lunedì 30 maggio 2016

Piccola storia ignobile. * #2

In realtà Piccola storia ignobile è una canzone sull'aborto, ma c'è una frase che mi gira in testa: "così solita e banale come tante".

No, non credo affatto che la storia di Sara, bruciata viva dall'ex fidanzato e morta alla periferia di Roma sia una storia "solita e banale", ma sento che lo sono invece le parole che sto usando io. 
Che di nuovo mi ritrovo a cercare di capire che cosa spinga i media italiani ad affrontare questa e le altre centinaia di storie uguali in un certo modo, offrendoci un certo tipo di racconto, banalizzandolo e allo stesso tempo "normalizzandolo" relegandolo alla "follia" del singolo.
Perché se il femminicida è sempre un "pazzo" o un "malato", allora in qualche modo la storia assume un senso che le trova un posto facendola diventare quasi un "normale" fatto di cronaca nera.

Ho scritto altri mille post uguali, lo so. Sono stanca io per prima.
Centinaia di parole buttate al vento chiedendomi e chiedendoci cosa porti un uomo a credere che una donna sia una cosa di sua proprietà, fino al punto di ucciderla pur di non lasciarla libera di vivere la propria vita.

Io ho un'idea molto chiara in merito: si chiama cultura patriarcale, una cultura che con buona pace di tante e tanti autorevolissim* studios* non è morta affatto, anzi. Lo diciamo in tante e tanti, ma a quanto pare non basta ancora. Una cultura che naviga felice nelle disuguaglianze di genere e nei rapporti di potere tra uomini e donne, vecchi eppure sempre presenti.

Anche oggi quello che mi colpisce maggiormente è il racconto del femminicidio da parte dei media.

Rory Cappelli, su La Repubblica chiude il suo pezzo scrivendo:
E il resto è orribile cronaca. Che si sarebbe potuta evitare - dicono gli inquirenti - se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche. Se solo gli amici, le amiche e i familiari non avessero sottovalutato. Se solo quei due che sono passati in macchina si fossero fermati.
Giorgia Meloni, candidata sindaca di Roma, la mia città, dice che questa è una città insicura, quindi nessuno si è fermato quando Sara chiedeva aiuto in strada perché a Roma abbiamo paura.

La vita in diretta ci fa sapere che l'assassino ha confessato "tra le lacrime" perché "non sopportava che fosse finita".

E vi risparmio le solite, vergognose gallerie fotografiche piene di immagini saccheggiate dall'account facebook della vittima.
Su tutte, quella che la ritrae sorridente con l'assassino.

E il sottotesto di ogni parola usata in queste ore:


E pure lei, però. Non ha denunciato. 

E pure gli amici suoi, però. Non hanno fatto niente.
E pure la famiglia di lei, però. Non ha capito.

E pure quelli in macchina, però. Non si sono fermati.

Come in ogni femminicidio che si rispetti, il racconto dei media sembra dire che l'unico che non ha mai colpe è sempre l'assassino. Quello al massimo è geloso, matto, impazzito, depresso, preda di un raptus.



* Piccola storia ignobile, Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43, 1976

martedì 5 aprile 2016

Del perché non rido ad una battuta sessista (e no, non riesco a farmela scivolare addosso).

[La mia Bionda (bella, alta, bionda, occhi azzurrissimi... uno stereotipo vivente) mi chiede ospitalità. Io non mi tiro indietro.]

