giovedì 26 novembre 2015

Di nuovo il 25 novembre.


Finalmente il 25 novembre è finito e posso abbandonare il mio discutibile e ridicolo lato zen che mi ha aiutata a superare la giornata più o meno indenne e tornare l'acida di sempre.

Finalmente si sta ridimensionando la sagra dell'ipocrisia che accompagna tutte le giornate mondiali di qualcosa e questa in particolare.







Niente più rosa, niente più fotine con mogli-mamme-figlie che i nostri eroi vogliono salvare dalle grinfie di un non meglio specificato nemico che evidentemente viene da lontano che invadono i social network. Niente più falso cordoglio, voci quasi rotte dal pianto, sguardi contriri.
Almeno per un anno. O fino all'8 marzo, dipende.

L'ipocrisia che accompagna la Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, dicevo, non credo abbia pari.

Si organizzano tanti begli eventi: convegni, rappresentazioni teatrali, assemblee nelle scuole, dibattiti. 

Per 24 ore sembra di vivere in un paese che davvero ha intenzione di lavorare senza tregua per l'eliminazione non solo della violenza sulle donne, ma anche di ogni stereotipo. 
Per un attimo pare che la Politica sia pronta a lottare contro la piaga del non lavoro e per il raggiungimento di una effettiva parità. 
Si arriva quasi a pensare, tanto è l'impegno che la Politica mette nelle "celebrazioni" di questa giornata, che verranno stanziati migliaia di euro per i Centri Antiviolenza, per i Consultori, per il diritto alla salute.

24 ore in cui pare che tutto stia per accadere.

Per 24 ore quasi pensi che il/la Ministro/a per le Pari Opportunità (che sto aspettando fiduciosa) chiederà e otterrà senza sforzo maggiori stanziamenti per contrastare l'inoccupazione femminile, che finalmente la Legge 194 sarà pienamente applicata in tutto il paese, che i Centri Antiviolenza vedranno incrementati i fondi loro dedicati, che il numero dei Consultori aumenterà e che le loro strutture saranno nuove, accoglienti, funzionali.

Addirittura ti viene in mente che nelle scuole si parlerà finalmente di un'educazione  libera dagli stereotipi, che le stronzate sulla "teoria del gender" scompariranno per miracolo e che le boiate dei vari Adinolfi e Miriano rimarranno confinate al massimo in qualche parrocchia.

Perché tutto questo è legato alla violenza sulle donne.

Perché per una donna che non sa a chi e dove rivolgersi, che non lavora è più difficile uscire da una situazione di violenza.
Perché per una donna cui vengono negati il diritto alla sessualità e alla maternità consapevoli è più complicato prendere in mano la propria vita ed uscire da un contesto problematico.

24 novembre 2007
Roma

Ma poi per fortuna il 25 novembre finisce.

E si torna alla normalità.
Alle tette e ai culi sparati ovunque.
Ai "puttanatroiamignotta".
Alle dimissioni in bianco.
All'assenza di strutture di aiuto e accoglienza.
All'impossibilità di abortire.
Al lavoro precario.
Alle molestie.
Alle minacce.
Alle botte.
Ai raptus.
Alla gelosia.
Alle liti in famiglia.
All'ennesimo femminicidio negato.



Consigli di lettura:

Il 25 novembre in un bicchiere d’acqua. - Sud De-Genere

Perchè il #25Novembre? In memoria delle sorelle Mirabal e di tutte le donne brutalmente assassinate.

#25Novembre tra passerelle politiche e riappropriazioni

Non sono #Mediacomplice

Sul 25 novembre (e un po' di astio tutto personale).

La scuola fa differenza.

Sulla competenza de* filosof*. Meglio dubitare. 

Succede a tutte, senza che ve ne rendiate conto.





mercoledì 4 novembre 2015

Logica vs Stomaco. Di primarie e disillusione. Risposta (?) a Demopazzia.



