Appello per il ritiro dello
spot del Ministero del Lavoro: "Sicurezza sul lavoro. La pretende
chi si vuole bene"
La Campagna per la sicurezza sul lavoro, promossa dal Ministro
del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La
pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot:http://www.lavoro.gov.it/
rivolti solo al lavoratore e non a tutti gli “attori”
coinvolti.
Dopo aver frantumato il Dlgs 81 del 2008 del Governo Prodi, hanno ben
pensato di correggerlo con il decreto correttivo Dlgs 106/09 (sanzioni
dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni
casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc).
Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot inutili che
costano alle nostre tasche ben 9 milioni di euro. Spot non solo inutili,
ma anche dannosi per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, e non
perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi. Spot che colpevolizzano
sottilmente il lavoratore stesso, nascondendo una realtà drammatica:
l’attuale organizzazione del lavoro offre ben poche possibilità al
lavoratore di ribellarsi a condizioni di lavoro sempre più precarie in
tema di sicurezza.
E’ una campagna vergognosa perché oggi il lavoratore ha ben poche
possibilità di rispettare lo slogan “Sicurezza sul lavoro. La pretende
chi si vuole bene”, quasi che la mancanza di sicurezza fosse imputabile
al fatto che il lavoratore non vuole bene a se stesso ed ai suoi
familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge,
ovvero i datori di lavoro. Sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di
lavoro. Non accenna minimamente al fatto che i lavoratori, specialmente
di questi tempi, sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di
scegliere di fronte ad un lavoro in nero, un lavoro precario e un lavoro
a tempo determinato, mentre devono viceversa sottostare a ritmi da Medio
Evo.
La campagna dovrebbe invece avviare un processo di comunicazione diffusa,
in modo da rendere nota a tutti la necessita’ di un impegno costante da
parte di tutti gli “attori” coinvolti, soprattutto di chi deve garantire
la sicurezza. Questi spot devono essere sostituiti da una campagna di
comunicazione che dovrà puntare sulle responsabilità civili, penali e non
ultime anche etico-morali che l’imprenditore deve assumersi per tutelare
l’integrita’ delle persone che lavorano per lui.
Via questi spot vergognosi. Pretendiamo viceversa più ispettori ASL
e più risorse, affinchè la mattanza quotidiana dei lavoratori abbia fine.
Non si raggiunga il profitto a tutti i costi e soprattutto non lo si
faccia attraverso il sacrificio di vite umane innocenti.
FIRMATARI:
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei
Lavoratori per la Sicurezza-Firenze.
Andrea Bagaglio-Medico del Lavoro-Varese.
Leopoldo Pileggi-Rappresentante dei lavoratori per La
Sicurezza-Correggio.
Daniela Cortese- RSU/RLS Telecom Italia Sparkle-Roma
N.B Chi vuole aderire all'appello, invii il proprio nominativo, azienda,
qualificà e Città al seguente indirizzo email: bazzoni_m@tin.it
«Io voglio un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza» (Bartolomeo Vanzetti) E' piuttosto ovvio che questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7-3-2001 (ma davvero tocca scriverlo?)
domenica 10 ottobre 2010
Diffondo
venerdì 8 ottobre 2010
Di giornalismo, ipocrisia e cazzate varie.
Quando una ragazzina di quindici anni scompare, la prima cosa che si fa di questi tempi è correre su facebook a vedere quale foto ha messo come profilo, quanti amici ha, a quali gruppi è iscritta, nella speranza di trovare chissà cosa.
Poi si continua andando a riprendere da ogni angolazione possibile i vestiti che indossava, i libri che leggeva, la musica che ascoltava, i poster, il diario.
E visto che spesso a quell’età si è un po’ cretini, allora si comincia a dipingere la ragazzina come una sciocchina, una che voleva fare la velina, che giocava con i ragazzi, probabilmente era anche una facile, odiava la sua famiglia, voleva scappare dal paese e via così. Ah, questi giovani d'oggi, scontenti di tutto, senza ideali.
Poi la ragazzina si trova.
Se è viva e sta bene, la faccenda finisce lì, una bravata da adolescente, fatta senza pensare alle conseguenze.
