venerdì 12 giugno 2015

Parto stellare.

E così Cristoforetti torna a casa.

Sono sincera, proprio un paio di giorni fa mi sono trovata a pensare "cheppalle, non ne posso più di AstroSamantha!"
Ormai mancava che i giornali mi raccontassero se il suo transito intestinale era regolare. 
Me l'hanno fatta diventare insopportabile.
E però, cielo, quella lì è stata nello spazio! Per duecento giorni!

Su di lei l'italiano medio ha avuto tantissimo da dire.
Ne ho parlato tempo fa.

Dai classici "chissà a chi l'avrà data per arrivare fino a lì", alle battute sul ruolo da "casalinga" che avrebbe avuto nella stazione spaziale, passando ovviamente per la sua congenita incapacità di parcheggiare.

E invece, alla faccia di qualche imbecille, Samantha Cristoforetti,
«[...] oltre a essere la prima donna astronauta italiana ad andare in orbita (59esima astronauta donna di sempre a livello mondiale), detiene il record italiano di permanenza cumulativa nello spazio e il record di presenza singola sia maschile sia femminile italiana: con i suoi 199 giorni, infatti, ha battuto Paolo Nespoli che ne conta 174, accumulati in due missioni e Luca Parmitano con i suoi 166 in una missione sola.

Samantha è la donna con più giorni consecutivi nello spazio (missione ininterrotta): ha superato di cinque giorni Sunita Williams con i suoi 194, mentre il record femminile internazionale di presenza cumulativa in orbita è saldamente in mano all'americana Peggy Whitson (376 giorni).

La Cristoforetti è anche l'astronauta di tutta l'Agenzia spaziale europea con più giorni consecutivi nello spazio (record che apparteneva ad André Kuipers con 193 giorni) ed è l'astronauta di nazionalità non russa che ha trascorso più tempo nello spazio alla sua prima missione.»
 
Sul profilo twitter di AdilMauro mi sono imbattuta in una foto del poetico commento di Zucconi in merito.

 
La delicatezza di un parto complicato.
La bimba tenera e fragile che nasce.
Il ritorno alla madre.
Le possenti braccia di omoni russi che la accolgono.

Inutile dire che per un astronauta uomo si sarebbero trovate altre metafore.
Si sarebbe sottolineata la sua forza, il coraggio, la determinazione, lo sprezzo del pericolo.
Torna su, Samantha, ché qua ti aspetteranno giorni orrendi.

giovedì 11 giugno 2015

Divorzia e sii omofoba.

Ha ragione Costanza, quella di "Sposati e sii sottomessa". 

È ora di prendere una posizione forte e definitiva contro questa fissazione dei froci di chiedere i medesimi diritti di noi normali, financo quello di sposarsi.

Se lo Stato deciderà di riconoscere diritti a chi non ne ha, dice in pratica, è giusto e auspicabile che noi che li abbiamo per nascita ci rinunciamo.

Quindi, per dire, se domani lo Stato riconoscerà ai bimbi e alle bimbe nati in Italia da genitori stranieri il diritto di cittadinanza, con tutto ciò che questo comporta in materia di diritti e doveri, allora è giusto e auspicabile che noi italiane e italiani ci rinunciamo. I diritti non si guadagnano: o ci nasci o niente.

Se lo Stato dovesse riconoscere a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori il diritto ad una paga decorosa, ad orari umani, a contratti decenti, allora noi fortunate/i con busta paga e 36 ore settimanali, ci licenzieremo in massa.

E quindi, se lo Stato mai sancirà il diritto per le coppie omosessuali di veder riconosciute legalmente le loro unioni, noi etero non potremo fare altro che divorziare. 
Non ci mischiamo con certe depravazioni, noi.