Non avevo di certo bisogno di uno come Renzi per non prendere nemmeno in considerazione l’idea di votare il Partito Democratico. 
Non potrei mai dare il mio voto ad un’accozzaglia politica che raccoglie il peggio della “sinistra” italiana insieme ad ex democristiani, ultracattolici e criptofascisti.

Come motissime persone di sinistra faccio sempre più fatica ad ogni tornata elettorale: che fare? Il meno peggio? Il partitello sfigato con la Falce&Martello più bella? Il male minore? Annullo? Non voto? No, davvero, è allucinante. Faticoso. Mi sento tanto Michele Apicella.

Quindi sono una di quelle che sta sempre fuori. Fuori dai partiti, fuori dalla politica “istituzionale”, sempre fuori.
Essere sempre fuori, però, è anche un bel problema, oggettivamente.

Detto con poche, definitive parole, essere sempre fuori, in certi casi, vuol dire "non contare un cazzo". Ci sarà sempre qualcun altro a governare e, alla fine dei conti, a decidere sulle nostre vite.

Comunque, ho letto il post di Demopazzia  Jeremy Corbyn spiegato agli italiani e c'ho un sacco di cose che mi girano in testa.



Come è possibile che abbia vinto un tizio che parla di nazionalizzazioni, di welfare, di edilizia popolare e che si dichiara apertamente socialista?

È stato possibile perché la sua candidatura ha portato a iscriversi ad un partito che si era spostato sempre più a destra molti giovani che non avevano mai trovato un motivo per farlo e molti anziani che lo avevano abbandonato perché diventato troppo simile ai Conservatori. È stato possibile perché qui sanno come funziona il sistema elettorale e l’unico modo di riportare la sinistra a governare era questo. Ha vinto le primarie con quasi il 60% dei voti e se non lo defenestreranno in qualche modo sarà lui a candidarsi come Premier tra 5 anni.
L’ipotetico Jeremy Corbyn italiano, se mai esistesse, non potrebbe mai raggiungere un risultato del genere
Prima di tutto perché anziché candidarsi per riprendersi il partito (il PD) e tentare di governare il paese avrebbe fondato la sua piccola formazione politica personale di sinistra, andando ad ingrossare le file di inutili leader dall’ego spropositato e dall’elettorato atrofico. (Devo davvero farvi alcuni esempi?)
Seconda di poi, pure gli fosse saltato in mente di candidarsi alle primarie del principale partito di sinistra in Italia (mi dispiace per chi non capisce il senso di questa frase), nessuno o molto pochi di coloro che si dichiarano di sinistra e fossero stati d’accordo al 100% con la sua piattaforma politica si sarebbero iscritti al PD per andare a votarlo alle primarie e farlo vincere e far diventare il PD davvero di sinistra, perché “Che schifo il PD”, “io 2 euro al PD manco morto”, etc, lasciando così che il partito se lo prendessero personaggi come Renzi, in modo da poter darsi ragione da soli e dire ridire hai visto che schifo il PD e restare a guardare e a indignarsi.

E qui mi sono sentita chiamata in causa.
Io sono una di quelle persone che si dichiara di sinistra, addirittura comunista, e che non è certa che avrebbe preso la tessera del PD per votare Corbyn alle primarie.

E vista in quest'ottica, con un esempio lampante con nome e cognome di un "votabile", la cosa pare porre dei problemi oggettivi.
Insomma, siamo così (giustamente e mai abbastanza) disgustate e disgustati dal PD da non prendere nemmeno in considerazione l'idea di "cambiarlo" davvero a sinistra?
Davvero questo partito e chi ci sta dentro ci fa talmente ribrezzo da impedirci di fatto di (passatemi il termine) "riprendercelo" e farlo diventare espressione di una sinistra reale? 

Sì.
Purtroppo sì.
Quello che ha dimostrato il Partito Democratico in questi anni mi porta a dire che non riuscirei a votarlo nemmeno se arrivasse a chiedermelo Marx in persona. Diffiderei anche di lui.

Diciamo che se arrivasse Corbyn e si candidasse alle primarie del Partito Democratico con un programma condivisibile, io probabilmente resterei fuori a guardare nella speranza di non rimanere delusa.