Ci sarebbero mille ragioni politiche da elencare sul perché una donna non rida di fronte una battuta sessista, primo fra tutti perché fare una battuta sessista è equivalente a farne una razzista, ed è figlia di una cultura che non esalta le differenze ma le usa per ghettizzare e discriminare minoranze o fasce più deboli della  popolazione. Che di fatto le differenze sono da sempre un bel problema per chi vuole gestire e controllare le masse.
Ma non è questo devo dire il punto, almeno per me.
Quello su cui mi trovo a riflettere sono i commenti successivi del tipo, ma dai è solo una battuta, lasciatela scivolare addosso. Devi prendere le cose con più leggerezza.
Come se non sapessi che se mi scivolasse tutto addosso sarei più tranquilla, con meno contratture alla schiena e senza la gastrite. Grazie al cazzo mi verrebbe da dire.
Quello che mi lascia completamente basita è proprio questo. Il dopo più della battuta in sé.
Buttare là un consiglio invece di farsi una domanda: Perché io uomo se fanno una battuta su uno stereotipo maschile non ho questo tipo di reazione, non mi sento offeso né messo in dubbio?
Perché io lo so bene quali sono i miei personali motivi per cui ancora non riesco a risponde con ironia, ma al più col sarcasmo. Chi è capace di essere ironico  e autoironico, è quella persona che ha completamente accettato se stesso, che in qualche modo si è risolto. Che non ha paura di mostrarsi per quello che è in tutta la sua fragilità, nei suoi difetti e che non finge più di essere quello che non è. Non ne ha più bisogno, ha consapevolezza di se stesso.
In un mondo in cui vieni costantemente bombardata  da non richiesti suggerimenti, sei troppo magra, troppo grassa, sorridi di più, troppi tatuaggi, di' sempre di sì, in cui l’immagine della femminilità è ancora accostata ad una donna in minigonna e tacchi a spillo (che poi però se ti succede qualcosa la colpa è tua, vittima e carnefice di te stessa), in una società in cui vincente è chi domina  la forma e non la sostanza, cercare la tua identità è faticoso e frustrante ancor di più se per scelta o per circostanze non si è aderito al modello di madre-moglie o della donna fragile e decorativa che ottiene tutto sbattendo le ciglia.
Non  solo non capire ma neanche fare lo sforzo di chiedere quale siano la difficoltà  di una donna nell’arrivare alla definizione di se stessa, ecco questa la trovo una grave mancanza di empatia e una grande occasione persa.
P.S: tutta la mia stima alle bamboline manipolatrici o che dir si voglia fregnemosce,  la vera e giusta punizione per tutti i machi del mondo.


http://dilbert.com/strip/2014-08-05


sabato 2 aprile 2016

Su "L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto."

Come dice Lorenzo, non mi piace parlare a vuoto, quindi mi sono letta (per ben due volte!) il libro di Muraro "L'anima del corpo. Contro l'utero in affitto.", editrice La Scuola, 2016.

Quello che subito mi è saltato agli occhi sono l'arroganza di chi crede di aver la verità in mano, il malcelato disprezzo paternalista per chi la pensa diversamente e soprattutto l'ignoranza consapevole sul tema.
Tutto questo mi pare perfettamente riassunto in una frase: 
Non c'è accordo neanche sul nome: utero in affitto, maternità surrogata, surrogacy, GPA (gravidanza per altri)... Io li userò tutti e ne proporrò altri ancora. [pag. 9]

Nell'elenco dei nomi, Muraro finge di non sapere che alcuni di quelli citati hanno una forte e ricercata connotazione dispregiativa. E sono proprio quelli che usa più di tutti.

Continua parlando di terminologie e “sigle” inventate (presumo si riferisca a GPA, ma vista la confusione sotto il cielo non ci metterei la mano sul fuoco), fino ad arrivare al punto cardine della polemica “anti gender” dei vari Adinolfi e Miriano, quelli che tuonano contro “il pensiero unico omosessualista”:

Vorrebbe essere una terminologia universale, in realtà è fatta per uniformare il linguaggio e il pensiero, che è ben altra cosa. Per arrivarci, infatti, bisogna distruggere le connotazioni, che sono i colori e i profumi dei nomi, e impedire al pensiero d'immaginare le cose.
Questa della terminologia - che, per essere universale, diventa uniforme e scolorita - è una storia nota. Ripenso alla comparsa del termine inglese gender che, dopo qualche anno di uso sensato, doveva sostituire definitivamente e universalmente, chissà perché, la parola sesso. Sempre meglio delle sigle, ma povere maestre! Come faranno a insegnare l'italiano? La lingua viva è viva! [pag. 10]

Non so se scrivendo il suo libro Muraro abbia letto l'articolo di Michela Murgia dello scorso febbraio su L'Espresso. 
Parlando della sua mancata firma all'appello di Snoq Libere per la messa al bando globale della GPA, Murgia scrive:

Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola "maternità" e adducendo come motivazione l'unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.