Non c’è notizia, non c'è sangue, non c'è dolore. Al massimo ne può uscire una puntata da Sposini o dalla D’Urso per filmare il ritorno a casa e la riappacificazione, tra lacrime, sorrisi e frasi di circostanza sull’importanza del dialogo tra genitori e figli.
Alla “ribelle” si spiega con tono paterno che la ribellione è sbagliata, che non si deve fare l’oca in giro, che internet è pieno di pericoli.
E lei annuisce sorridendo, senza trucco, vestita da educanda e abbraccia la mamma.
Se invece la ragazza viene stuprata parte la caccia al mostro, si chiedono e si danno i più macabri dettagli e lì le puntate sono decisamente più d’una, con ospiti, opinionisti e di nuovo lacrime e abbracci, col solito contorno di luoghi comuni sulla rete, sui tempi che sono cambiati, signora mia, non si può più girare da sole. E questi extracomunitari che vengono senza controllo, poi. E però queste minigonne troppo corte e il trucco pesante, dove andremo a finire.
A volte però la ragazza muore e dal punto di vista mediatico è una svolta: trasmissioni, collegamenti, comparsate, opinionisti di grido, psichiatri da salotto, plastici. E non solo al pomeriggio, ci sono finalmente le prime serate.
C’è da stazionare ore e ore davanti ai portoni delle case, suonare campanelli, parlare ai citofoni, intervistare i vicini, il verduraio di fiducia, la compagna di scuola.
Ma mai, nemmeno per un attimo si pensa a chiedere scusa per lo schifo che su quella ragazza s'è buttato fino a qualche ora prima.
Ieri ho guardato Linea Notte per qualche minuto.
La giornalista era in piedi davanti all’appartamento della famiglia Scazzi, visibilmente impacciata e con lei c'erano decine e decine di altri giornalisti, telecamere, microfoni pronti a rubare il più piccolo rumore, il minimo dettaglio.
Tutti a correre da una parte all’altra, senza il minimo rispetto per chi là dentro stava piangendo una figlia morta in un modo atroce.
Una famiglia sventrata assediata da "giornalisti" che dovevano procurare al pubblico pagante la dose di dolore quotidiana.
“Dobbiamo dividerci gli spazi”, ha detto sorridendo.
Ecco, io in quel preciso istante ho provato un senso di schifo che ho sentito poche volte nella vita.
La spettacolarizzazione del dolore altrui sta diventando ogni giorno più forte, macabra, violenta, irrispettosa verso tutto e tutti.
Come se non fosse successo niente dalla fine di Agosto, oggi tutti parlano di una povera ragazza, tanto dolce e piena di sogni che è morta ammazzata, sperando che nessuno si ricordi che di quella stessa ragazza fino all’ultimo momento s’è detto di tutto.
Solo che qualcuno se lo ricorda, io me lo ricordo e per quanto possa sembrare strano, l’atteggiamento di questi “giornalisti” mi fa male.
Mi fa male come adolescente “ribelle”, perché portavo i pantaloni troppo larghi e i capelli troppo corti e la mia professoressa di lettere al liceo non sapeva se darmi della lesbica (che poi, cara G., non è un insulto, tanto per la cronaca) o della tossica.
Mi fa male come donna che ogni giorno si trova davanti mille stereotipi e fa una fatica bestiale a non sbroccare davanti all’ignoranza e alla pochezza di certa gente.
E non è solo per questa storia. Questo modo di fare giornalismo, di cercare la notizia, di sezionarla, sventrarla e darla in pasto a tutti è ormai prassi comune.
Ha ragione Lorenzo, che la chiama pornografia.
giovedì 7 ottobre 2010
Femminicidi, voyeurismo e sciacallaggio.
Sarah Scazzi è l’ennesima vittima della violenza maschile sulle donne, di quella più subdola e nascosta, quella negata che, probabilmente, fa più male perché avviene nella propria casa , luogo in cui in teoria ci si dovrebbe sentire protetti.
Eppure l’avevano detto di “cercare in famiglia”, l'aveva detto la madre, ma è molto più facile (e televisivamente redditizio) mettere in mezzo uomini conosciuti in rete, il demoniaco facebook, le chat clandestine in biblioteca, i romeni, il bello del paese.
