lunedì 3 febbraio 2014

Insulti sessisti e auguri di stupro.

Chissà cosa gira nella testa di chi tra un "puttana" e un "pompinara" si mette ad augurare ad una donna di essere stuprata.

Gli insulti a Boldrini da parte di simpatici commentatori pentastellati sulla pagina facebook di Grillo non sono una novità, ma si aggiungono ad un elenco infinito di immondizia simile, con la quale quasi tutte noi abbiamo dovuto avere a che fare almeno una volta nella vita.

Ne sono sempre più convinta: se c'è una cosa davvero bipartisan in questo paese è il sessismo, che di solito si traduce nell'attaccare una donna con insulti a carattere sessuale o, se la "nemica" è davvero tanto brutta e cattiva, augurandole lo stupro.

Non riesco, con tutta la buona volontà, a capire cosa ci sia divertente nella violenza sessuale, quindi non accetto scuse di nessun tipo. Chi augura ad una donna, anche alla più stronza, di essere violentata non merita il mio rispetto né tantomeno il mio sforzo di comprensione.

Non mi interessa chi e perché abbia sentito l'impellente bisogno di scrivere: "io le spaccherei il culo" o "io la farei trombare da un rom" (dimostrando peraltro con poche parole tutto il razzismo più becero di questo paese).

Boldrini può piacere o meno, i suoi metodi possono piacere o meno, ma, a quanto pare, la sola risposta che qualcuno è capace di dare ad ogni sua azione è un insulto a sfondo sessuale o un'allusione ai suoi "meriti" e il tiro si alza sempre di più, fino allo schifo degli ultimi giorni.

Sono d'accordo con Monica Lanfranco quando su Il Fatto Quotidiano (giornale intriso di sessismo fino al midollo, nonostante il ghetto rosa di "donne di fatto", quindi vi giuro linkarlo mi pesa tantissimo) scrive:
"Perché si usano insulti sessuali contro le donne? La risposta più semplice è perché in questo modo si (ri) mettono al posto più basso della catena di potere: si riducono a oggetti di piacere della sessualità maschile, si ribadisce che, anche se la modernità talvolta si deve piegare ad annetterle in luoghi diversi dalla cucina e dalla camera da letto, sempre lì dovrebbero stare."
Ogni donna, che sia donna di potere, di cultura, di spettacolo, di sport, viene costantemente attaccata in questo modo, qualsiasi sia la sua "colpa", come se non ci fosse un altro modo.

Nuota male alle olimpiadi? Puttana!
Punisce Parlamentari "indisciplinati"? Puttana!
Scrive un articolo in cui attacca un partito politico? Puttana! (Emblematico il caso di Maria Novella Oppo.)

Con ogni probabilità tante e tanti di quelli che stanno leggendo le mie parole, almeno una volta hanno apostrofato una collega, una compagna di scuola, una "rivale", qualsiasi cosa significhi, in questo modo.
Io ci ho messo del tempo ad uscire da questa disgustosa forma mentis.

Non è stato affatto facile, piuttosto è stato-ed è!- difficile e faticoso, perché ho dovuto destrutturare una mentalità nella quale sono nata e cresciuta, della quale tutte e tutti noi ci siamo nutriti e ancora ci nutriamo, consapevolmente o meno.
A volte fatico ancora, ma non la smetto di andare avanti per spogliarmi completamente di questo schifo. Fortunatamente sono in ottima compagnia.

Il punto è che tutto questo non viene percepito come problematico dalla stragrande maggioranza della gente, uomini e (ed è questa la cosa più grave e triste) donne, di qualsiasi orientamento politico e di quasiasi classe sociale.
Il sessismo è oltre il genere, la classe, le idee politiche, il livello culturale.

Il tweet è stato in seguito cancellato da Messora, che ha detto
di avere "esagerato col bar sport".
Se poi provi a parlare fuori dalla cerchia ristretta di chi si pone i tuoi stessi interrogativi di violenza di genere, di linguaggio sessista; se osi dire che, forse, per insultare una donna si potrebbe andare oltre i classici troiaputtanapompinara, ti si risponde che sei fuori dal mondo, che "quella è sicuramente una puttana!", che questa obiezione fa "solo ridere e anche un po' pena" e via dicendo. 