Probabilmente non lo ha fatto, altrimenti avrebbe inserito il termine “gestazione surrogata” tra i tanti che cita. Oppure la mancanza è voluta e non sono certa che la cosa mi stupirebbe.
A pagina 62 Muraro scrive chiaramente cosa serva, secondo lei,  «per fare una madre»: 
per fare una madre ci vuole una donna in carne e ossa e una gestazione, fisicamente non diversa da quella degli altri mammiferi, e ci vuole un ordine simbolico che valorizza la relazione materna con le sue caratteristiche.

Mi si dice che forzo le parole altrui, che mi rigiro i discorsi come mi fa più comodo.
Forse non so leggere fra le righe, ma quello che mi pare di capire, qui, è che  sono l'essere incinta e il partorire a fare di una donna una madre. "Ci vuole una donna in carne e ossa e una gestazione". Il resto non è madre. Più chiaro di così.

Pur parlando di donne, mi pare che nell'analisi di Muraro manchino proprio loro, con le loro legittime scelte, i loro differenti percorsi, il loro personalissimo vissuto. 
Possiamo non essere d'accordo, ma non possiamo non tenerne conto. 
Come non possiamo non tenere conto del percorso di una coppia che desidera un figlio. 
E soprattutto non possiamo -di nuovo- usare l'adozione come metodo risolutivo di un desiderio legittimo. L'adozione non è un ripiego e non deve esserlo. Basterebbe, come si è detto mille volte altrove, leggersi qualcosa sui fallimenti adottivi e sulle difficoltà ad ottenere l'idoneità per quelle coppie che non hanno superato il lutto della mancata genitorialità biologica (ovviamente qui posso parlare solo di coppie eterosessuali, dal momento che l'adozione in Italia è vietata ai e alle single e alle coppie omosessuali).
Le idee di Muraro mi paiono confuse (volutamente?) anche quando parla di "legalità" della GPA. Per lei nei paesi che la regolano ci sarebbe una «tolleranza legale». La legge di un paese che ha regolamentato qualcosa che non ci piace diventa "tolleranza legale". Intere legislazioni, se sgradite, perdono di dignità.
Non mi voglio soffermare troppo sul quadro che nel testo è tracciato degli uomini, esseri, a quanto pare, incapaci di amare, accudire e crescere la prole. 
L'idea che Muraro sembra avere dei padri è fortemente intrisa di luoghi comuni tipici di quel patriarcato che lei dichiara morto:
Un uomo diventa padre facendo sesso e neanche lo sa. Perciò il legame di paternità si è stabilito con l'aiuto della legge e con il linguaggio di tipo metaforico (il nome del padre), ma oggi anche con il ricorso al laboratorio. Non sorprende, a pensarci, il gran numero di "verità" garantite oggi dalle provette e dai microscopi. [pag. 67]

Eppure c'è un altro tipo di paternità, che è attenta, presente, consapevole, amorosa e capace. 
Non ci sono solo i padri che incontra sul treno Lecce-Bologna incapaci di abbracciare il figlioletto piangente [pag. 66]. Ed esistono rapporti padre-figlia che «hanno tra loro una relazione fatta di rapporti personali, di conflitti, di trattative e di solidarietà», come quelli madre-figlia. 
Ignorarlo è colpevole. 
Significa ignorare che quel mondo che si vuole (giustamente!) stigmatizzare, dell'uomo che è padre solo in virtù del suo sperma, si sta scardinando e che forse per la prima volta, ci sono uomini complici delle donne in questo sovvertimento.

Nel grande mucchio di questioni messe in campo, sarebbe stato utile, o quantomeno interessante, che i vari "ho letto", "ho sentito", "pare" e "forse", fossero stati accompagnati da citazioni o rimandi. 
Ma non c'è traccia di studi o statistiche che vadano a suffragare le tesi esposte.

È interessante, infine, notare che il solo momento in cui Muraro parla della GPA altruistica è per ridere paternalisticamente della "generosità giovanile", quasi fosse una sciocchezza o una provocazione:
Tra le giovani donne che, più numerose delle altre, si sono dette favorevoli alla surrogazione, una parte non voleva sentir parlare di soldi, voleva semplicemente la possibilità di fare bambini da regalare. Generosità giovanile. [pag. 62]

Immagino che quello che aveva in mente la "giovane generosa" fosse ciò che Murgia scrive alla fine del suo citato articolo: 
So però che davanti al desiderio di un'amica, di una sorella del cuore, quello che non ho chiesto mai a un'altra per me stessa, lo farei io liberamente per lei. E non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo.