La logica dice che, invece, proprio noi, che condividiamo certi valori e ideali, dovremmo in qualche modo ribaltare la situazione per renderlo un soggetto politico realmente di sinistra e non quel coso padronale e antidemocratico quale è il PD.

La logica.
Ma non lo stomaco.
Non ce la posso fare.

giovedì 29 ottobre 2015

Io sono Jazz

In pieno panico da gender Real Time ha cominciato a trasmettere "Io sono Jazz", reality che racconta la vita di Jazz Jennings e della sua famiglia.

«Sono una ragazza adolescente, gioco a calcio, mi piace uscire con gli amici, credo di essere simpatica. Sono anche transgender. E ne vado fiera.»

"Disturbo dell’identità di genere", si dice, e Jazz lo spiega benissimo alle compagne di squadra: 

«In pratica significa che alla nascita ero un maschio e ora sono una ragazza. In realtà lo ero anche prima, solo che ero intrappolata nel corpo di un maschio.» 

SBEM!

Ve la immaginate la reazione dei vari Adinolfi e Miriano? 
Se non ci riuscite, fate un bel respiro e andatevi a leggere i loro commenti. Vi avverto, farà schifo, ma il mondo è pieno di gente orrenda, lo sappiamo.

Insomma, questa Jazz è un'adolescente.
È transgender.
Ha una famiglia e degli amici che la appoggiano.
È fiera di quello che è (e non tutt* possiamo affermare lo stesso, ammettiamolo).
E in più ha dei bellissimi lunghissimi capelli liscissimi (scusate, ma da riccia mi fanno sempre un certo effetto).

Capite?

Per certa gente questo deve essere decisamente troppo.
Devi soffrì.
Devi stare male.
Devi essere sola.
Non puoi mica vivere come noi, con noi, no?

Ho visto i primi tre episodi e il mio primo pensiero è stato: che famiglia fica che hai, Jazz!
Tantissime famiglie "tradizionali" abbandonano i figli e le figlie per molto meno.
I suoi genitori, invece, passato un momento di "difficoltà", hanno iniziato un percorso insieme a lei.
Nonostante le paure, nonostante la cattiveria della gente, nonostante i pregiudizi. 
Nonostante i mille pensieri che non possono non venire in mente a un genitore con un figlio o una figlia che non è considerato/a "normale" dalle altre persone: sarà felice? Sarà trattata bene? Troverà amici, amore, famiglia fuori di qui?

Domande legittime, che questa famiglia ha deciso di affrontare insieme.

Basta guardarsi intorno per vedere quante e quanti sono stati abbandonate/i dalle famiglie perché "diverse/i", quante e quanti sono stati letteralmente torturati con disgustose "terapie riparative", quanto dolore la non accettazione e il rifiuto possono causare.

E invece poi c'è questa famiglia normale e come loro ce ne sono altre e altre e altre.
E fino a che ci saranno persone così, il mondo farà un po' meno schifo.


lunedì 19 ottobre 2015

Grazie.

SOLO
-Laura-
Questo fine settimana il mio quartiere è stato il centro di Roma.
Il Trullo ha ospitato il terzo Festival Internazionale di Poesia di Strada.
Per tre giorni la borgata è stata invasa da artisti, poeti, musicisti.

E la gente è stata ore e ore in piazza a vedere i muri delle case popolari prendere vita, a leggere le poesie sulle serrande, a sentire musica e poesia al Cso Ricomincio dal Faro.

Bol23
Grazie.

Grazie ai Pittori Anonimi der Trullo che hanno iniziato colorando i lotti (e qualcuno l'ho colorato pure io).

Grazie ai Poeti der Trullo e ai loro versi (compratevi il libro, io il mio me lo sono anche fatto autografare).


Grazie a SOLO, che non è solo un fantastico artista, ma anche una gran bella persona.


Gomez

















Grazie perché avete regalato a tutte e tutti noi qualcosa di davvero bello, perché avete reso il quartiere un posto migliore, sbattendovi in prima persona, perché per tre giorni non c'è stata nessuna "periferia degradata", ma solo arte e poesia.





