martedì 29 maggio 2012

Se non boia, chi molla?

SNOQ alla ricerca di consensi regala magliette ai calciatori. 
Anche ai fascisti, quelli che si scrivono "boia chi molla" sulla maglietta (ma io non lo sapevo, l'ho letto per caso sul banco a scuola), quelli che 88 "è una cifra con quattro cerchi, quattro palle", quelli che sono "fieri di essere italiani", ma la celtica gli era sfuggita.

A chi ha fatto notare che bullarsi di certe amicizie è quantomeno discutibile, dopo qualche ora viene risposto:
Veder accolto l'appello contro il femminicidio dal mondo del calcio è un'occasione per parlare a un pubblico, soprattutto maschile, con cui normalmente è difficile comunicare. Snoq vuole uscire dai recinti senza timore di confrontarsi anche con chi porta avanti idee diverse. solo così può avvenire un vero cambiamento culturale

Insomma, non importa se sei fascista, l'importante è che tu sia famoso e fotogenico, così la stampa può gongolare mentre indossi la magliettina e le donne di SNOQ possono mettere una tacca in più.

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lunedì 28 maggio 2012

L'Avvenire e "l'antidoto alle passioni criminali".

In effetti di femminicidio stanno scrivendo tutti e certo non poteva mancare l'autorevole parere de L'Avvenire, per mano di Maurizio Patriciello, che non ho capito se è un prete o cosa.

Patriciello sembra conoscere l'antidoto a quelle che chiama passioni criminali, perché a lui "amori criminali" non piace: un amore non può mai essere criminale e sembra pure conoscere la soluzione: la Fedeltà. Per tutti l'unico antidoto alle passioni criminali.

[...]La maggior parte di questi delitti efferati (spara un "più di 70" donne uccise dall'inizio dell'anno, tanto per continuare il toto femminicidio alla faccia di chi quel conto lo tiene ogni giorno. N.d.R.) si consumano all'interno della famiglia. In genere è un uomo che uccide la sua donna. Tra i motivi primeggia la gelosia. Un leggero pizzico di gelosia potrebbe nascondere un amore autentico, ma spessodiventa una patologia del tutto irrazionale. Altre volte è l'incapacità dell'uomo di sopportare una separazione e rifarsi una vita.
Allora, la polemica sul numero dei femminicidi dall'inizio dell'anno l'ho affrontata altrove, quindi mi limito a dire che trovo disgustoso questo buttare le cifre così, come se stessimo contrattando una maglietta usata a Porta Portese. Questo continuo dare i numeri dimostra la pochezza di chi finge di interessarsi ad un problema che evidentemente non è mai stato considerato degno di nota -se non dalle solite femministe esagitate- e sono certa che sarebbe meglio per tutti se certa gente la smettesse di aprire bocca giusto per non perdere l'occasione di timbrare il cartellino del momento.
Non mi soffermo nemmeno su quanto io trovi offensivo leggere "la sua donna": io non sono la donna di nessuno.
"Io sono mia" per me non è solo un vecchio slogan femminista: è un modo di vivere, è il riappropriarsi del proprio corpo, della propria mente.
È dire "io voglio scegliere" della mia vita, dei miei affetti, del mio presente e del mio futuro.
[...]
Sarebbe forse il caso di parlare di passioni criminali. O, meglio, di incapacità di gestire un rapporto di coppia. Convivere non è facile. I paletti che le società arcaiche provvedevano a mettere attorno alla famiglia per tutelarne l'unità sono saltati.
Ah, i cari, vecchi paletti.
Bello il tempo in cui una donna doveva solo saper cucire e cucinare. Niente grilli per la testa, niente cultura che andasse oltre il saper scrivere il proprio nome. Al massimo saper leggere il libretto della santa messa, ma non è detto.

Quelle mai abbastanza rimpiante società arcaiche in cui le donne stavano chiuse in casa, lontane dalle distrazioni del mondo, dalle frivolezze, dalla voglia di conoscere e imparare.

