contro "cortei e femminismo", e che non accetta  «scuole di morale» sui comportamenti da chi nel tempo ha scardinato le agenzie educative come famiglia e scuola, sostenendo l'’aborto, il divorzio e i Dico.

Uno l'abbiamo mandato a casa, ma la lotta continua.

lunedì 10 giugno 2013

Di prezzi e genere.

La notizia è di quelle cui giornali on line tipo repubblica.it dedicano una gallery nella colonna di destra: in Brasile si sono inventati "Valentina", bambola gonfiabile iper realista che costa 33.000 €.

Niente di nuovo, a dire il vero: sono decenni che ogni tanto esce fuori la bambola di gomma che "sembra vera" e non mi metto certo a giudicare chi è disposto a spendere quello che io guadagno in più di due anni di lavoro per comprarla.

La cosa veramente triste è l'articolo di La bambola gonfiabile Valentina da 33mila euro
Veronica Carnebianca apparso su today.it lo scorso 27 maggio.

O meglio, la sua prima versione, nella quale Carnebianca ci faceva notare come anche per Valentina "come tutte le femmine, il prezzo da pagare è alto".

Insomma, le femmine costano, come una bambola di plastica.
Ed è -spero- inutile sottolineare ancora una volta quello che innesca la lettura di un commento simile in chi legge.




Tra i commenti all'imperdibile notizia spicca quello di Alessandra:

"Ma come tutte le femmine il prezzo da pagare è alto". Ma come vi permetete a scrivere certe cose. L'autore corregga subito l'articolo. Vergogna.

Chissà, forse Carnebianca o qualche suo/a collega ha preso sul serio la commentatrice, o magari qualcuno si è reso conto di avere pubblicato una cosa terribilmente offensiva, ma stamani la frase sottolineata nella foto sopra non c'è più.





Quello che trovo "interessante" è la conferma di quello che vado dicendo da anni: l'appartenenza a un genere non mette a riparo da misoginia e sessismo, se per una giornalista è normale dire che lei ed io, in quanto vaginamunite abbiamo "un prezzo da pagare".





venerdì 7 giugno 2013

Ti vuoi mascherare da "Femminista anni '70"?

"Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando anadavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato"
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978

Io in motorina faccio un sacco di riflessioni.
A volte sembrano anche cose molto intelligenti.
Altre volte sono deliri personali che partono da un ricordo.

Stamani è andata così.
Mi è venuto in mente un Carnevale di una vita fa (seconda o terza media, non saprei) quando zia Rossella mi aiutò a mascherarmi da femminista anni '70.

E allora mi sono messa a pensare al mio rapporto col femminismo.

Secondo me il femminismo è una di quelle cose che hai dentro. Quasi innata. Puoi non saperlo, ma è lì. "Sono donna, dunque faccio il femminismo".
L'idea che una donna non debba essere sottomessa agli uomini o a un ruolo imposto dalla società in cui vive, in qualche modo è sempre stata in me.
Non c'era niente che io non pensassi di poter fare "perché femmina".
Anzi.
Ogni volta che mi si opponeva un rifiuto o mi si vietava qualcosa in nome del mio genere, la voglia di fare e far vedere che potevo farlo non faceva che aumentare.

Le femminucce non corrono così! 
E io correvo.
Le femminucce non giocano a pallone!
E io giocavo.
Le femminucce non fischiano!
E io fischiavo.

Era, banalmente, ma da qualche parte si deve pur cominciare, un voler prendere posizione davanti a tutti: sì, sono femmina e posso fare quello che voglio.
Posso tirare calci a un pallone, posso avere una fionda, posso fischiare, posso arrampicarmi, posso sporcarmi.

Impedirmi qualcosa portando a testimonianza il mio essere femmina, inevitabilmente sortiva l'effetto contrario. 
Quasi fosse una sfida.

Alle medie, non mi ricordo dove e come, lessi una frase che cominciai a scrivere sul mio diario: "Una donna ha bisogno di un uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta".
Provai anche a fare un disegnino esplicativo, ma le mie scarse capacità non lo resero un capolavoro.

Di femminismo sapevo poco o niente, ma mi piaceva l'idea di indipendenza (e di presa per il culo) che quella la frase mi sembrava trasmettere.