Per evitare che le persone per bene corrano il rischio di vedersi equiparate a quegli abomini, Miriano ha una poposta choc, destinata a far discutere a lungo: "separiamoci tutti".
Faccio una proposta: separiamoci tutti. Se lo Stato dovesse dare una valenza pubblica alle unioni di persone dello stesso sesso, se addirittura dovesse passare il ddl Cirinnà, che non solo dà un riconoscimento alle convivenze di persone indipendentemente dal sesso, ma le equipara in tutto tranne che nel nome al matrimonio, ritengo che noi che investiamo nella famiglia ci dovremmo separare civilmente.
Giusto!
Dopotutto chi sarà mai questo signor Parlamento Europero che va in giro a sputare Risoluzioni chiedendo agli Stati membri di rimuovere gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni? Cosa ne sa lui di cosa sia giusto e cosa sbagliato? Come si permette di parlare di "diritti e vantaggi"? Questi omosessuali potevano pensarci prima di innamorarsi, cosa vogliono ora da noi? E cosa pretende di sapere la Corte Europea, che va dicendo  che la relazione sentimentale e sessuale tra due persone dello stesso sesso rientra nella nozione di «vita familiare»?

Costanza predice il male che sta per abbattersi su di noi, lei vede oltre:
Se la Cirinnà dovesse diventare una legge il matrimonio non sarebbe più il riconoscimento pubblico di qualcosa che costruisce un beneficio comune – cioè essere disposti a mettere al mondo persone e a farsene carico in modo stabile fino a quando loro a loro volta non saranno in grado di provvedere a sé e alla società – ma sarebbe solo un sigillo su un sentimento.
Capito? Riconoscendo alle persone omosessuali il diritto di sposarsi, il matrimonio non sarebbe un beneficio comune. Sarebbe solo una cosa fatta da due persone che si amano, perché se una coppia omosessuale si sposa, poi chi li fa i figli? 
Che poi ci sarebbero anche quelle coppie etero che non vogliono o non possono "mettere al mondo persone", ma evidentemente questo conta poco davanti all'orrore dell'estinzione per sodomia cui il ddl Cirinnà ci sta condannando.
[...] per i sentimenti non abbiamo bisogno dello Stato. È una cosa che ci vediamo tra noi. Più profondamente tra noi e Dio. Quel tipo di sigillo sulla nostra unione non ci interessa, anzi ci sembra un’intollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile. Volete il matrimonio? Tenetevelo. A noi non interessa così, in questa forma depotenziata di valore simbolico, svuotata di garanzie reali, resa un ologramma. Senza contare che a essere separati rimanendo insieme ci sono invece un sacco di vantaggi fiscali. Volete che qualcuno vi dica ufficialmente che love is love? Be’, a noi non interessa, lo sappiamo cos’è love (sappiamo di non sapere: il sentimento da solo è una cosa misteriosa e inaccessibile alle regole, a volte persino a noi stessi), e non ci serve a niente definirlo davanti a un ufficiale della circoscrizione (che tristezza, tra l’altro).
Lei e il marito, dopo il matrimonio religioso, hanno aspettato tredici anni e quattro figli  prima di andare a "definire" il proprio "sentimento misterioso e inaccessibile" davanti al triste ufficiale della Circoscrizione. 
Certo, volendo avrebbero potuto evitare, ma tanto lei quanto il marito sapevano benissimo che, nonostante quello che scrive, tanti dei diritti di cui la sua perfetta famiglia gode, non avrebbero potuto esserci senza quella «inollerabile intromissione dello Stato nella nostra sfera privatissima e inviolabile». 
Se così non fosse, non credo che una coppia convinta che il matrimonio sia un legame cui basta la "presenza di Dio" si prenderebbe il disturbo di andare in Comune, cosa che per Miriano non è altro che "un'anomalia", dal momento che «la Chiesa rispetta il concordato, e non vuole che ci si approfitti delle leggi» (AHHAHAHAHHAHAHHAHAHHA).

I diritti che chiedono le coppie omosessuali "già ci sono", dice Costanza. 
In più, se convivi more uxorio stai anche molto meglio economicamente, quindi non si capisce bene quale sia il problema.

Mette in mezzo tutto pur di dimostrare le proprie ragioni, anche le tasse sulla casa e le graduatorie nelle scuole. 
Da conviventi si sta molto meglio, che ve sposate a fa'? Ci perdete pure un sacco di quattrini. 