Una cosa, però, che non ho mai fatto, è ironizzare sulla violenza sessuale o augurarla a qualcuna, per quanto la possa detestare e disprezzare (sì, ci sono decine di donne che disprezzo, perché -e non lo ripeterò mai abbastanza- non è il genere che ci rende sorelle).
E questo non perché sono una bacchettona moralista che non sa stare al gioco, che non sa rispondere per le rime o chissà cos'altro (fidatevi: nel turpiloquio sono fortissima), ma perché penso che superare certi limiti ci porti deciamente troppo in basso e io tanto in basso non ci voglio stare.


Il mio primo ciclo. Roberta.

Avevo sempre creduto che gli assorbenti fossero i pannolini per gli adulti che si facevano ancora la pipi' addosso, se non altro perche' alla spiccia mi avevano spiegato la riproduzione usando un'enciclopedia illustrata e dei cartoni animati quasi pornografici con testa di mamma e papa' orso e corpi umani (mentre si accoppiavano c'erano dei fermi immagine con parti tratteggiate che servivano a farti capire cosa era dentro e dove) che mi avevano tolto ogni curiosita' in merito. Avevano infarcito la spiegazione del buonista "si fa se si e' sposati, se ci si ama, se si vogliono figli" e con questo per me il discorso era gia' bello che chiuso. Purtroppo avevano scordato di dirmi che la mia ricettivita' fisica non era volontaria, ma dipendeva da questo appuntamento mensile. Se n'erano proprio scordati. Sentivo bisbigliare le compagne a scuola, tutte entusiaste per questo nuovo avvenimento che toccava tutte a giro... Dicevano che dopo non si poteva crescere piu' di tanto. Io avevo 11 anni, ero alta 1,53 cm e non volevo smettere di crescere. Alla mia compagna di banco - piu' grande di un anno - era venuto il menarca poche settimane prima. Mi aveva raccontato nei dettagli di essersi svegliata e aver visto gli slip macchiati, cosi' li aveva portati al padre che aveva detto solo: "ecco Nicole, adesso sei signorina". Chi sa poi che voleva dire? Arrivo' Carnevale e Carnevale passo', era l'ultimo giorno, c'era la sfilata, io mi ero vestita da "punk" (a quei tempi ti vestivi da punk se mettevi addosso tutto cio' che avevi di rotto). Tornando a casa mia madre mi vide i pantaloni bagnati e credette che mi fossi fatta la pipi' addosso. Sgridandomi mi abbasso' i pantaloni e mi vidi tutta rossa fino alle ginocchia. Io pensai subito che mi avessero tirato addosso una fialetta di inchiostro alla sfilata, mia madre invece inspiegabilmente si mise a piangere e mi abbraccio' e volle farmi il bagno raccontandomi di come tutto sarebbe cambiato. Io non dissi una parola. Cambiavo un assorbente ogni 10 minuti perche' mi faceva schifo e iniziai a soffrire tanto che non potevo muovermi da casa. Ogni volta che dovevo fare pipi' gridavo "Dio, perche' a meee?!" Ma non mancarono di obbligarmi anche a fare il giro di telefonate ai parenti per avvertirli che "ero diventata signorina".
Oggi ho 25 anni e l'ho quasi superata XD


Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

domenica 2 febbraio 2014

Il mio primo ciclo. Viviana.



E Massimiliano finalmente riuscì ad aprire le due zip della tenda a Igloo. Ne uscì come un pazzo. Inciampò ma non cadde. Riprese l’equilibrio e si mise a correre per tutto il campeggio continuando ad urlare A Viviana sono venute le mestruazioniiiiii!!!! A Viviana sono venute le mestruazioniiiiii!!!!  

Sì.
È andata così.


Ma no, non è che io a13 anni appena compiuti andassi in campeggio con Massimiliano. No aspè e che è? Io sono figlia di napoletani, mica di svedesi. Eravamo in quattro nella tenda. Io, Massimiliano, Sergio e Monica, tutti tra i 10 e i 13 anni, tutti più o meno cuginetti, depositati in campeggio ad una sola coppia adulta. Sì, depositati in senso letterale, insieme al pacco dei giornali, direttamente al cancello del campeggio. Proprio col pacco. Viaggiavamo nelle macchine dei giornali, quelle che partivano nel cuore della notte per arrivare al mattino alle varie destinazioni. Quella volta era la macchina in direzione Formia. Ci caricavano dietro, erano le station wagon. Wow! Una cosa rara e all’avanguardia, ci sentivamo dei privilegiati e assolutamente clandestini. Non sia mai la polizia fermava la macchina, mica ci si poteva viaggiare, con dei ragazzini, poi. Ummarò, se ci penso oggi, che matti sti grandi a infilarci là dentro. Sdraiati in mezzo a tutti ‘sti pacchi, quest’odore di stampa fresca, giù! abbassate la testa, giù!
Alla fine dormivamo e ci svegliavamo a destinazione. Uscivamo dal retro, assonnati e clandestini trionfanti.