Donne dimesse, che aspettavano il marito chiuse in casa a badare a prole e vecchi e che se alzavano troppo la testa si rimettevano al loro posto con un bel ceffone.

Non come queste  sgualrdinelle del nuovo millennio che non solo fanno essere gelosi i loro uomini, ma a volte vogliono perfino separarsi senza curarsi dell'enorme difficoltà che il povero marito dovrà affrontare per rifarsi una vita.

I giovani non ci stanno più, a una unione sciatta e trascinata preferiscono la rottura. Non sempre è facile. Tra i due c'è chi la subisce e chi invece l'ha provoca (sic.).
Insomma, c'è chi si sente vittima dell'altro che ai suoi occhi appare essere un carnefice. Convivere è un'arte affascinante e difficile. Un'arte che si impara. Lentamente e con umiltà. Ognuno dei due deve rinunciare a qualcosa per accogliere, fare spazio all'altro.
Non riesco a non collegare questo "rinunciare a qualcosa" ai "paletti" delle "società arcaiche" letto poche righe più sopra.
E nel collegamento vedo una donna che deve rinunciare all'indipendenza e all'autodeterminazione in nome dell'"arte della convivenza". 

Sembra quasi che il solo modo per una donna di rimanere viva secondo Patriciello sia rinunciare alla vita stessa.
E anche se leggere "consigli" come questi non è certo una novità, fa male ogni volta.
Fa male perché invece io sono stata cresciuta sentendomi dire "puoi fare tutto quello che vuoi", sono stata cresciuta per essere libera e indipendente e mai, mai nessuno mi ha mai detto di scendere a compromessi e abbandonare un po' della mia libertà e della mia voglia di vivere in nome di una "pace familiare" che non potrebbe rendere felice nessuno.

Sì, "i giovani" preferiscono la rottura ad un'unione "sciatta e trascinata" e non solo i giovani. 
Sono tante e tanti quelli che non ci stanno, quelli che credono che ci possa essere di più.
E non perché non vogliamo assumerci responsabilità, ma perché vivere una vita a metà, una vita triste, senza possibilità di uscita, non è degno di un essere umano, uomo o donna che sia.

L'amore di coppia, scrive Patriciello, "pretende di essere totale", ma l'amore che vivo mi vuole per prima cosa felice e non è possibile essere felici se si è chiusi in gabbia, se desideri e aspirazioni vengono continuamente castrati e buttati in un angolo o stigmatizzati e derisi come un capriccio del momento.

L'amore per me è totale quando ciascuno ama se stesso e l'altro.
Altrimenti io vedo egoismo, voglia di controllo, di possesso e non potrà mai far nascere e crescere niente di buono. Penso alla noia, all'abitudine, a quelle storie che vanno avanti tristemente per decenni senza portare a niente.

La "pazienza" che in questo articolo viene chiamata in soccorso dell'unione (tra uomo e donna, non c'è nemmeno bisogno di dirlo) odora di odio, di umiliazione, di tristezza.
L'unione non può essere "difesa" dalla pazienza, che sia un'unione amorosa, l'unione di una famiglia, l'unione di un'amicizia vera.
L'unione non è il lavoro che ci fa portare i soldi a casa, che svogliamo diligentemente e -appunto- con "pazienza" anche se non ci piace e non ci appaga: è e deve essere una nostra libera scelta, che può finire quando vengono meno i nostri paletti, che sono innanzitutto il rispetto di noi stessi e di chi ci è vicino.
[...] il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati. Nulla, infatti può attenuare la responsabilità di un atto di violenza, e ancor di più se contro la donna. Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco.
Ed ecco qui la giustificazione che stavo aspettando già dalle prime righe.
Il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati.

Tradimento, raptus, gelosia. 

"Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco".