È inutile, poi, parlare di «discriminazioni a livello umano». 
Semplicemente, non esistono.
Il fatto, per dire, che per una transessuale trovare lavoro sia quasi impossibile, deve esserle sfuggito.
Come le sono sfuggite le (troppe) aggressioni ai danni di gay e lesbiche. 
Non è manco garantito il diritto di baciarsi in pubblico, figuriamoci il resto.

Per Miriano quello a cui puntano i gay e le lesbiche sono, in buona sostanza, i soldi. 
Il grosso della battaglia per i diritti delle coppie omosessuali è fatta in nome della pensione di reversibilità. Che però «aveva un senso quando una donna si dedicava tutta la vita alla gestione della famiglia, e l’uomo lavorava fuori». A mia nonna, che campa con la sua pensione minima e con quella del marito morto a quarant'anni, lasciandola con tre figlie in una città che non era la sua, a questo punto andrebbe tolta. Lavorava, lei. Non è stata a casa a dedicarsi "alla gestione della famiglia". Andava a lavorare, la sciagurata.
La donna a casa, l'uomo a lavorare.
Ecco cosa rende giusta e soprattutto valida la reversibilità della pensione.
Un omosessuale non può stare a casa per accudire i figli della coppia, semplicemente perché la coppia non può avere figli, e non è giusto che la società – i nostri figli – si sobbarchi l’onere del mantenimento della vecchiaia di una persona che è stata a casa senza contribuire al bene comune (può sempre godersi l’eredità privata del compagno).
E certo.
Il problema è che se sei frocio non hai figli, quindi non fai la casalinga, quindi non hai contribuito al bene della società e quindi devi morì di fame. A meno che non ci sia un' "eredità privata".
Ci sarebbero, poi, i casi in cui i figli ci sono eccome e vengono da eterosessualissime unioni precedenti, ma ho paura che se Costanza lo sapesse avrebbe un mancamento. 
Quelle sono meno famiglie della mia? 
Quei bimbi e quelle bimbe hanno meno diritto dei nati in una coppia etero? 
Quelle madri e quei padri sono meno amorevoli di madri e padri eterosessuali? 
No.
Il nostro orientamento sessuale non ci rende madri, padri, amiche/ci, amanti migliori di altre/i. Basta guardarsi intorno.

Per Miriano la lotta per i diritti, nello specifico, delle persone omosessuali, non è altro che una «dittatura del desiderio», un «ritorno alla schiavitù». 
Per lei, evidentemente, l'amore, l'affetto, i desideri "altri" semplicemente non esistono. 
E se anche esistessero non sarebbero altro che capricci, bullismo e violenza. 
La vita umana è indisponibile, i figli non si pagano, e se una legge vuole cambiare questo, per favore diciamolo chiaramente, non chiamiamoli dirittiumani. Questi sono diritti disumani. Non ammantiamo questa battaglia per la dittatura del desiderio di toni nobili, di difesa dalle discriminazioni, dal bullismo. Chiamiamolo ritorno alla schiavitù, a quando le persone erano cose, e si pagavano, (i gameti, gli ovuli, le donne che vendono ovuli o utero, i bambini prodotti per soddisfare qualcuno e privati della loro storia), chiamiamola dittatura del desiderio. E se anche qualcuno ogni tanto dice che c’è chi fa questo “per generosità” senza essere pagata, io dico che se sapessi di essere stata regalata via, donata a estranei da mia madre non la giudicherei certo generosa. Eppure tutto questo sarebbe permesso dal disegno di legge Cirinnà, che legittima l’adozione del figlio di uno dei due, e di conseguenza l’utero in affitto. E dall’istante in cui le unioni saranno equiparate al matrimonio, la Corte Europea ci metterà tre nanosecondi a intimarci di approvare l’utero in affitto. [grassetto e sottolineatura miei]
Tipico di questa gente: si mettono insieme in un unico immenso calderone temi che non c'entrano niente l'uno con l'altro per buttarla in caciara.

Si parlava di amore, di dio, di matrimonio, di pensione e ora si arriva lisci come l'olio all'utero in affitto passando per "l'adozione del figlio di uno dei due". 
"Di conseguenza", scrive. 
Ma di conseguenza cosa?
Cosa c'entra l'utero in affitto con Carla che adotta Gigino, che la sua compagna Lucia ha avuto quando stava con Ugo? Cosa c'entra l'utero in affitto con Marco che adotta le quattro figlie del suo compagno Michele e di Sabrina, che si sono lasciati qualche anno prima?