Allora. Sì. Dormivamo nella tenda, ma la tenda era piantata a fianco alla roulotte, quella della coppia adulta. Insomma era più una concessione per piccoli indiani coatti, diciamo. Facevamo un po’ di casino prima di dormire e poi crollavamo. Ma quella mattina svegliati dal caldo, eravamo sudati e in una pozza di sangue. Tra il sonno e la veglia ci rendemmo conto che era sangue, e mentre cercavamo di capire cosa diavolo fosse successo, Massimiliano, ad un certo punto, risalendo dalla pozza, scoprì la fonte.
-Sei tu, sei tu, guarda il pigiama!
-Oddio! Hai ragione. Ma che cavolo… era già uscito e stava già urlando.
Amen.
È andata.
Da quel momento apriti cielo, il campeggio aveva occhi da ogni parte, occhi sorridenti-ammiccanti-additanti-compiaciuti-compiacenti, soprattutto quelli delle donne adulte erano compiaciuti-compiacenti. Che cazzo vi sorridete? Non mi posso fare il bagno, mi fanno male i reni, sudo come un budino, non posso andare più a fare pesca subacquea con Rosario. Avevamo fatto pure le fiocine con le stecche degli ombrelli, comprato i lacci emostatici, ci eravamo pure allenati a colpire gli alberi co’ sta fionda micidiale, era tutto pronto, ero pronta. E invece? Niente. Stop. Fine della vacanza.
Dopo aver lavato me e la tenda ero andata al telefono a gettoni dello spaccio, a telefonare a mia madre, ovviamente. Cioè per me non era così ovvio. Tutti dicevano che dovevo ovviamente telefonare a mia madre e io ovviamente telefonai.
-Mamma, mi sono venute le mestruazioni.
-AH! …  Allora non ti puoi fare più il bagno.
-.Ecco appunto, lo vedi, non posso fare il bagno (ecco vedi, lo sapevo, avevo ragione, un guaio un cazzo di guaio non mi posso fare il bagno). Ma perché, Ma’, non mi posso fare il bagno?
-ma come perché, ma è ovvio che non ti puoi fare il bagno, come fai, scusa. NON SI PUÒ FARE IL BAGNO CON LE MESTRUAZIONI. 
.e ho capito, non me lo faccio, ho capito,  (è ovvio?). Ma per quanto tempo?
-FIN CHE DURANO … Rispose ... Lapidaria.

Vabbè. Mettiamoci una pietra sopra.
E quanto dureranno mai? 
Quattro, cinque giorni al massimo.

7.
Durarono sette giorni.
Credo che… Sì. Il ciclo più lungo della mia vita.

E a questo punto potete anche interrompere la vostra lettura qui, ne avete facoltà, pure perché me li ricordo tutti e sette ( tutta colpa di Lola. Ovviamente. Io mi ero scordata tutto. Ovviamente.)


Se volete: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

venerdì 31 gennaio 2014

Il mio primo ciclo. Doriana. (La mia Doriana)



Doriana è amica mia.
Ci siamo conosciute per caso, a maggio, come con Alessandra, e in quel periodo entrambe eravamo nell'UDI. 

Ma ci parlavamo da prima, via blog.
E nel tempo, pure se viviamo lontane, abbiamo costruito un bel rapporto.
Ci telefoniamo quasi ogni giorno, ci raccontiamo le nostre giornate, ci prendiamo in giro e ci arrabbiamo insieme quando qualcosa non ci piace.
Vabbè, uso spudoratamente questo momento per dirle che le voglio bene.



Ho completamente perduto traccia del mio menarca. Dal substrato dei ricordi riesco a tirare fuori solamente una scena avvenuta presumibilmente qualche mese prima, che rivedo però con estrema chiarezza.

