Nell'era a.C. le donne se ne stavano tristi e sconsolate in casa, mentre gli uomini andavano a lavorare. Guardavano fuori dalla finestra un mondo che non le rispettava, ma preferivano continuare in silenzio a fare la calzetta.
Gli uomini andavano chi a guadagnarsi onestamente il pane, chi a rubare, chi a governare. Loro no, le donne rimanevano zitte e mute, ignare e incuranti del mondo esterno e il dono della parola non era ancora stato dato.
C'erano però delle strane eccezioni.
C'erano le Donne Da Sud, che una mattina, invece di preparare il caffè ai loro compagni e portare i figli a scuola, si sono alzate e sono andate in giro per Roma a fare campagna contro la proposta di legge Tarzia, quella che vuole distruggere i consultori familiari.
Alcune, che si fanno chiamare Consulta Consultori Roma, sono in lotta contro questo scempio da sempre.
Poi c'erano delle femministe impazzite che avevano messo su un blog Femminismo a Sud, dove scrivevano di violenza, di politica, di PAS e che operavano sul territorio con e per le donne.
Ho sentito parlare di altre folli che si fanno chiamare Donne Calabresi in Rete, che si sono messe addirittura a fare campagna per un centro antiviolenza a rischio chiusura, il Centro Roberta Lanzino.
E so anche di un gruppo che si chiama Femminile Plurale e di un altro che si chiama Comunicazione di Genere, e poi ancora Donne Pensanti.
Non male, nonostante il silenzio delle donne.
Qualcuna, poi, sebbene si fosse in pieno a.C., il 22 maggio 2010 era andata a piazza Trilussa a Roma per fare gli auguri alla 194 e dire benvenuta alla RU486. Io c'ero, le ho viste coi miei occhi e non mi sono parse tanto silenziose.
Uno dei gruppi più strani dell'era a.C. era composto da topi di emeroteca, che contavano una per una le donne ammazzate per mano di un uomo e scrivevano le loro storie nero su bianco. Erano talmente folli che avevano chiamato il loro lavoro Bollettino di Guerra e lo mettevano pure on line!
So per certo di donne che in quel tempo buio e silenzioso hanno organizzato manifestazioni, staffette contro la violenza, campagne contro la mercificazione del corpo femminile nei media, che parlavano di 50 e 50 ovunque si decide.
E poi c'erano quelle che facevano i presidi davanti ai CIE, quelle che andavano davanti alle ambasciate o a disturbare addirittura le mostre fotografiche quando una donna, attivista contro il femminicidio in un paese lontano veniva uccisa al grido di Ni Una Mas!
Il tutto nel silenzio.
Il silenzio sulle donne.
Poi un giorno, dopo l'ennesimo scandalo sessuale di un premier, si alza una voce. Una voce che fino a quel momento di queste "eccezioni" dell'era a.C. non aveva mai parlato.
Ed ecco la luce, il faro, la soluzione a tutti i mali.
Finalmente entriamo nell'era d. C.
Come se l'era a.C. fosse stato solo un buio e silenzioso medioevo della storia delle donne, ora si comincia a parlare, stando bene attenti a citare il meno possibile quanto avvenuto in precedenza: ruberebbe consensi, farebbe dubitare, pensare.
Ed ecco che ora si parla di nuovo del silenzio delle donne, alla faccia della fatica fatta fino a quel momento.
E tutti sono felici di riempirsi la bocca di parole come "dignità", "pari opportunità", "offesa".
Tutto quello che in era a.C. era stato scientemente ignorato o bollato come un rigurgito veterofemminista, diventa all'improvviso la parola d'ordine.
E tutti gli uomini che di quelle donne avevano taciuto, ora parlano con occhi sognanti della "rivoluzione delle donne", seguendo la voce di donna che finalmente ha parlato, seduta comodamente sulla sua poltrona.
"Che le donne facciano la rivoluzione! E noi saremo dietro di loro".
Ci sarà da ridere.
In era a.C. eravamo solo delle strane anacronistiche femmine rumorose, ora ci vogliono come motore della rivoluzione, senza mostrare il minimo rispetto per chi tutto questo l'ha iniziato tempo fa, nel silenzio sulle donne e nell'indifferenza generale.
Io non ce l'ho con la voce, io ce l'ho con quello che quella voce non dice, col suo pretendere di essere la sola voce degna di essere ascoltata e con la massa di pecoroni che delle donne che ho citato sopra non hanno mai sentito parlare e che però lamentano il loro silenzio.
Sono le stesse intellettuali e giornaliste, che ora ci chiamano a raccolta chiedendoci di smettere di tacere, che non hanno mai voluto vederci e raccontarci.
Io come sempre sarò in piazza, ma io c'ero anche quando L'Unità si occupava d'altro e non tutte possono dire altrettanto.