Quindi quando zia Rossella mi ha proposto di mascherarmi da "femminista anni '70" sono stata ben felice di indossare quel bellissimo maglione giallo con le maniche scampanate, la gonna lunga e il laccino di cuoio sulla fronte (roba rigorosamente dell'epoca). 
E per aumentare la credibilità della maschera, oltre il simbolo disegnato sulla guancia, zia mi ha insegnato qualche slogan fondamentale, non tutti, allora, per me di facile comprensione:

"Io sono mia!" (con seguente risposta di zio: "perché nessuno te se pia", che ha scatenato qualche minuto di intenso dibattito).
"L'utero è mio e lo gestisco io!" (e qui il problema è stato maggiore. Insomma, sapevo benissimo come funzionava la riproduzione, ma non arrivavo a capire bene perché una dovesse ribadire che su un pezzo del proprio corpo poteva decidere solo lei e soprattutto perché si dovesse manifestare mettendo in mezzo il proprio utero. Cosa che mi costò una rapida lezione sull'aborto).
E poi il mio preferito, quello che dopo la storia del pesce e della bicicletta mi ha fatto muovere qualcosa dentro. 
Forse sarà stata l'enfasi con cui l'ha pronunciato zia Rossella (che quando vuole sa essere particolarmente teatrale), ma quando l'ho sentita gridare "Tremate! Tremate! Le streghe son tornate!" mi sono fomentata tantissimo.

Le streghe! Donne uccise, torturate, bruciate che tornano! E che fanno tremare chi di nuovo le vorrebbe uccidere, torturare, bruciare.

A dodici, tredici anni una cosa così non può non fomentarti.  
In quanto femmina.

Quindi è passato Carnevale, ma ormai queste idee in qualche modo si erano radicate ancora di più.

Niente mi può essere negato perché sono femmina.
Nessuno può decidere al posto mio perché sono femmina.
E se ci provasse mai qualcuno, noi lo faremo tremare.

Al liceo non mi sono mai dichiarata femminista.
Ancora non avevo ben chiaro cosa fosse 'sto femminismo.
La versione più accreditata (e drammaticamente ancora in voga) era che il femminismo è fatto da racchie che non scopano ("perché nessuno te se pia") e che odiano gli uomini. Alle lesbiche ancora non ci eravamo arrivati, ma presto anche queste sarebbero rientrate nella categoria -tutta negativa- delle "femministe" (quanto vi suona familiare?).

Mi ricordo però che sapevo bene cosa fosse l'8 marzo, grazie a mia madre, che ogni anno attaccava il pippone sul fatto che non si doveva "festeggiare" proprio niente, che l'8 marzo è politico e che usare quella giornata per andare al Luneur (il luna park di Roma), o a cena con le amiche senza mariti/fidanzati è una cosa tristissima e indicativa di decadimento. "Ai miei tempi si facevano le manifestazioni!"

Anche al tempo del mio liceo si facevano i cortei.
Mi ricordo un anno in cui "le grandi" chiesero a un mio compagno di classe di togliersi dalla testa del corteo per andare con gli altri uomini in fondo.
Manco lo avesse cacciato a calci. Lui offesissimo, quasi indignato dalla richiesta: non voleva assolutamente perdere l'occasione di stare davanti allo striscione col megafono in mano ad incitarci. La sua ragazza lo difendeva, "le grandi" si stavano cominciando ad arrabbiare e io pensavo: "Be', è l'8 marzo, è una manifestazione delle donne, che ti costa andare in fondo?".
Non lo dissi, non avevo il coraggio: la faccia come il culo ancora non era così sviluppata, ma quando finalmente la sua ragazza se lo portò via, mi misi a chiacchierare con una delle "grandi", riuscendo a spiegare quello che pensavo e trovando in lei non solo un'ascoltatrice, ma anche una che aveva qualcosa da insegnarmi.

Ecco, da lì ho acoltato parecchio.
Mi sono trovata in altri cortei più o meno separatisti, ho sentito parlare le vere "grandi", ho parlato con donne che come me stanno ancora imparando, con altre che non vogliono nemmeno sentir parlare di femminismo, ho letto, ho studiato.
E finalmente mi dichiaro apertamente e convintamente "Femminista", ben consapevole che la mia
ricerca e il mio studio non si esauriranno mai.