Sono in bagno con mamma. Sono seduta sul coperchio del water con quella massa informe di capelli ricci (che rimpiango ancora) e l’espressione di chi si prepara ad andare in apnea. Mamma, invece, sta seduta sul bordo della vasca da bagno, finge scioltezza e mi parla con tono pacato e rassicurante, cui non sono molto abituata e quindi mi fa un certo effetto.
Suppongo di avere dodici anni, visto che a quell’età ho iniziato a giocare un po’ più seriamente a pallavolo e i miei problemi sono questi: come potrò mai potuto allenarmi con quei dolori lancinanti (per alcune mie compagne sono dolori invalidanti)? Come potrò essere concentrata e disinvolta, durante le partite, con quello scomodo e gigantesco pacco in mezzo alle gambe, che peraltro non passa mai inosservato con gli shorts della divisa? E le docce nello spogliatoio, dovrò smettere di farle e scappare a fine allenamento sudata e puzzolente? La nudità non era un problema tra noi compagne (ma a breve lo sarebbe diventata). Di cosa significasse “crescere” non ce ne importava un fico secco. A noi premeva il “qui e ora”, ci interessavano le partite vinte, l’approvazione dell’allenatrice, ci ingozzavamo di schifezze nei pulmini, ci infilavamo in 5 nelle macchinette automatiche di foto, al massimo ci prendevamo in giro se a qualcuna aveva fatto schifo il primo bacio con la lingua, e le mestruazioni ci sembravano solamente una grandissima scocciatura che non attendevamo con alcuna urgenza.

Allora mamma, sempre seduta sul bordo della vasca da bagno, mi fece tutto un discorsetto. Ma non quello relativo all’anatomia, quello me l’aveva già fatto zia Antonella anni prima per spiegarmi cos’erano le pillole anticoncezionali (una scatoletta rosa antico, me la ricordo ancora) che le avevo beccato in un anfratto della sua camera.
Mamma mi presentò le mestruazioni come fossero un avvenimento dagli esiti prodigiosi e con un gran sorriso mi disse: che certamente sarei cresciuta tanto in altezza e che “ non sai quanti centimetri ho preso in un solo anno io”, che certamente quei rotolini che avevo sui fianchi se ne sarebbero andati e “non sai come ci si snellisce”, che certamente il mio rendimento sportivo durante il ciclo  ne avrebbe tratto giovamento e che probabilmente non avrei patito alcun dolore.
Improvvisamente le mestruazioni mi sembravano un avvenimento più che auspicabile!
A breve sarei diventata alta (!), magra (!) e sportivamente una fuoriclasse (!).
Che babbazza che ero! Quasi, quasi mi riempio di tenerezza per quella ragazzina seduta sul coperchio del water. Lei, così credulona e piena di aspettative, tutte disilluse tranne due: i dolori di cui non ho effettivamente sofferto fino a pochi anni fa, e il rendimento sportivo che, in verità, durante il ciclo migliorava. Per il resto: non sono diventata un metro e settanta (altezza minima per poter entrare nella squadra regionale) e i rotolini sui fianchi hanno continuato serenamente a prosperare, a botte di pizza da asporto e patatine fritte, divorate nei pulmini con le amiche. Me ne feci serenamente una ragione.




Se volete raccontare la vostra "prima volta": ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Il mio primo ciclo. Silvia e una donna che purtroppo non so come si chiama.

Il mio primo ciclo fu un sollievo.
Nella mia classe, terza media, tutte le mie compagne erano già diventate “signorine”, mentre io restavo in attesa con grande ansia.
Ebbene sì, lo confesso, a soli 13 anni avevo una gran paura di restare sterile, di non poter avere figli/e.
Il primo ciclo arrivò e mi diede serenità e gioia. [Silvia]