Non c'è nessun affitto.
Ci sono famiglie.
È facile capire.

Ma quel "di conseguenza" è il vero capolavoro di Miriano: tutto è ormai un grosso blob, un ammasso informe di concetti e "idee" pronte a scatenare indignazione un tanto al chilo.

Dopo tutto, l'omofobo medio non avrà nessuna voglia di capire davvero di cosa si parla.
Ha il suo nemico pronto su un piatto d'argento.
Potrà sfogare rabbia e frustrazione senza doversi fare troppe domande.
Potrà vomitare odio e lanciare anatemi. 
Basta poco, basta un "di conseguenza" messo al posto giusto.
Come era stato per la proposta di legge contro l'omofobia o la campagna Educare alle differenze.

Conclude Costanza:
Se una legge servirà a sancire tutto questo noi, io e mio marito, ci separiamo davanti allo Stato, perché quel matrimonio non ci corrisponde, non ci interessa, non ci appartiene, e infine non significa, oggettivamente, più niente.

E noi, cara, uomini e donne, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, etero, quello-che-ci-pare, ce ne faremo una ragione. ♥

Ah, sabato a Roma c'è il Pride.
Io, eterosessuale, sposata (al comune, ovviamente), senza prole, ci sarò.
Perché sono davvero convinta che i diritti e i doveri debbano essere gli stessi per tutte e tutti.

martedì 9 giugno 2015

Pisciate di genere.

Di stereotipi sessisti le pubblicità sono piene.

Tra le mie preferite spicca quella del Consorzio del Salame Cacciatore, che ci ricorda, appunto, che "l'uomo è cacciatore" e quindi la donna (nel caso in questione la bimba cui il bimbo offre il salame) è preda e quella dei prodotti Scala, sulle "emozioni che si tramandano", che nello specifico sono le pulizie di casa.

Ma c'era qualcosa che tra un salame e uno scopettone continuava a non essermi chiaro.
Insomma, queste bimbe e questi bimbi di tre, cinque, sette anni, perché sono così "diversi"?
Da dove nascono l'amore per il rosa, quello per l'aspirapolvere o quello per le motociclette?
Ci nasciamo?
Saranno gli ormoni?
Il pisello e la patata c'entrano qualcosa?

Per fortuna sono arrivati in mio soccorso i pannolini Huggies, che in pochi secondi mi hanno tolto ogni dubbio: l'uomo è avventuriero e la donna massaia perché lui ha il pisello e lei la patata.
Tra una piscia e l'altra, i bimbi e le bimbe hanno il destino segnato.
"Lei" penserà a farsi bella, "lui" a fare gol.
"Lei" cercherà tenerezza, "lui" l'avventura.
"Lei" si farà rincorrere, "lui" la cercherà (anche perché, come ci ha insegnato il salame, l'uomo è cacciatore).
Tutto questo, ovviamente, a meno che il pupo e la pupa in questione non abbiano "problemi" e quindi siano "anormali" e non accettino di essere incasellate/i.
Ma questa è un'altra storia e se cominciamo non se ne esce più.

Huggies, in ogni modo, ha ragione: ti pare che una femmina possa voler giocare a pallone? Mica vorrà diventare una delle "quattro lesbiche" del calcio femminile? O che un maschio possa voler cercare tenerezza. Siamo forse una manica di froci? Ma per favore!
Giocare a pallone e pettinarsi è una questione anatomica. Punto.
Se sei femmina ti trucchi, se sei maschio rotoli nel fango. Sono i tuoi organi genitali che te lo chiedono e tu non puoi farci niente.

Comunque, al di là della pubblicità in questione, la cosa per me sempre incomprensibile e agghiacciante è che ancora esistano "creative/i" incapaci di andare oltre degli stereotipi antiquati da far spavento e che le loro "idee" continuino ad essere offerte e soprattutto accettate non tanto dai committenti, ma da noi consumatrici e consumatori.

