C’è una cosa che mi "infastidisce" più delle altre nella vicenda di Eluana Englaro: il mischiare le carte in tavola.
Gli strenui difensori della vita giudicano, accusano, poco ci manca che chiedano la pena di morte (io non me ne stupirei poi tanto).
E quindi di corsa si affannano a dirci che sospendendo l’alimentazione a chi è in coma da vent’anni si compie il primo passo verso la soppressione dei malati, dei vecchi, degli handicappati, quasi fosse la stessa cosa.
Oggi è il turno di Michele Brambilla su Il Giornale, con un illuminante articolo: “Il Miracolo in cui speriamo”.
La domanda di apertura è agghiacciante. A Brambilla, come a molti come lui, mancano le palle per dire che Beppino Englaro (o chi come lui farebbe/ha fatto la medesima cosa) è un assassino senza cuore, quindi ci gira intorno, cercando di suscitare pietà per il malato e orrore e raccapriccio per chi (il padre, orrore!) vuole rispettarne le volontà.
“Se Eluana Englaro «non soffrirà perché è già morta 17 anni fa», come ha detto ieri il primario di anestesia di Udine Amato De Monte, se insomma non avverte nulla perché ormai è «un vegetale», come ha detto sempre lo stesso prof, qual è il beneficio che avrà nel passare dalla clinica di Lecco dov’era curata dalle suore alla tomba? Se davvero non sente né dolori né piaceri, se insomma non soffre perché non ha più alcuna coscienza, dov’è l’atto di pietà nel farla morire? Dov’è l’atto d’amore?”
Assassini, insomma, che vogliono togliere alle suore l'oggetto del loro amore e dell'espiazione dei loro peccati.
E continua con domande che personalmente mi fanno venire i brividi, per la loro superficialità e per la cattiveria che ci leggo.
Siamo sicuri che non proverà rimorso? Che non sentirà ancor più vuote le sue giornate, finora occupate dalle carte bollate, dai ricorsi, dalle interviste, dall’affannosa ricerca di una clinica che accogliesse la sua richiesta?
Ma che pensano tutti, che una volta finito si farà una grande festa con champagne e caviale? Che andrà da Vespa a gridare vittoria? (Vespa... miodio Vespa...)
La cosa che mi disgusta di più, comunque, è -come dicevo- l’accostamento di questa vicenda a situazioni che poco o niente hanno a che fare con quello che sta succedendo:
Morta Eluana, chi potrà decidere quando è lecito staccare il sondino che alimenta e quando no? Quanti pazienti in coma saranno considerati casi del tutto assimilabili a quello di Eluana? E un anziano malato di Alzheimer, non è anch’egli incosciente? Anch’egli incapace di alimentarsi da solo? Anch’egli nutrito da qualche suora? La morte per fame e per sete di Eluana Englaro sarà la prima di tante altre, e ogni volta, caso per caso, gli scrupoli saranno sempre meno rigorosi, le resistenze sempre più fragili.
Manco fossimo tutti un branco di assassini, che non vedono l’ora di girare per gli ospedali a cercare la vittima di turno.
La sola cosa sensata che ho sentito in queste ultime ore l’ha detta l’anestesista della clinica di Udine: “sono devastato, ma va fatto”. Perché, ha aggiunto, tutti i suoi (nostri, di tutti) sentimenti devono passare in secondo piano.
E invece no.
E' strapieno di cattolici benpensanti pronti ad attaccare i nuovi mostri assassini, in nome della “vita”, che va difesa fino alla fine, dal concepimento alla “morte naturale”.
Ma nello stato di natura nessuno resterebbe attaccato a una macchina per vent’anni, vittima della politica e della religione.