11 anni e mezzo, pomeriggio di giugno, una marea di bambine/i a giocare come sempre nel cortile. Salgo un secondo a casa per fare la pipì e scopro la fatidica macchia, tornano alla mente il discorso fattomi un bel po' di tempo prima da mia zia e poi da mio padre (son cresciuta senza mamma, con lui) stroncato da un mio "so già tutto" imbarazzato del suo imbarazzo.
Insomma so tutto ma con un gran peso sul cuore e lo stomaco stretto faccio finta di niente, sistemo un quadrato di carta igienica sulle mutandine e torno giù a giocare. Gioco tutta la sera ma ho il cuore stretto. Torno su per cena, poi vado a dormire senza mai fare tappa in bagno...l'indomani mattina è evidente che non posso più negarlo, esco dal bagno con le gambe strette sotto la camicia da notte, incontro nonna nel corridoio che lo capisce con uno sguardo e mi abbraccia consolando il mio pianto. Poi mi dà un assorbente (30 anni fa, si il materasso con un centimetro di colla, impossibile resti fermo dove lo metti). Le lo comunica alle zie e a nonno, babbo mi fa gli auguri perchè son diventata donna.
Niente divieti nè segreti, un argomento in più da condividere con le amiche.
Ps. una compagna di scuola si stupì visibilmente quando le risposi che, si, io facevo il bidè durante le mestruazioni, anzi lo facevo più del solito... capii cosa fosse quell'odore che a volte lei emanava e sperai che rivalutasse le sue abitudini, mi sembrava terribile aver paura di lavarsi e la conseguente poca confidenza col proprio corpo. [Anonimo]


Se avete voglia di raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

giovedì 30 gennaio 2014

Il mio primo ciclo. Alessandra.

Alessandra l'ho conosciuta un giorno di maggio.
E' una di quelle donne che dici che "c'ha una capoccia così". E poi è gentile, dolcissima e quando parla o scrive io fremo, perché spesso mi dice cose che "sono mie" e che magari ancora non lo sapevo.

Vabbè, questa è la sua prima volta e io sono felice e onorata che abbia deciso di raccontarmela.





Il giorno in cui ho avuto il mio primo ciclo mestruale me lo ricordo abbastanza bene. Avevo tredici anni ed era il tredici di aprile. Una data che poi in fondo è stata significativa e in cui mi sono capitate altre cose importanti. Mica perché l’avevo preventivato ma perché come spesso capita ci sono numeri che ritornano. Sapevo già tutto quello che c’era da sapere, almeno da un punto di vista biologico. Mi sedevo comodamente in un tappeto, dietro una poltrona, e leggevo avidamente un’enciclopedia che veniva tenuta in bella vista e che si intitolava «Professione donna». Era blu scura con dei volumi sottili ma dettagliati di foto e spiegazioni. E io la consultavo perché pensavo che se essere donna era addirittura una professione allora mi sarei dovuta documentare presto. Anche perché nessun* si era mai sognat* di informarmi in tal senso e avevo come la sensazione che avrei dovuta fare da sola su una roba serissima. In compenso, non sapevo quasi niente del mio corpo. Come mi è capitato per alcuni anni successivi, credevo che la testa precedesse il (mio) corpo e che quella scoperta sarebbe stata una difesa.

Insomma, ero alla casa al mare con genitori, fratello e sorella. Non ho accusato nessun dolore, nessun patema o turbamento che mi potesse avvisare di qualche modifica in atto. Sapevo qualcosa di assai vago sulla spm ma evidentemente a me non accadeva niente. Quando ho raccontato a mia madre che avevo visto del sangue, mi ha abbracciato e mi ha chiamata come sempre aveva fatto: - Gioia. Sei diventata una signorina! Non ho mai capito cosa volesse dire questo cambiamento di status, ma se si rallegrava il seguito di quella faccenda non sarebbe stato poi così brutto. Al di là delle mie ovaie, dico, c’era qualcosa di imponderabile che mi metteva in relazione con lei e con molte altre. In ogni caso, rimasi immobile su un divanetto di vimini per un tempo imprecisato, tipo statua di sale. Non so per quale ragione ma quando mamma se ne accorse mi disse: - Guarda che puoi fare tutto quello che vuoi, è uguale a prima. E in effetti ho potuto fare sempre tutto quello che ho desiderato. Mi colpiva invece che le mie compagne di classe per giustificarsi a scuola, nell’ora di educazione fisica, dicessero che erano indisposte. Dal canto mio, non ho mai patito un dolore che fosse uno. Ed ero anche un po’ in imbarazzo perché sapevo da alcune amiche che per quella che chiamavano “indisposizione” si poteva finire pure in ospedale tra dolori lancinanti e medicinali non ben identificati. Il confronto con mia zia sul tema è stato invece più vicino ad un altro sapere: - Cilla, (vezzeggiativo che più o meno corrisponde ad un’affettività intraducibile), adesso stai attenta a toccare l’acqua gelata perché potrebbero bloccarsi. Mi figuravo così le mie ovaie che improvvisamente mi si atrofizzavano per un divieto venuto chissà da dove. Sicuramente in quel «Professione donna» non c’era scritto tutto, era un altro tipo di pericolo su cui non ero stata edotta. Dunque ha continuato: - Perché l’acqua quando è gelata, mhm (con quel suo viso tutto corrucciato che presagiva cose non ben controllabili), coro meu! (che tradotto risulterebbe: cuore mio!). Ma in quel coro meu dalla voce graffiata di mia zia, c’era una specie di sottile struggimento per una condivisione e insieme una forza che in quel momento non potevo immaginare interamente. Un’intermittenza ancora senza ordito che andava ben oltre il gesto mensile di prendermi cura delle mie mestruazioni. C’era, tra le altre cose, un corpo che non sapevo di essere e di potermi autorizzare a sentire. [Alessandra]