Certamente è molto più facile che dire padre, zio, fratello, nonno.
La violenza in famiglia è la prima causa di morte per le donne, ma resta un tabù: non si possono mica minare le basi della nostra società.
Prima di pensare che l'assassino, il violento, lo stupratore siano in casa, proviamo a guardare fuori.
Eppure le notizie di ogni giorno parlano chiaro: donne picchiate, stuprate, ammazzate da mariti, compagni, padri, fratelli.
La vicenda di Sarah Scazzi, come capita troppo spesso, è stata da subito resa più che pubblica: in questi mesi ci sono state decine di trasmissioni televisive, giornali e giornalacci hanno fatto le solite opere di becero sciacallaggio, così come piace alla gente.
Interviste ai vicini, al ragazzo del bar, alla cugina preferita, agli amici, alla madre...
Sempre in televisione, per la gioia del guardone pomeridiano, tra lacrime vere e parole di circostanza.
Perché dobbiamo essere onesti: ci piace sentir parlare di morte e di violenza. Vogliamo i dettagli, i più macabri possibile. Ci piacciono il mostro e la vittima, dobbiamo sapere tutto.
Fateci vedere la stanza diella morta, i suoi diari, i libri che leggeva, il pupazzo di quando era bambina.
Fateci vedere la casa dell’assassino, i figli, la moglie.
Possibile che non ci sia nessun filmato su youtube? Un mms sconcio?
Vogliamo vedere il sangue, raccontateci gli ultimi attimi di vita, spiegateci passo passo come si muore, quanto fa male. L'ha stuprata? E come? Quante volte? Lei piangeva?
Diteci tutto e fatelo in diretta, mentre siamo sul nostro bel divano con la famiglia.
Io non so se ci si rende davvero conto di quello che è successo ieri.
È successo che a una madre la televisione ha detto "hanno ammazzato tua figlia e hanno trovato il suo cadavere".
Questa non è voglia di sapere, di informarsi. E non è fare informazione.
Questo è voyeurismo e sciacallaggio.
martedì 5 ottobre 2010
Faith e le altre
Copio e incollo senza pudore alcuno da Sud De-Genere, ma ho avuto il permesso, quindi posso.
La storia di Faith la conosciamo tutte e tutti ormai, molte e molti di noi a luglio hanno sottoscritto appelli,indignandosi per l’ espulsione della giovane nigeriana e sentendo la grande responsabilità del trattamento riservatole dallo Stato italiano . Poi di Faith non se n’è sentito parlare per un poco di tempo, finchè un’altra donna ed un’altra condanna a morte non sono stati strumentalizzati da istituzioni e governi internazionali, e allora qualche persona ha iniziato a chiedersi: ma Faith?
Ma Faith….
Appello dell’amica Bruna Giovanna Pineda :
“”Gentilissimo Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano,
mi chiamo Bruna Giovanna Pineda, sono assessora alla Pace e ai Diritti Umani del Comune di Rovigo, e mi rivolgo a Lei per questo mio appello in quanto massimo rappresentante dello Stato Italiano e garante della Nostra amata Costituzione .
Innanzitutto le dovrò raccontare la storia di Faith, una ragazza nigeriana di venti anni che aveva un sogno…quello di poter vivere in un Paese civile, e pensava di averlo trovato in Italia.