Moby Dick

martedì 13 ottobre 2015

De Sade una di noi, ovvero, il porno black bloc.

"Nazifemen che inneggiano a De Sade".

In effetti nel mio elenco sui luoghi comuni e i tipici insulti dedicati a noi femministe questa mi mancava. E devo ammettere che "Nazifemen che inneggiano a De Sade" merita di scalare ogni classifica, se non altro per la dotta citazione.

Ma tutto l'articolo apparso su milanopost dopo il corteo antiabortista merita di essere letto, perché è una miniera pressochè infinita di spunti interessanti.
Ragazze  militanti ormai sui sessanta ma che vestono secondo la moda  dei punkabbestia black blok,  con  tute nere, zainetti scuri,  scarponcini da esproprio proletario, felpe  e con vistosi anelli da  marinai di baleniera al naso:  sembravano tante Eva  Kant del fumetto Diabolik, ma in sovrappeso…  Alcune zitelle apparivano muscolose, androgine e tatuate come  il baleniere Achab del romanzo di Melville, altre   sembravano  meno  truci, e firmatissime  secondo la moda vintage delle  figlie dei fiori : gonnelloni rom, scialloni balcanici, come prescrive il look  delle amene radicalette  chic e debs dei licei bene no global.
Che vi dicevo?
In un paio di periodi c'è già tutto: il black bloc, l'esproprio proletario, i piercing, un po' di sano body shaming e pure un pizzico di razzismo.  Ma anche altre citazioni di livello e la dichiarazione d'amore per la vita dei marinai ottocenteschi.
Non ho capito cosa significhi "debs", ma magari qualche "zitella androgina e tatuata" milanese potrà illuminarmi.

In pratica queste "feministote", o "nazifemen" hanno accolto il corteo dei No194 facendogli trovare sul percorso qualche scritta sui muri.

Hanno pure scritto "fregna", che roba. "Fregna"! Non "patata" o "farfallina", proprio "FREGNA". "Per nulla di bon ton", in effetti.
Dopotutto, come si dice, "la fregna e fregna, mica è legna".

A fare quelle scrittacce brutte e volgari è stato un "porno black blok", formato dai
i collettivi Nazifemen che prosperano in certi centri sociali, come quello di via dei Transiti. Collettivi porno che inneggiano al compagno de Sade, alla masturbazione ed alla sodomia,  amano il libertinaggio, le fruste, le catene sadomaso e si ispirano alle comuni californiane del sesso libero dei santoni indiani  e alle ammucchiate del 68 [...]
Capito 'ste mignotte nazifemen? Mas-tur-ba-zio-ne. Femmine che inneggiano alla masturbazione e alla sodomia e pure al compagno De Sade. Streghe maledette che non abbiamo fatto in tempo a bruciare, insomma. Donne che non vogliono stare al loro posto.

E non contente di aver "vergato insulti irripetibili lungo il percorso", hanno pure perculato i manifestanti prolife "a forza di bestemmie da carrettiere". Pare non abbiamo risparmiato manco "la Maria Vergine, santa Chiara, Maria Goretti  e  Teresa d’Avila", che di certo non avrebbero mai e poi mai inneggiato alla masturbazione. 

Si chiede l'autore: chi sono i veri fascisti? 
Quelli che girano col rosario perché contrari all'aborto o chi non li vuole far manifestare?

Amico caro, i fascisti sono quelli (e quelle!) che da decenni cercano di impedire (spesso con successo, grazie soprattutto ai governi locali e centrali) alle donne di accedere alla contraccezione di emergenza e di abortire in un ospedale pubblico, come prescrive la Legge 194. 
Sono quelli (e quelle!) che si imbucano nei consultori per convincerti di essere un'assassina e che ti offrono due spicci purché tu porti avanti la gravidanza, come se il problema fossero i soldi e non il diritto di vivere la tua vita.
I fascisti sono quelli (e quelle!) che pregano brandendo bambolotti insanguinati e ridicoli fotomontaggi davanti ai reparti che praticano l'IVG, insultando le donne che ne escono.
I fascisti sono quelli (e quelle!) che ci vogliono solo mogli e madri silenziose e devote, che credono di sapere cosa è meglio per ciascuna di noi, che ci giudicano e che marciano ogni giorno sui nostri corpi.