Io non lo so se lo farei liberamente io per lei.
E non so se ho un'amica che lo farebbe liberamente lei per me.

Ma, come Murgia, non vorrei che una legge ce lo impedisse.

martedì 15 marzo 2016

Io non sono carne da campagna elettorale *

Complicato essere donne durante la campagna elettorale.
Non so come sia nel resto del mondo, ma qua è veramente difficile. 
Tra immagini sessiste e messaggi misogini e violenti è davvero un macello.

Tipo l'orrendo "Trivella tua sorella", che ha girato sui social in forma "casareccia" già prima che una società di consulenza e servizi per le imprese pensasse di farne una bella immagine colorata con cui tirare su qualche "like" in più.
Niente di nuovo, a dire il vero.

A quanto pare le analogie con la violenza sulle donne continuano ad andare tantissimo quando si tratta di racimolare voti. 
Non conto più i vari "stuprare" usati a cazzo di cane per attaccare l'avversario politico del momento o per denunciare le disastrate condizioni del paese o della città in cui viviamo.

Poi c'è ovviamente l'annoso problema donna/mamma.
Perché si sa, in Italia se sei donna sei mamma. Non se ne esce. DonnaMamma. Tipo una parola sola.

Prendiamo le amministrative romane, ad esempio.

Meloni ha paraculamente annunciato di essere incinta durante il Family Day e ha anche detto che per questo motivo avrebbe ritirato la propria candidatura al Campidoglio, perché «non c’è dubbio che una campagna elettorale che si concluderebbe al settimo mese per un mandato che ti impegna anima e corpo mentre nasce il tuo primo figlio, ti porta a pensare che non sia la strada giusta. Io sono disponibile a tutto per la mia città, che amo, a fare il capolista o qualunque altra cosa. Ma potrei candidarmi solo se non ci fosse nessun’altra soluzione possibile, solo come extrema ratio».

Quando poi si è capito che l'idea di Bertolaso sindaco non è gradita a molti, soprattutto alla Lega, Meloni ha cambiato idea (pare Jack Shepard di Lost: voglio stare sull'isola, non voglio stare sull'isola), scoprendo che, ohibò, il paese è pieno di mamme che lavorano.

A questo punto Bertolaso ha rosicato fortissimo e ha calato l'asso sessista per eccellenza, capace di fare presa su uomini e donne, di destra o di sinistra: sei mamma, stai a casa a badare alla prole. Incredibilmente persino qualche fascista si è dissociato, dopotutto Giorgia è una camerata vera, non si farà certo fermare da un ragazzino.
Al contrario di Berlusconi, che ha ribadito il concetto: "Le donne hanno cinque mesi di lavoro non obbligatorio" quando diventano mamme, "è chiaro a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro terribile" come amministrare Roma "che è in una situazione terribile. Fare il sindaco di Roma vuol dire stare in giro e in ufficio 14 ore al giorno. Ci sono persone che per egoismo di partito cercano di spingere Giorgia a questo e a fare il suo male".

Intanto a Milano la candidata del M5S® si  ritira e decide di "togliere qualche sassolino dalla scarpa", raccontando come il suo aspetto fisico sia stato fonte di insulti e battute anche da parte dei suoi. Brutta e cicciona. Cose che in politica contano molto, insomma.

Anche qui, niente di nuovo.
Ricordate le "hollandette", le diciassette ministre del governo Hollande? I quotidiani italiani si erano scatenati in simpatiche gallerie fotografiche sulle loro minigonne.
O le ministre del governo Monti messe a paragone con quelle berlusconiane da L'Unità sulla base del loro look e del colore dei capelli.

L'aspetto fisico di una politica pare essere molto più interessante delle sue effettive capacità. E quindi è su quello che ciascuna viene insultata o elogiata.


Ma di cosa ci stupiamo, in fondo?

Gli insulti sessisti, gli auguri di stupro, la convinzione che il posto di una donna sia la casa sono talmente tanto "normali" che quello che stupisce ormai dovrebbe essere la loro assenza.


C'è poi un'altra cosa da dire.