Stando alla stragrande maggioranza degli spot, il posto più consono per noi donne è ancora e sempre la casa. Da pulire, da sistemare, da disinfettare.
Al massimo possiamo andare in macchina, ma di solito lo facciamo per portare in giro la prole, fare la spesa, rimorchiare con le amiche (ma sempre con grazia quasi virginale, mica siamo delle puttanelle qualsiasi).
Qualche volta ci capita di andare al parco, ma nella maggioranza dei casi lo facciamo coi pupi a seguito, preoccupatissime per le macchie d'erba sui loro pantaloni bianchissimi. 
Per non dire della tragedia delle nottate passate nude e sole nel lettone mentre una crema scolpisce i nostri corpi. 

E noi?
Niente.
Alcune si arrabbiano, si indignano, magari lanciano campagne di boicottaggio, ma raramente ho visto fare in Italia qualcosa di forte come la campagna contro l'orrendo "Are you beach body ready?", pubblicità con una splendida donna che chiedeva a chi la guardava se il suo corpo fosse pronto per essere mostrato in bikini.

A volte ci dimentichiamo di essere potenziali consumatrici, di avere il potere di non aprire il portafogli e di non fare guadagnare un solo euro a chi ci insulta, ci umilia, ci giudica per quello che siamo, per come sono fatti i nostri corpi, per le nostre scelte di vita.



mercoledì 27 maggio 2015

Raptus

 
Alessio Spataro


Questo post è scritto insieme a Questo Uomo No.
Rosa per la femmina, celeste per il maschio, così non turbiamo nessun*.



Raptus.
Per me il raptus è quella cosa che ti prende quando non riesci a fare un lavoro di precisione e ti porta a scaraventare tutto in terra. E io con i lavori di precisione non sono mai stata un granché, come potrebbe testimoniare la prof. di Educazione Tecnica delle medie.

O magari è quello che ti assale quando sei in cucina, ti cade il cous cous che si sparge ovunque e ti metti a urlare e battere i piedi.

Io quando c’ho i raptus, magari dopo una brutta giornata in ufficio, bestemmio e scaglio cose in terra, magari sbatto la porta rischiando di farmela cadere in testa, ma ancora non ho mai ammazzato mio marito, né picchiato il cane.

Raptus.
Io il raptus ce l'ho specialmente quando la Roma gioca male. Quindi sono un esperto. Però non mi sono mai sognato di farlo diventare una categoria del pensiero, un emblema della mia vita sociale, uno strumento col quale spiegare tutto ciò di cui non mi conviene cercare il responsabile.

Non credo, per dire, che raptus sia quando ammazzi la tua ex compagna che si sta rifacendo una vita, o tua figlia che non obbedisce o tua moglie che non accetta di dire sempre sì.
Eppure quella del raptus pare essere diventata ormai la scusa principale di ogni stupratore, di ogni assassino.
È una scusa facile e veloce, buona per tutte le occasioni e non stupisce che sia la nuova tesi difensiva del femminicida.
 
Invece l'ho visto diventare proprio questo. Sono anni che ne parlo in giro, a proposito dello sconsiderato uso che ne fanno i/le giornalist* su carta, video e web, in occasione di femminicidi, e quello che non volevo vedere a nessun costo è diventato realtà: adesso “raptus” lo usano direttamente gli assassini. E, anche loro, sconsideratamente: l'ultimo, a Gorghetto, si dice vittima di un raptus durato dalla sera alla mattina. E finito, guarda un po', poco prima di suicidarsi.

Stanno finalmente imparando anche loro ad usarla a proposito.

L’ultimo in ordine cronologico è il tizio che dopo aver ammazzato moglie e suocera  avrebbe affermato di essere stato in preda a un raptus causato da “difficoltà lavorative”.
E chiunque sia minimamente attenta/o a quanto succede ogni volta che un uomo ammazza una donna, la compagna, la moglie, l’amante, la figlia, sa benissimo che raptus e “difficoltà lavorative” sui media nazionali vanno sempre a braccetto, solitamente accompagnati da “separazione” e “divorzio”.