Per come la vedo io, combattere questi fascisti è un dovere, prima ancora che un diritto.
Quindi, non me ne vogliano le amiche e gli amici di retake: sticazzi dei muri imbrattati.

L'articolo si chiude con un ricordo dei bei tempi che furono.
Com’erano diverse, educate e simpatiche invece le femministe di una volta [...]
Ad esempio, le "visite" delle "femministe di un volta" negli studi dei cucchiai d'oro erano proprio "educate e simpatiche ".


martedì 22 settembre 2015

Miss, mia cara miss.

Cara Miss Italia,
stamani pensavo che forse le polemiche e le prese in giro di queste ore ti stanno rovinando la festa. O magari no, che te frega: volevi essere miss Italia e lo sei, quindi sti cazzi di chi dice che sei scema. E poi sono fatti tuoi.

Che poi, seriamente, quante e quanti di quelle/i che ti stanno perculando saprebbero (sapremmo, mi ci metto pure io, per carità) rispondere correttamente a un quiz bruciapelo sulla storia contemporanea?

Io credo di aver capito cosa volevi dire e francamente lo trovo pure giusto.
Nessuna persona dotata di un minimo di sana curiosità, non vorrebbe vedere coi propri occhi quello che ha letto sulle "pagine e pagine" dei libri. 

Io, per dire, avrei voluto vivere la Rivoluzione Francese (dopo aver letto "L'armata dei Sonnambuli" di Wu Ming, poi, che te lo dico a fa') e la Rivoluzione di Ottobre. Avrei voluto essere una partigiana, una dissidente cilena e vivere il '68 e gli anni '70 tutti.

Purtroppo la cosa t'è uscita malissimo (o magari te l'hanno fatta uscire così di proposito, io non lo so come funziona un concorso di bellezza, non so se oltre alle domande vi forniscono pure le risposte) e visto che oltre che santi, poeti, navigatori, allenatori di calcio, a quanto pare siamo anche un popolo di storici, ora chiunque pare avere qualcosa da dire.

Cara Miss Italia,
io disprezzo il concorso cui hai partecipato: lo trovo anacronistico e umiliante per le donne, esposte come al mercato, seminude, possibilmente mute, immobili o sgambettanti, pronte a farsi dare un voto.
Ma chi sono io per giudicare le centinaia di ragazze che si scannerebbero per avere quella corona in testa? Sono migliore di voi? Più intelligente? Più colta? Non lo so. 
So che ho altre priorità e in questo il tanto vituperato femminismo mi offre una bella mano. Ah, cara Miss, quanto bisogno abbiamo, ancora, di femminismo!
Io, dicevo, giudico il prodotto, non le partecipanti.

Quindi giudico un prodotto che vi offre in pasto al pubblico, che vi pone domande fintamente e studiatamente intelligenti e provocatorie col palese intento di mostrare a quel pubblico avido e cafone quanto siete sceme, quanto poco cervello c'è sotto la vostra bellezza, contornando il tutto con risatine e battute sessiste.
E che peraltro pone quelle stesse domande con una consecutio discutibile come quella usata da Amendola, che però non è stato linciato come te. 
Evidentemente siamo un popolo di santi, poeti, navigatori, allenatori, storici, ma ignorante delle regole della grammatica italiana.

Che poi, per quanto ne sappiamo, qualcuna di voi potrebbe essere un genio dell'astrofisica, una filologa classica, una violoncellista prodigiosa. 

Ma non lo sapremo mai perché in quel contesto non è questo che conta. 

Su quel palcoscenico dovete essere belle e un po' sceme, dovete ridacchiare imbarazzate e non essere (o sembrare) capaci di fare un discorso di senso più o meno compiuto. 

