[Premessa: io di genitori separati non so nulla: i miei stanno ancora insieme dopo trentacinque anni e io non sono né madre, né moglie. Quindi non mi metto a parlare della condizione dei padri separati.
Non so nulla nemmeno di padri violenti, visto che il mio non ha mai alzato le mani su mia madre e me.]
La storia del portiere del Brescia che dopo la partita saluta i bambini che l'ex moglie non gli permetterebbe di vedere, sta riempiendo le pagine dei giornali e ne parlano un po' tutti.
Io non so perché abbiano divorziato né tantomeno so perché lei gli impedirebbe di stare coi figli, quindi sospendo il giudizio e passo oltre.
Ne parla profusamente anche tale Stefano Zecchi su "Il Giornale" (tra l'altro gli articoli sono due, praticamente identici. uno e due), rendendo la vicenda di Sereni l'emblema della nostra società matriarcale.
L'idea di fondo di Zecchi (professore di Estetica all'Università di Milano ed ex assessore alla cultura, come mi fa sapere wikipedia) è che in Italia il potere sia tutto delle madri e che i poveri padri non sono altro che vittime di una giustizia mammocentrica e misandrica.
Dice che nel 95% dei casi di separazione i figli vengono affidati alla madre, figura ipertutelata e che questo va "a tutto danno del padre".
Parla di gente (amici suoi) ridotta sul lastrico per mantenere moglie e figli. Moglie che peraltro si "vendica" trovando mille cavilli per impedire al padre di vedere i propri figli.
Immagino che in qualche caso questo possa accadere: la stronzaggine non ha sesso, quindi credo che esistano donne stronze, così come esistono uomini stronzi.
Ma Zecchi sembra presentare il tutto come la sola realtà post-divorzio e trovo la cosa francamente nauseante.
L’articolo, poi, è zeppo dei soliti luoghi comuni tanto cari agli “intellettuali di destra”, roba alla Massimo Fini e Nicholas Farrel, per intenderci.
Nelle cause di separazione, dice, la madre è vista come la vera educatrice, mentre al padre è lasciato un ruolo subalterno: "[...] il padre non è rilevante come la madre nell’educazione dei figli. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: abbiamo una società mammocentrica, e i figli crescono totalmente mammizzati. Ma il dramma non si restringe alla condizione dei separati: nelle famiglie normali, il padre non esiste come figura di responsabilità, di ordine, di autorevolezza. I padri sono stati rottamati. Anche per colpa loro, ma innanzitutto delle madri. La donna oggi non è più la casalinga di un tempo: lavora, spesso ha ruoli di responsabilità pubblica e finisce per portare la sua autorità in famiglia, sottraendola ( anche in buona fede) al padre che, talvolta, trova vilmente nella condizione di potere della donna l’alibi per infischiarsene dell’educazione dei figli, oppure si rassegna a vivere la frustrazione della sua emarginazione."
Ecco a voi il colpevole. Ed è sempre lei, la donna. Questo strano essere che sanguina e non muore, questa cosa che fa nascere e nutre facendo uscire un misterioso liquido dal suo stesso corpo, da quelle protuberanze che ha sul davanti.
Ah, tu, Donna, adoratrice del demonio, strega! Che vai a lavorare e magari fai anche un lavoro che ti piace e che ti da delle "responsabilità", è tua la colpa!
Hai lasciato la cucina e il ricamo e ora pretendi di portare la tua zozza autorità in famiglia, sottraendola al maschio dominante!
Non lo sai che il tuo ruolo è stato definito dagli uomini tanti e tanti anni fa? O credi forse che il vecchio adagio "donna schiava zitta e chiava" sia solo una battuta divertente?
Torna alle tue cose e lascia che sia il Maschio ad occuparsi di potere e lavoro.
È lui che porta i pantaloni in casa! E soprattutto è solo lui che deve portarli.
Per colpa tua, cara la mia donna emancipata, "questi ragazzi crescono insicuri, fragili, imbozzolati nell’interiorità protettiva della madre, privi di quel senso di realtà, del coraggio, del dovere di cui il padre è il vero artefice educativo".
Tu li infrocisci, donna!
Tu, cara mia, al massimo puoi insegnare a lavarsi le mani prima dei pasti, anche se a dire il vero questa è una cosa da femminucce. Forse puoi insegnare ad abbottonarsi la camicia, ma niente di più.
Le cose serie le insegnano i maschi.
Cosa ne sai tu del senso di realtà, del coraggio e del dovere?
Cosa pretendi di insegnare ai figli? Come osi pensare di poter educare delle creature?
Forse puoi educare una figlia femmina, puoi insegnarle la sottomissione, il silenzio, la paura. Puoi insegnarle come essere una buona moglie remissiva, come essere una madre amorevole. Certo non puoi insegnare il coraggio, il rispetto, il valore. Sono cose da maschi, queste.
Dobbiamo renderci conto, signori miei, che la situazione è talmente tragica che “perfino dal punto di vista linguistico il mammocentrismo è dominante. Si è riusciti a battezzare l’asilo con il nome di scuola materna! Ho dovuto, a suo tempo, supplicare il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti perché cambiasse il nome in scuola dell’infanzia [non avere niente da fare nella vita deve essere bellissimo]. E tuttavia, come credete che venga chiamato ancora oggi l’asilo? Ovvio: scuola materna.”
Quindi, care le mie signore, tornate al vostro posto e abbassate le penne.
Tornate a fare come le vostre nonne e le loro madri prima: succubi, silenziose, umili.
Solo così il mondo si salverà.
E da domani i bambini andranno solo all' asilO, che è sostantivo maschile.
Amen.