Se volete raccontarvi: ritentasaraipiufortunato@outlook.it

Il mio primo ciclo. Angelica.


Ciao Lola, come promesso, ora che sono tornata a casa e sono davanti al mio computer, posso partecipare a questo momento collettivo molto catartico.
Le mie prime mestruazioni.
Le mie prime mestruazioni furono una tragedia, immane direi. Cioè non successe nulla di tragico in realtà se non il loro arrivo, cosa che non presi molto bene.
Premetto che ero assolutamente preparata, almeno teoricamente, alla questione, mia madre mi aveva descritto per filo e per segno la sua esperienza (traumatica) con tanto di sensazioni di sangue che scende tra le gambe e fastidio assoluto dato dai pannolini che usava. Pannolini, parola che mia madre ancora usa e che io cerco di sostituire con il meno umiliante assorbenti, ma che in realtà descriveva bene le cose che un tempo le toccava usare, veri e propri pannoloni!!
Comunque sarà stata l'immedesimazione con l'esperienza di mia madre, ma certo non è che aspettassi con ansia il momento fatidico.
Fu l'estate tra la mia quinta elementare e la prima media, ancora mi domando perché siano dovute arrivare così presto, ma ve beh... comunque fu durante quell'estate, eravamo nella nostra casa in campagna, io e i mie genitori, io stavo giocando allegramente per conto mio in camera quando percepii qualcosa che non mi tornava, non so esattamente cosa mi spinse a guardarmi nelle mutande, ma ad un certo punto so che le abbassai e trovai una macchia rosso scuro, quasi marrone, e lì il mio cervello si spaccò in due: da una parte sapevo perfettamente cosa fosse, dall'altra dicevo che no che non era così, che mi ero sporcata di cacca e che andando da mia madre ne avrei avuto conferma. E così feci, mi cambiai le mutande e con quelle sporche in mano andai da mia madre (onestamente non ricordo se ci fosse anche mio padre) dicendole che mi ero sporcata di cacca, sperando che lei mi tranquillizzasse dicendomi che sì, mi ero solo sporcata di cacca. Se ci ripenso ora rido da sola della mia assurdità.
Comunque a quel punto mia madre guardò e mi sorrise dicendomi: ma no, ti sono arrivate le mestruazioni, da oggi sei diventata grande!
Ecco, è stato a quel punto che ho iniziato a urlare che non era vero, che non volevo, che non erano le mestruazioni ma era cacca e che io non volevo diventare grande.
Mia madre cercò in tutti i modi di tranquillizzarmi dicendomi che era una cosa bella, che era un passaggio importante, che voleva dire un cambiamento e che i cambiamenti nella vita sono sempre belli, eccetera…
Che poi cosa volesse dire esattamente non lo sapevo, ma il diventare grande era qualcosa che proprio mi faceva venire l'angoscia, che non volevo, che aveva a che fare con una grossa fregatura e basta!
Di ciò che è successo dopo non ricordo nulla (santa censura).
Da quel giorno ho iniziato a vestirmi soprattutto con la tuta, tute giganti che coprissero il seno che cresceva e i pannoloni che portavo quando mi venivano le mestruazioni. Comunque devo dire che la cosa che mi faceva stare male e di cui mi vergognavo era il mio corpo che cambiava, le mie mestruazioni se pur dolorosissime e abbondanti non sono mai state motivo di vergogna, forse mi è più rimasto sto senso di incazzatura e di fregatura!
Solo molti anni più tardi ho iniziato ad amarle come parte integrante del mio essere. [Angelica ]


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