Il passaparola, evidentemente, ha funzionato: ormai sanno tutti cosa fare, dopo aver stuprato o ammazzato sconosciute, compagne o altre donne di casa per i più vari motivi. Il raptus lo ammettono direttamente loro, pronti a vedersi affibbiare come una banale pratica amministrativa quella seminfermità mentale, tanto comoda in un codice rimasto orfano del delitto d'onore ma sempre patriarcale nel midollo.

Uno che ha usato apertamente la scusa del raptus, stando alle cronache, sarebbe stato lo stupratore reo confesso della tassista romana, che avrebbe detto che era preda di un raptus perché l’autobus non passava e lei era “così attraente”. Pare che lo stesso tizio sia stato riconosciuto da una ragazza che sostiene di essere stata molestata da lui in ascensore.
Evidentemente c’è gente che è presa dai raptus con più facilità di altra.
In questo caso, comunque, raptus è stato usato come sinonimo di “obbligare una donna a farti un pompino perché l’autobus era in ritardo”.

Alla faccia della competenza specifica che servirebbe per usarla, ormai la parola “raptus” è tanto diffusa che fa tendenza, fa cultura. Ma è tutto normale, anche se non si finisce nel delitto; è una violenza ammessa, credibile, certo inevitabile, e che ci vuoi fare? Sta nelle cose, è nella natura del maschio, come ci dice l'esperto Formigoni: proprio l'essere recidivo, come ad esempio nel suo caso, testimonia la genuinità di quel comportamento.

Sarebbe stato bello leggere articoli e ascoltare servizi in tv che smontassero pezzo per pezzo la teoria del raptus invocata da questi soggetti.
Sarebbe stato bello anche solo un commento fatto a mezza bocca da qualche addetto/a ai lavori.
Che ne so un “e certo, mo’ se chiama raptus” durante il Tg delle 19.

Quando il maschio si vede impedito nell'esercizio del suo potere – a casa, nel lavoro, per i cazzi suoi che non vanno come vorrebbe – allora urla, insulta, mena, ammazza. E' il raptus bellezza, e io sono maschio, che ci posso fare?

E invece no.
La notizia è stata data come se fosse normale ammazzare e stuprare e poi dire “eh, ma io c’avevo il raptus”.
Sarebbe stato soprattutto un segnale forte della volontà da parte dei media di cambiare rotta, perché se questi assassini parlano in un certo modo, portano un certo tipo di giustificazioni alle loro azioni, o meglio, pensano di poter trovare una giustificazione alla violenza e al femminicidio, è perché da qualche parte hanno letto e sentito che se un uomo ammazza una donna, di certo lo ha fatto per problemi di lavoro, di famiglia, per “gelosia”, per “un amore sbagliato”, per problemi erettili, per un raptus incontrollabile. Tempo fa uno disse che aveva ammazzato la moglie perché si era sentito umiliato dopo che lei lo aveva invitato a farsi una doccia perché puzzava. Per dire, di scuse se ne trovano a pacchi, volendo.

Quanto tanti maschi siano cresciuti sapendo che anche a loro può prendere un raptus e diventare maleducati, cafoni, violenti o assassini, lo si misura non da quanti hanno risposto sui social a Formigoni, ma da quei maschi – silenziosa invisibile soffocante maggioranza – che si sentono solidali con Francesco Grieco e la sua depressione: «dopo alcuni giorni l'uomo avrebbe però smesso l'assunzione dei medicinali, poiché riteneva che non giovassero al suo stato d'animo e fossero utili solo a tranquilizzarlo e conciliare il sonno». Senza lavoro, «frustrato dalla disoccupazione […] si è ritrovato ad assistere la suocera invalida», a non essere più maschio come prima. 

Eppure, stando a quanto dice Claudio Mencacci, ex presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, la Psichiatria esclude l’esistenza del raptus. In un’intervista a La 27esimaora su Il Corriere della Sera, Mencacci afferma che molto, molto spesso, dietro a episodi di violenza come quelli cui ho accennato, c’è «sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo».
Niente raptus, dunque, ma un modo di intendere la vita e i rapporti tra le persone, che porta a credere che le donne siano una proprietà, un oggetto, così come i figli e le figlie. Cose su cui si pretende di avere diritto di vita e di morte. Più di morte che di vita, stando ai numeri.