E se vuoi proprio giocare, ricordati che è pericoloso.
Ricordati che la pazienza ha un limite.
Ricordati i paletti.
Ricordati l'unione sciatta e trascinata che hai voluto rompere.










domenica 20 maggio 2012

Di patrocini e prevenzioni

Lo sappiamo tutte: l'aborto si può evitare. 
E si evita facendo prevenzione, che poi sarebbe educazione alla sessualità e quindi a come si usano i contraccettivi.
Niente stronzate tipo "astinenza" e conteggio dei giorni, ma preservativo (obbligatorio quando il sesso è occasionale, altrimenti oltre al pupo vi portate a casa pure qualche malattia), pillola, spirale, diaframma, quello che vi pare.
Per questo, il prossimo 22 maggio, trentaquattresimo compleanno della 194, è stato organizzato dall'AIED e dall'associazione Luca Coscioni un convegno: "Obiezione di coscienza in Italia. Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sull'aborto".

Pare che si sia chiesto il patrocinio al SindacoDegliAltri, lo stesso che lo ha dato la scorsa settimana alla Marcia per la Vita. 

Solo che stavolta pare che il patrocinio sia stato negato.

Insomma, secondo il SindacoDegliAltri, parlare di 194, della sua piena applicazione, di prevenzione, di contraccezione,  non è cosa degna del patrocinio del Comune di Roma, a differenza di una marcia che criminalizza, insulta, umilia, offende e che chiama "assassine" le donne che vogliono scegliere della propria vita e del proprio corpo.

Conoscendo il soggetto, comunque, fatto salvo il mio totale e completo disprezzo, aspetto una marcia indietro.

Roma, maggio 2010- 32 anni della 194.

sabato 19 maggio 2012

Due ore e quarantacinque minuti

Due ore e quarantacique minuti è il tempo che Il Corriere della Sera ci ha messo prima di creare una galleria fotografica con le immagini di una ragazzina di sedici anni uccisa da una bomba mentre stava entrando a scuola.

Questo non è giornalismo, è sciacallaggio.

E a Riotta, che su twitter si sforza di dirci che siamo noi ad essere messi male, che il Corriere fa informazione e che con quelle immagini private date in pasto ad un pubblico che vuole sempre più sangue e sempre più tragedia, vuole far vedere i volti di "un simbolo della lotta alla mafia" , io  non so come dire il mio disprezzo.

venerdì 18 maggio 2012

Pausa pranzo (mi sa che 'sto titolo l'ho già usato)

Era da qualche giorno che venendo al lavoro avevo notato degli striscioni  davanti ad un cancello sempre chiuso.
 Solo che la mattina alle 8 non sono particolarmente sveglia, quindi quella scritta "SCUP" su uno striscione di quelli belli plasticosi mi sembrava più una pubblicità che altro.

Oggi mi sono impegnata un po' di più e accanto al plasticoso ho visto dei bei foglioni di carta con su scritte fatte con lo spray, decisamente più "familiari".
Rapida ricerca su internet e scopro che c'è un nuovo spazio liberato in città.

Non ho resistito e sono andata a dare un'occhiata.
Si chiama SCUP, che sta per Sport e Cultura Popolare.
Mi hanno accolta cinque ragazzi che mi hanno raccontato del luogo e dei loro progetti.

Lo spazio è bello, le idee sono tante e da quello che ho sentito sono pure tanto belle.

E io sono felice di sapere che c'è la voglia di creare "un luogo di incontro e di scambio, di valori sani come lo sport, la socialità e la cultura" che sia aperto a tutt@ proprio a pochi passi dal mio ufficio.


domenica 13 maggio 2012

George Carlin sui "pro life"

Marciate affanculo

Brutti.
Quelli che hanno partecipato alla marcia per la vita erano brutti.

La violenza delle loro parole, poi, è stata la cosa che mi ha colpita maggiormente. Quasi come il loro fascistissimo servizio d'ordine.
Le immagini sui loro cartelli, le scritte, tutto era una continua ostentazione di morte, minacce di inferno e violenza.
Sono stata quasi un'ora in mezzo a loro a fare foto e posso giurare che ad un certo punto ho dovuto fermarmi e sedermi un momento, perché mi tremavano le gambe dalla rabbia.


Noi, però, c'eravamo.

E c'hanno detto "assassine, abortiste" e poi hanno consigliato ad una compagna di andare "a casa a fumare invece di partorire".