Se le donne, tutte le donne, accettano un certo tipo di atteggiamento e giudizio ogni giorno della loro vita, poi c'è poco da cadere dalle nuvole se quegli stessi giudizi e atteggiamenti sono considerati "spendibili" da parte dei propri alleati, amici, colleghi, conoscenti.

Sarebbe forse il caso di combattere ogni giorno quegli stereotipi.
Magari riusciremmo anche ad evitare altre campagne elettorali ridicole.

* Sangue Misto, Cani sciolti, 1994

sabato 12 marzo 2016

#ViajoSola

[C'ho il momento polemico. E sono furiosa.]

Leggo e ascolto gente indignata per quello che è stato detto delle due ragazze uccise mentre viaggiavano sole.
Leggo e ascolto gente indignata perché "in Sudamerica" davanti a quell'orrore ci si è molto soffermati sulle colpe delle ragazze: viaggiavano sole, si sono fatte ospitare da due uomini, in fondo se la sono cercata.
Ora andate su google, su facebook, su un qualsiasi sito di notizie, su qualche blog. 
Cercate un qualsiasi articolo su un qualsiasi femminicidio o violenza in casa nostra.
Andatevi a leggere i commenti dei nostri e delle nostre connazionali.
Rileggete anche quello che avete scritto voi, tante, troppe volte.
Ricordatevi di tutte le volte che davanti ad una storia del genere avete pensato "e però, pure lei...", di tutte le volte che avete giudicato una donna per come era vestita.
Poi sputatevi in faccia.


Sempre, sempre la colpa è nostra.
Nostra se siamo stuprate.
Nostra se siamo picchiate.
Nostra se siamo uccise.

Non possiamo viaggiare sole.
Non possiamo uscire la sera.
Non possiamo vestirci come vogliamo.
Non possiamo fidarci.

Non dobbiamo, soprattutto.
Altrimenti, poi, se poi ci ammazzano la colpa è nostra.

Colpevolizzare la vittima, sempre e comunque.



Maria e Marina, mie sorelle.


venerdì 11 marzo 2016

Il mio primo ciclo. Ancora donne tra i commenti.

Ho dodici anni, a novembre tredici. Ieri notte andai in bagno e trovai delle macchioline marroni sulle mutandine. All'inizio pensavo fosse cacca, l'idea del menarca mi ha sfiorato, ma non pensavo che il sangue potesse essere così scuro così accantonai il pensiero. Andai a cercare qualcosa su internet; pensavo fosse un tumore, benigno o maligno non importa, ma ero terrorizzata. Lo dissi a mio fratello di quindici anni (ci diciamo sempre tutto, io mi fido di lui e lui di me) e cominciò a ridere come un pazzo dicendo che poteva effettivamente essere un tumore. Dopo circa un'ora cambiai le mutandine, sperando che il fenomeno finisse presto. Dopo un'altra ora vidi ancora quelle macchioline marroni, ed ero davvero andata in panico. Per la notte misi un pezzo di carta igienica tra le grandi labbra. Erano circa le tre di notte, quindi non potevo e non volevo svegliare mia madre. Questa mattina mi sono svegliata presto, sperando che mia madre fosse in casa. Ovviamente, non era in casa. Aspettai con ansia il suo ritorno, cambiando due volte le mutandine. Appena arrivò, io le andai subito addosso, e quando fummo nella sua stanza le feci vedere le mie mutandine. Lei disse "Amore mio!" e mi abbracciò. In quel momento capii cosa fosse successo e mi misi a piangere. La verità è che non voglio crescere, voglio restare così come sono. E poi vorrei alzarmi ancora un po', dato che sono 1.62 m. Comunque, mia nonna, che aveva sentito tutto dal bagno (camera di mia madre e il bagno sono vicinissimi) cominciò a dirmi:"sei diventata signorina!" "ieri, quando avevi quel leggero mal di pancia, io ti avevo detto che si trattava di questo!" Mia madre, dopo di ché, mi insegnò a mettermi l'assorbente. Ancora faccio fatica a metterlo. Mia nonna, ovviamente, lo urlò ai quattro venti, dicendolo a mio nonno, mia zia e mio zio. Io ero imbarazzata più che mai, e lo sono ancora ora quando si tocca l'argomento. E niente, ora devo andare a cambiarmi l'assorbente (?) (Anonima)