«Gli italiani mi danno ragione», dice Formigoni, anche se sicuramente nessuno ammazzerebbe per la frustrazione, no? E infatti. Quella psicologica/psichiatrica non è che una delle tante facce del problema. Ci sono anche quella sociale, politica, culturale – tutte facce scomode che nessuno vuole vedere, finché una di queste facce diventa un pluriomicida, sedicente in preda a “raptus”. 

Eccolo, il raptus del femminicidia e dello stupratore.
Non è un “gesto inconsulto” come quando esci di casa, ti accorgi di aver dimenticato le chiavi e prendi a calci la porta.

Quant'è bello, il raptus. Non ti avvisa, ti risolve i problemi, ti fa fare la figura del maschio, ti toglie tanti anni di galera, salva la tua reputazione e sparge terrore e fatalismo in tutti gli altri, produce titoli efficacissimi.

È qualcosa che viene da lontano, che ti porta a pensare che quella cosa lì, che vive con te, che magari hai amato (?) ti appartenga e non abbia dignità, quasi fosse un elettrodomestico  che non fa più quello che gli chiedi che quindi prendi a calci, tiri per terra, rompi, scaricandoci sopra tutto il tuo odio e la tua rabbia.

Viene, piaccia o no, da una cultura che ci domina e ci opprime da millenni, che ci insegna che le donne non hanno valore se non è un uomo a darglielo, che le donne non possono volere e desiderare se un uomo non le autorizza a farlo.

Questi uomini no.

Si chiama "cultura patriarcale".

(grazie ad Alessio Spataro per la vignetta)

venerdì 15 maggio 2015

Di sport, sessismo e lesbofobia.

Pare che durante la riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile dello scorso marzo, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli abbia detto: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”.

I giornali, praticamente tutti, parlano di "gaffe", così come fecero con Tavecchio e le banane dei calciatori di colore.

Solo che secondo il Vocabolario Treccani, gaffe  significa "atto, comportamento, espressione e sim., commessi o detti per goffaggine, inesperienza o anche semplice distrazione, che creano comunque imbarazzo negli altri (corrisponde al termine ital., ormai raro, topica)".

Diciamo che più che di goffaggine, inesperienza, e distrazione, qui mi sembra ci siano in gioco il solito sessismo e una grandissima dose di lesbofobia, oltre che i malcelato disprezzo per qualcosa che è evidentemente considerato poco interessante e remunerativo.

Che il calcio, insieme a molti, moltissimi altri, sia tra gli sport considerati "non da femmine" ce l'hanno detto già parecchie volte.
Ce l'hanno insegnato da bimbette, più o meno in prima media, quando i maschi con cui avevamo giocato a pallone in cortile fino a qualche mese prima non ci volevano più in squadra e ci viene ricordato spesso, anche quando siamo semplicemente tifose. 

Al massimo possiamo parlare di mestruazioni, uncinetto
e dei mille e uno modi di smacchiare il divano.
Cosa ne sanno dopotutto le donne del pallone? 
Devono sta zitte, al massimo possono dire quanto è bono Nainggolan, ma niente di più.

Non capiscono manco il fuorigioco (che poi ad essere sincera non è che ci vuole una gran scienza per capire il fuorigioco. Io, per dire, l'ho capito alle elementari, quando Holly si vide annullare una rete segnata contro la Mambo).

C'è uno stranissimo processo mentale che porta a credere che le donne non solo non possano praticare gli stessi sport degli uomini, ma anche che quando lo fanno non possano aspirare al professionismo, come se per loro (io so' poco sportiva, quindi mi chiamo fuori) sudare, correre, faticare, farsi male fosse un capriccio, un modo come un altro per passare il tempo tra la pulizia del cesso e la ceretta.


Tempo fa, un amico appassionato di Roma, antisessismo e Linus, mi ha fatto leggere la lettera scritta da una calciatrice di Genova a Del Buono, allora direttore di Linus, in merito a un articolo di Beppe Viola sul calcio femminile, definito come "l'attività più kitsch della storia dell'umanità" e "volgare"

Giusto per ribadire che un certo tipo di disprezzo e derisione non è una novità ed è molto più radicato di quanto crediamo.