Faith riesce a fuggire dal suo paese, la Nigeria, nel 2007. Durante un tentativo di stupro da parte del suo datore di lavoro – appartenente a una delle più ricche e influenti famiglie dello stato -, Faith (che all’epoca non aveva ancora vent’anni), lo uccide. Quando, su cauzione, viene rilasciata dal carcere, decide di fuggire in Italia senza attendere il processo: l’ordinamento del suo paese non prevede l’attenuante della legittima difesa e rischia dunque (anche per le pressioni della famiglia del suo datore di lavoro/stupratore) di essere sicuramente condannata a morte. In Italia Faith spera di rifarsi una vita e invece, dopo tre anni, non riesce ad ottenere neanche il permesso di soggiorno. Così questa estate, quando le sue urla durante un nuovo tentativo di stupro fanno giungere una volante nella casa di Bologna dove abita, quello che attende Faith è dapprima il Cie di via Mattei e poi, il 20 luglio, nonostante la richiesta d’asilo presentata dal suo avvocato, il rimpatrio forzato in Nigeria dove attualmente è detenuta in attesa della condanna a morte per impiccagione. Solerti funzionari/burocrati fanno notare che il rimpatrio di Faith era inevitabile poiché su di lei gravavano già due decreti di espulsione. Ma il punto è che Faith non doveva/poteva essere espulsa. L’art. 19, comma 2°, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000) dice infatti: “Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti.”. E invece è stata rimpatriata il giorno stesso in cui veniva presentata la sua domanda per l’asilo politico, senza nemmeno darle il tempo di raccontare la sua storia e da quel giorno di lei non si è saputo più niente.
Benché l’Italia sia uno dei paesi promotori della moratoria contro la pena di morte, non si è esitato a mandare al patibolo una donna che ha saputo reagire alla violenza maschile, una donna da cui tutte abbiamo tanto da imparare. Allora perché continuiamo a tacere ? Con il nostro silenzio la stiamo condannando a morte una seconda volta.
Carissimo Presidente, mi rivolgo a Lei con la speranza che questa volta l’appello per salvare Faith non cada nel vento: questa ragazza è stata condannata a morte solo perché ha avuto il coraggio di ribellarsi agli abusi e alle violenza, e noi non possiamo esserne complici.
Visto che l’Italia giustamente è sempre stata in prima linea (vedi la campagna per salvare Sakineh) per denunciare quei paesi che violano i diritti umani, come mai nel caso di Faith, dove è stato violato l’art. 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, oltre l’art. 2 e 10 della nostra Costituzione, nonostante i numerosi appelli di associazioni è calato un imbarazzante silenzio? Come se non bastasse la vicenda di Faith apre “un pericoloso precedente”, potendo divenire un deterrente a ribellarsi a violenze subite per tutte quelle donne migranti in condizione di “clandestinità” . Tutto ciò non è accettabile per uno stato che si definisca “democratico” e “civile” come il nostro.
Con la speranza e la fiducia che questa volta l’appello per salvare Faith venga ascoltato,
cordiali saluti
Bruna Giovanna Pineda
Assessora alla Pace e ai Diritti Umani
Comune di Rovigo
Di seguito l’indirizzo internet dove si può trovare l’appello da sottoscrivere
http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/post/2010/09/25/un-appello-internazionale-per-faith/
Parte Civile
Dopo il terribile omicidio di una donna che difendeva il diritto della figlia di non sposarsi contro la propria volontà, il civilissimo italico mondo si alza indignato e il Ministro per le Pari (?) Opportunità dichiara di volersi costituire parte civile nel processo.
Giusto, giustissimo.
Un po' meno giuste mi sembrano essere le parole usate e le motivazioni addotte.
La Carfagna dice: "Chi compie violenze e abusi contro le donne, chi addirittura pensa di disporre della loro vita, non può e non deve trovare accoglienza nel nostro Paese, perché l'Italia rifiuta e respinge con decisione qualunque forma di prevaricazione degli uomini sulle donne".
Si.
Solo che io ho il viziaccio di leggere questo blog, Bollettino di Guerra, e le cose cominciano a non tornarmi più.
La stragrande maggioranza delle violenze e dei femminicidi si consuma tra le mura domestiche.
Italianissimi uomini uccidono le "loro" donne, le stuprano, le umiliano, le massacrano di botte.
Italianissimi padri devastano l'esistenza delle figlie, le picchiano, le ammazzano e -ma forse sono io che mi sbaglio- non mi pare che il Ministero si sia mai voluto costituire parte civile.
Tutta questa faccenda mi ricorda la campagna elettorale per le elezioni comunali di Roma, che il SindacoDegliAltri e i suoi incentrarono tutta sui rumeni brutti e cattivi che vengono nel nostro paese a violentare e uccidere le nostre donne.