Ora ho 21 anni, menarca un po' più tardi rispetto alla media, mancavano due mesi a compiere 15 anni (ero già in seconda superiore!). Da un annetto ormai ero preoccupata che non arrivava più ma è stato meglio così, sapevo già tutto, non è stato traumatico anzi ho pensato "Era ora!" ahahahaa. Prime volte zero ma proprio zero dolore, poi arrivato ma sopportabilissimo (e spero così rimanga!).
Ragazzine non preoccupatevi, fino a 16 anni è normalissimo, anzi avete più tempo per crescere :) davvero mi preoccupavo per niente! (Ely)

Io ero al paese dei miei parenti, i miei zii mi chiesero se avessi voglia di fare una passeggiata con loro, e accettai. Ero da mia nonna, e prima di partire andai al bagno. Avevo undici anni e delle mutandine gialle. Pulendomi con la carta vidi le macchioline: pensai anche io a mali di indicibile orribilità, ma localizzati nelle terga, più che nei genitali. 
Rimasi delusa dal concetto di "passeggiata" che avevano in mente i miei zii, dal momento che per loro significava rimanere in automobile girando per la città -forse era Barletta, forse Trani, non ricordo dove mi portarono - . Pensai allo squallore di questo tipo di giri, ma non abbastanza, perché in mancanza di altre distrazioni continuavo a rimuginare al momento della mia morte dovuta a un tumore al colon retto.
Mi riportarono da mia nonna. Con in testa solo l'immagine della mia bara - la immaginavo color legno, non mi aveva sfiorata l'idea orrifica che mi avrebbero più facilmente riposto in un catafalco candido - e, ah, sì, forse anche quella del mio corteo funebre, approfittai di nuovo del suo bagno per buttare un'altra occhiatina in mezzo alle gambe. Orrore! Non avevo più sangue, ma (come molte, a quanto pare) avevo perso il controllo dei miei sfinteri! Era tutto impregnato di marrone. Però che strano, non puzzava questa cacca. E, come se non bastasse, non mi ero accorta di niente. Doveva essere proprio grave, chissà che lesioni avevo. 
Era terribile. Uscita dal bagno perché lo stavo occupando davvero da troppo tempo, mi chiesero se stessi bene, sembravo un po' palliduccia, qualcosa non andava? 
"No, no, tuttapposto..." Meglio non allarmarli adesso, fra poco i miei parenti avrebbero pianto attorno alla mia salma nella camera ardente di un ospedale. Lampeggia ancora, nella mia memoria, il bianco dei fazzoletti che usavano per frenare il loro dolore nella selva dei miei neuroni che non riuscivano a smettere di lavorare intorno al tema del mio funerale.
Mi portarono finalmente a casa dell'altra nonna, quella materna. Mi faceva pietà vedere anche lei. Chissà quanto ci sarebbe rimasta male. 
Mi precipitai in bagno. 
E il fulmine della verità mi colpii proprio mentre ero sul cesso. L'illuminazione fu tale che urlai a mia madre "VIENI, aiutami, sono diventata signorina!", condividendo l'informazione circa con tutto l'isolato, forse anche parte dei quartieri vicini. Ma fu un gran sollievo, credetemi. (Anonima)

Era il 12 luglio ....
Appena tornata dalla festa in piazza andai al bagno e abbassando le mutande ke erano bianke mi accorsi subito della makkia di sangue.
Per un secondo mi sentii gelare il sangue nelle vene ad un secondo dopo quando mia madre mi 
apiegava da come si metteva un assorbente a quanti tipi ci sono...
Il giorno dopo come sempre siamo usciti tutti insieme tra amici e io eccitatissimo lo dissi a tutte le 
mie migliori amike perke ero felicissima di essere diventata una SIGORINA....
Mamma poi ke dice tutto senza troppi problemi: ORA SE VAI A LETTO CON UN RAGAZZO RIMANI INCINTA! Ma io sinceramente non sono ancora pronta ho 12 anni il ragazzo ce lo al limite ci baciamo!!!!! (Roberta)