Dovete mettere in mostra le vostre doti migliori per vendervi davanti a una giuria. 
Dovete essere giudicate da altre persone per le tette, il punto vita, il culo, lo stacco di coscia. 
E il tuo culo, scusami se mi permetto, cara Miss, è notevole. 

Tutto questo, il costume, la scollatura, le prese in giro, fa parte delle regole del gioco.
Regole, peraltro, definite in un decalogo in undici punti (eh... poi sei tu quella ignorante) proprio qualche anno fa da Patrizia Mirigliani.

L'ipocrisia e la boria di chi mette la tua faccia felice a paragone con le nostre partigiane, con le donne uccise, torturate, stuprate nella seconda guerra mondiale, poi, mi stanno mandando fuori di testa. 
Cos'è, una gara per far vedere quanto siamo ferrate/i sulle donne in guerra? Davvero? Si vuole forse scrivere un saggio breve da farti imparare a memoria per il prossimo spettacolo? E poi i vari "mia nonna", "mia zia", "la vicina di casa del cugino del fratello del pizzicagnolo all'angolo". Anche basta, si sta rasentando, a mio modestissimo parere, il ridicolo.
Non mi risulta che il concorso di Miss Italia sia famoso per le prove culturali, no? E allora perché pretendere da te una cultura che nessuno mai, in quel luogo, ti ha chiesto di sfoggiare?

Siamo serie, si sentono atroci bestialità in luoghi ben più importanti di un concorso di bellezza e non mi pare di aver visto le stesse levate di scudi e di aver ascoltato le medesime lezioni di storia contemporanea in pillole.

Hai detto una cazzata, cara Miss. 
O meglio, hai provato a dire una cosa intelligente che però non sei stata capace di dire. 
E in quel contesto andava bene così: lì era il tuo corpo a dover parlare per te. Hai fatto un sorrisone, ti si è rotta la voce e hai vinto. Bene così, non ti si chiedeva altro, in fondo: essere bella, la più bella d'Italia. Non era un esame di storia.

Sarebbe bello se invece che della gaffe di una diciottenne in costume da bagno si parlasse di quanto è triste che ci siano ancora concorsi come questo; di quanto sia deprimente pensare che in una donna sembri essere solo il corpo quello che conta; di quanto sia umiliante per tutte e tutti che una persona venga giudicata in base al suo aspetto fisico.

E invece no.
Non sia mai che la cosa destabilizzasse qualcuno...
Te la ricordi la cagnara che si è alzata quando (finalmente!) la Rai ha smesso di mandare in onda Miss Italia?
Perculare te è molto più facile che mettere in discussione un mondo intero, che in noi donne vede culi, tette, chili di troppo, peli superflui...

Lola.

P.S. questa consentimela però.



mercoledì 2 settembre 2015

Spettacolarizzare l'orrore. Pensieri sparsi.

Per scrivere questo post ci vorrebbero una preparazione e una conoscenza che io non ho, ma provo comunque a dire quello che ho in mente.

È qualcosa che mi gira in testa da un po' di tempo e una conversazione con Jo mi ha portata ad altre riflessioni riguardo l'uso e la condivisione di certe immagini, nello specifico quelle delle violenze dell'Isis.

Ha senso, in sostanza, continuare a condividere sui social teste mozzate e corpi bruciati?
È solo "diritto di cronaca" o dobbiamo porci altre domande?

Io per prima ho spesso condiviso e continuo a condividere immagini forti, immagini che io stessa facevo e faccio fatica a guardare.
Penso ai bimbi massacrati a Gaza, ai morti in Siria, ai migranti in mare.
Ho difeso la mia scelta di condividere certe immagini, ne ho parlato a lungo con amiche e amici, a volte anche animatamente e non sempre abbiamo trovato un punto di incontro.
L'ho fatto perché credevo (e credo) che guardare in faccia l'orrore possa essere a volte necessario.
Speravo che in qualche modo l'empatia che non può non nascere guardando certe cose avrebbe potuto spingerci ad interrogarci, a documentarci, a muoverci.
Non sono certa che questo sia avvenuto, ma a volte mi piace essere ingenua. 