Parlando di "dilettantismo", le giocatrici della femminile dell' “All  Reds  Rugby  Roma”, hanno lanciato una petizione indirizzata a  Malagò (presidente del C.O.N.I.) per chiedere "Pari diritti per uomini e donne nello sport e nel professionismo sportivo!" Vale la pena leggerla e, per come la vedo io, firmarla.


P.S. Le Femministe Romaniste si vedranno domenica alle 20.45 al CSOA La Strada per guardare insieme Roma-Udinese. Garantiamo turpiloquio, ansia e tifo.








lunedì 11 maggio 2015

Raptus.

Pare che l'uomo fermato con l'accusa di aver stuprato e rapinato una tassista a Roma abbia confessato.

Secondo i giornali avrebbe detto che è stato un "raptus".

Deve essere un lettore attento dei quotidiani nazionali, uno scrupoloso ascoltatore di telegiornali e programmi di "approfondimento", perché con una sola parola ha dimostrato di aver imparato bene la lezione.

Perché se per ogni femminicidio, per ogni aggressione, per ogni stupro, i media parlano di "raptus" o di "follia", giustificando -di fatto- ogni violenza, allora davvero non ci voleva molto perché qualcuno cominciasse ad usare "raptus" o "follia" per giustificarsi e deresponsabilizzarsi.

Se nella sua confessione l'uomo ha davvero usato il termine "raptus", allora significa che abbiamo ragione quando parliamo della responsabilità dei media nel racconto della violenza, vuol dire che campagne come non sono un #mediacomplice non sono un capriccio femminista, ma una necessità cui ci hanno portato giornalismi irresponsabili e complici, col  loro continuo giustificare e minimizzare la violenza.



Marci per la vita.


Domenica a Roma c'è stata la quinta edizione della Marcia per la Vita, organizzata da movimenti ultracattolici antiabortisti e partecipatissima da fascisti, suore, preti e farmacisti obiettori, che dopo essere andati a farsi benedire da Papa Francesco hanno sfilato fino alla Bocca della Verità, tra crocifissi e madonne.





Per la quarta volta sono andata a vedere, spinta da un misto di masochismo e interesse sociologico.



Ho riconosciuto parecchie facce e riguardando le foto delle edizioni precedenti di diverso ci sono solo i bimbi e le bimbe cresciuti e i nuovi imperdibili gadgets: paciocchini/feto e piedini/spilla, tutto a due euro.











Lotta studentesca fronte
Per il resto, il solito schifo: preti convinti di avere il diritto di dire alle donne come gestire i propri corpi e le proprie vite, donne che non colgono la differenza tra le parole "subire" e "scegliere" e quindi pubblicizzano centri per "guarire" chi ha "subito l'aborto volontario", fascisti, medici e farmacisti obiettori (che però nascondono con cura il proprio nome scritto sul taschino del camice).
Lotta studentesca retro











Anche gli slogan sono stati sempre i soliti: l'aborto è omicidio, l'eutanasia pure, la fecondazione assistita è eugenetica, l'Europa è massonica perché ci sono "droga, aborto, eutanasia".







Ad essere sincera ho pochissima voglia di raccontare quello che ho visto sfilare per le strade della mia città, l'ho già fatto altre volte e, come detto, quest'anno non è stato poi tanto diverso dai precedenti.


Farmacisti cattolici





È stato disgustoso e violento come sempre, sono cambiati solo orario e percorso.

Però un episodio degno di nota c'è stato.
Me ne stavo tra lo schifato e l'incredulo sul ponte aspettando l'arrivo di Militia Christi, quando con la coda dell'occhio leggo "l'utero è mio e..."

Mi si è aperto il cuore!
Non sono sola!
Sono arrivate le compagne!
Hanno deciso di fare qualcosa, di non lasciarli sfilare impunemente!
Eccole, come a Castel San'Angelo nel 2012!

Non potete immaginare quello che ho pensato in quei pochissimi, intensissimi secondi.

E invece poi mi sono girata e ho letto bene il cartello.
Ecco, a quel punto non puoi che invocare l'asteroide.




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