Io ho gia' 14 anni e non le ho ancora avute. Ma sono contenta di questo solo che ho paura che, visto che non mi vengono, mi portino dal ginecologo (!) e mi diano la pillola. Mi potete dire che verrano dopo ma sono anoressica da un bel po'. Ho paura che mi venga il menarca e poi piu' niente perche' vuol dire che non sono abbastanza magra ma ho anche paura che se non mi viene e lo scoprono i miei mi portino dal ginecologo e che mi facciano ricoverare. Spero comunque che non mi chiedano mai se ce le ho avute.. anche se una settimana fa ero andata dalla dottoressa di base e me l'ha chiesto e al mio no ha fatto una faccia.. :( io detesto tutte le cose "naturali" femminili come i peli (ce ne ho pochissimi la' sotto che pero' taglio) e non porto nemmeno una prima, ho zero fianchi ma mi basta essere alta 1.60 x 31 kg e poi tutte le mie amiche mi invidiano :) per fortuna dicono che sono carina di viso, occhi, capelli ecc. (Anonima)
Per me è stato un trauma... l'argomento è sempre stato tabù in casa e avevo scoperto a grandi linee che cosa mi sarebbe successo durante un'ora di "educazione sessuale" alle medie, circa un mese prima del mio menarca, anche se non ci avevo fatto molto caso. Tanto manca un sacco, dicevo, viviamo la giornata. Non finirò mai di ringraziare la scuola per averla organizzata! 
Quando ho scoperto la macchiolina rossa ho passato l'intera mattinata a cercare il coraggio di dirlo a mia madre. Alla fine le ho mostrato le mutande, senza riuscire ad aprire bocca. Ricorderò sempre come senza guardarmi si limitò a dirmi "Ebbrava", mi fece vedere come mettere l'assorbente, sempre senza parlare, e mi lasciò sola in bagno. Ho passato l'intero pomeriggio a piangere da sola di nascosto. Non so se ai miei parenti qualcuno disse qualcosa, in ogni caso nessuno mi disse niente... il messaggio che mi arrivò quel giorno fu che era qualcosa di "sporco" di cui vergognarmi, che avevo perso l'innocenza, anche se io non avevo fatto nulla di male. 
Ora di anni ne ho venti, ma è da poco che ho superato il trauma, e non certo grazie alla mia famiglia. (Anonima)



Se ne avete voglia, 
raccontate il vostro primo ciclo nei commenti o scrivete a ritentasaraipiufortunato@outlook.it, così ne facciamo una "rubrica" tutte insieme.

lunedì 29 febbraio 2016

A questa terra di terra e sassi.*





Quando sono nata pare che mio padre abbia brindato con Bibbi e ascoltato questa canzone.
Poco originale, forse, ma io sono del '79 e ci stava proprio bene.

Chissà come hanno festeggiato la tua nascita i tuoi papà, Tobia Antonio. Secondo me hanno cantato e brindato come fanno i genitori felici di vedere il proprio figlio/a.

Spero che non si siano lasciati distrarre dalla merda che questo paese gli sta gettando addosso, che sta gettando addosso addirittura a te, ma non ho dubbi che i loro occhi e il loro cuore siano troppo impegnati a riempirsi di te per perdere tempo con tutto il resto.
E guarda che il resto fa schifo parecchio, eh.
Qua siamo campioni e campionesse dello schifo e mi spiace davvero dovertelo dire, ma certe cose è bene saperle al più presto.

La tua nascita sta scoperchiando vasi pieni di merda e in qualche modo forse è anche una cosa buona. Con la tua nascita ipocriti/e, falsi/e, omofobi/e, bigotti/e stanno uscendo allo scoperto e sono anche tra i/le più insospettabili. 
Se non altro io so ancora meglio da che parte stare.

Ma in fondo cosa importa, è nato un bimbo e c'è solo da festeggiare.

Come disse una coppia di amici alla nascita del loro bimbo: "che la gioia sia arcobaleno", perché per una gioia così non bastano tutti i colori del mondo.

E poco importa l'orrore di chi sta blaterando del tuo futuro, come se bastasse essere figlio di una sana coppia etero per vivere felici e senza problemi.

Queste per te e per la tua famiglia sono belle giornate e spero per voi che ce ne saranno tante e tante altre.

C'è una canzone pure per te, l'ho canticchiata leggendo le schifezze che hanno vomitato sui tuoi papà e mi sono chiesta se te l'ha già cantata qualcuno.


Auguri e benvenuto.
Sarà dura, ma ci saranno anche tante cose belle.









* Francesco De Gregori, Raggio di sole, 1978