Ho visto fino alla nausea i corpi massacrati degli ebrei nei lager nazisti, dei partigiani ammazzati dai fascisti, delle partigiane torturate e umiliate, i loro corpi esposti in strada.
Ho guardato con terrore e pietà i volti sfigurati dai machete nelle guerre africane, i corpi martoriati di uomini e donne vietnamiti, i morti in mezzo alle macerie delle loro case.
Non sono la forza o la crudezza di un'immagine a spaventarmi.

Stavolta, però, mi pare ci sia qualcosa di diverso.

Come dice Jo, non si tratta più di un servizio fotografico, per quanto crudo, in una zona di guerra o di un reportage sui migranti che muoiono nel deserto e in mare; non sono più semplicemente immagini che denunciano l'orrore.
L'Isis fa un uso delle immagini "nuovo".
Usa l'orrore delle sue azioni per propaganda, per terrorizzarci, per mostrarci quanto avanti sanno spingersi.
Manco i nazisti, che pure erano bravini in certe cose hanno buttato in faccia al nemico i filmati delle torture, delle uccisioni, delle devastazioni.
Quelle sono arrivate dopo e con uno scopo ben preciso: far conoscere al mondo quanto era successo, cosa era stato quel regime, cosa si era fatto col silenzio e la complicità di mezzo mondo.

Loro, invece, si filmano mentre distruggono città, decapitano prigionieri, li bruciano vivi.
Con le armi bene in vista, i visi coperti, la dinamite in vita, i vestiti scuri, le bandiere.
È tutto studiato nei dettagli, ogni fotogramma, ogni gesto. Tutto quello che ci viene mostrato deve portarci un messaggio, deve farci vedere quanto possono superare il comune senso dell'orrore.

E più il nostro sguardo si dimostrerà avido di morte e barbarie, più loro si filmeranno.
Quasi un circolo vizioso.

Come dice Jo: prima di ogni cosa loro "cercano un pubblico e quel pubblico siamo noi".

E siamo un pubblico schizofrenico ed esigente. 
Ma anche profondamente razzista.
Chiediamo pietà e rispetto per chi è simile a noi, ma non lo mostriamo per chi ci pare lontano, diverso, altro

Ci viene chiesto continuamente di non mostrare le foto delle donne massacrate dai loro compagni, ma il corpo  della guerrigliera Kurda martoriato e buttato in terra era ovunque.
Ci viene chiesto di non mostrare il video della decapitazione del fotoreporter statunitense, ma si condivide la terribile sorte dei quattro uomini iracheni bruciati vivi.

"Colonizzare la morte", ha detto Jo.

La pietà che si manifesta chiedendo rispetto per i morti e per chi li sta piangendo vale solo per quelli come noi. 
Gli altri sembrano essere parte di un film. 
Quindi la loro sofferenza, la loro morte può essere esibita ovunque, tra un micetto puccioso e una frase divertente su facebook. 
Senza chiedersi niente.
Senta sentirci in dovere di mostrare quel "rispetto" con cui ci piace riempirci la bocca.

Non scinderei dal discorso, poi, anche il fattore "carnefice". 
Se questi fossero simili a noi, la smania di condivisione sarebbe la stessa? 
I commenti a corollario di video e foto sarebbero gli stessi? 
Oppure questa sorta di bulimia da immagini cruente dipende anche dal fatto che i cattivi stavolta sono musulmani?

L'assassino bianco, quello che ci somiglia è "un pazzo", lo stigma e la condanna sono tutti per lui.
Dopo che Breivik ha ammazzato 77 persone, nessun*, che io sappia, ha inneggiato alla distruzione della Norvegia. Non ci sono stati auguri di morte e stupri e torture all'intera popolazione norvegese.
Qui, ora, si chiede la distruzione di una religione (come se fosse possibile, ma tant'è), di interi popoli. Solo così qualcun* pretende di sentirsi al sicuro.
Indignazione un tanto al chilo e che, trattandosi di aguzzini musulmani, viene anche parecchio facile.