Cos'è, se ci stuprano e ammazzano gli italiani fa meno male? Esiste l'aggravante di razza? Forse che essere stuprata da un milanese è meglio che essere stuprata da un senegalese? O magari ammazzare la propria moglie è più grave se sei pachistano?
Se davvero si volesse essere coerenti, il Ministero dovrebbe costituirsi parte civile per tutti i processi per stupro e femminicidio e non solo nei casi sensazionali e utili alle campagne elettorali. Lo trovo piuttosto ipocrita.
lunedì 4 ottobre 2010
No Berlusconi Day 2
Anche quest’anno sono stata al No Berlusconi day.
Ok, lo dico e so già che con ogni probabilità mi piglierò non pochi vaffanculo, come quando ho osato criticare Grillo, ma non me ne frega niente e lo dico ugualmente.
Il fatto è che il popolo viola non mi convince.
Leggendo i resoconti sui “giornali amici” viene fuori che la crema della società italiana era in piazza sabato scorso, Telese scrive: “…sono gente con la testa sulle spalle, che legge e si informa su Internet e sui giornali, che fa parte di quella minoranza illuminata che ancora divora libri”.
Oddio, se lo dice lui mi fido: lui è il nuovo idolo del giornalismo libero italiano e io non sono niente, ma ho visto sfilare una gran massa di pecoroni accanto a gente con la testa sulle spalle bla bla bla. Mo' far diventare il popolo viola il nuovo punto di riferimento culturale del paese mi pare troppo. (Si, ok, io non sopporto Telese e forse mi disturberebbe anche se scrivesse un elogio della Nutella)
Molti slogan, alcuni carini, altri meno, qualcuno davvero triste e poco riuscito.
Molti non avevano idea del perché erano lì. Si, mandiamo via Berlusconi, ma poi?
Ecco, è il “poi” di questo popolo viola che mi sembra quantomeno sfuggente.
Slogan, solo slogan. Tutti uguali, sempre le stesse parole.
Molta voglia di dichiararsi fuori dalle logiche di partito, ma sommersi di bandiere dell’Italia dei Valori.
E ad ogni critica la risposta è sempre la stessa “i partiti hanno fallito mandiamo a casa Berlusconi sono tutti uguali Bersani dorme Di Pietro è la sola opposizione”.
Un miscuglio tra i grillini duri e puri e l’uomo qualunque. E a me l’uomo qualunque fa un po’ paura.
Sarò indubbiamente ferma a schemi del passato, ma a me piace l’appartenenza politica.
Mi piace riconoscermi in una bandiera, cosa ben diversa dal volersi “nascondere” dietro di essa, come hanno detto dal palco del No B. day, facendo incazzare la mia amica T., che è una delle persone più tranquille che esistano al mondo, o dall’accettare acriticamente qualsiasi cosa.
È che io voglio “le basi”.
E per me odiare Berlusconi non è una base sufficiente: ormai lo odia anche Bocchino, nonostante il voto di fiducia.
venerdì 1 ottobre 2010
Aspetto fiduciosa
A Luglio si iniziava a parlare del pedaggio sul GRA e il SindacoDegliAltri, un vero macho, disse: "vado io con la macchina e lo sfondo".
Un vero uomo, altrochè, gli anni di forzata lontananza dalle piazze della giovinezza non sembrano averlo fiaccato.
Ieri la Camera ha dato il via libera al decreto legge per il settore dei trasporti che tra le altre cose contiene le misure sui pedaggi per le autostrade e i raccordi autostradali.
Quindi dal prossimo maggio si pagheranno tutta una serie di strade gestite dall'Anas, tra cui la Roma-Fiumicino e il GRA.
In tutto questo l'amministrazione comunale, ha presentato un ordine del giorno per impegnare "il governo a intervenire a favore dei pendolari, escludendo dall'applicazione del decreto determinati tratti di autostrade e raccordi in gestione diretta dell'Anas e interessati da traffico prevalentemente urbano".
Cioè, in pratica il governo decide di far pagare e il comune "auspica" un intervento in favore dei pendolari.
Comunque andrà, io una cosa sola voglio dire: L'HAI PROMESSO! Hai detto che ti saresti andato a schiantare contro il casello. Sono pronta a fare colletta per pagare il pieno. Giuro.